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TematicheAfrica SubsaharianaLe alternative africane alla dipendenza dal gas russo

Le alternative africane alla dipendenza dal gas russo

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L’intensificarsi del conflitto russo-ucraino ha portato tante conseguenze, in particolar modo il rialzo del costo delle materie prime, già aumentato a causa della crisi delle catene del valore dovuta alla pandemia di COVID-19. Poiché Mosca fornisce una grande quantità di risorse energetiche all’Italia, l’esecutivo guidato da Mario Draghi si è mosso per trovare altri partner da cui acquisire risorse energetiche in vista della stagione autunnale ed invernale. Oltre a Paesi come Azerbaigian e Qatar, l’Italia sembra puntare in maniera decisa sull’Africa, come testimoniato dai viaggi compiuti da Di Maio e da Mattarella nel continente in questi mesi. La situazione di partenza dell’Italia è contrassegnata da una netta dipendenza dal gas russo, che rappresentava il 38% delle importazioni di tale materia prima.

GNL: tra dominio in Congo e competizione in Mozambico

Una delle possibili alternative è rappresentata dal GNL (Gas Naturale Liquefatto), il quale può essere trasportato per mezzo di navi ad hoc dal Paese di estrazione a quello di destinazione, rappresentando dunque una soluzione molto più pragmatica rispetto ai comuni gasdotti. Non a caso, il Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha citato il GNL come una delle possibili fonti a cui attingere e l’accordo firmato tra l’Italia e la Repubblica del Congo va in questa direzione. Si prevede la costruzione di un impianto in grado di produrre 4,5 miliardi di metri cubi all’anno a pieno regime di GNL, che sarà avviato nel 2023, e l’esportazione dei volumi di gas che eccedono le richieste del mercato interno congolese. Inoltre, tramite tale accordo l’ENI rafforza ulteriormente la sua posizione di supremazia in Congo, dal momento che già gestisce il 70% della produzione di energia elettrica nella Repubblica del Congo tramite la fornitura di gas, essendo, tra l’altro, l’unica azienda impegnata nello sviluppo delle risorse di gas nello stato africano. 

Di Maio ha proseguito la missione diplomatica, recandosi anche in Mozambico, dove è presente un altro grande giacimento di GNL nel bacino di Rovuma, nel nord del Paese. L’Italia è già presente in questa parte del Mozambico per mezzo dell’ENI, la quale ha annunciato di aver dato inizio alle operazioni per l’introduzione di idrocarburi nella Coral Sul FLNG, un impianto galleggiante lungo 432 metri e in grado di mettere in produzione 450 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Alla visita del ministro Di Maio ha fatto seguito quella del presidente Mattarella, ricevuto dal suo omologo mozambicano Filipe Nyusi, facendo segnare la prima visita di un Capo di Stato italiano in Mozambico dopo 33 anni, durante la quale il presidente italiano ha ribadito i legami di lunga data col Mozambico, segno più evidente della volontà italiana di appoggiarsi al Mozambico sotto diversi punti di vista, energetico in primis. A tal proposito, non sembra essere casuale l’appello del presidente mozambicano per foraggiare maggiori investimenti italiani nel nord del Paese; infatti, l’approvvigionamento sicuro del GNL passa anche per la lotta al terrorismo verso il gruppo di Al-Shabaab e la conseguente garanzia di stabilità e sicurezza nella parte settentrionale del Mozambico. In tal senso, la chiusura temporanea del sito estrattivo guidato dalla Total, avvenuta lo scorso anno, potrebbe preoccupare e non poco gli interessi energetici italiani nel nord del Mozambico, come mostrato anche dalla ripresa degli attacchi nella provincia di Cabo Delgado. In particolar modo, Nyusi ha affermato che la lotta al terrorismo non è solo una questione militare, alludendo al fatto che il terrorismo si combatte anche per mezzo della riduzione della povertà e dell’emarginazione sociale. Tali problematiche possono essere alleviate anche tramite gli investimenti stranieri nell’estrazione di risorse energetiche, di cui il Mozambico è molto ricco e non è un caso se nell’accordo di cooperazione viene menzionata anche la voce “creazione di posti di lavoro”. Infine, non sono casuali neanche le parole di Mattarella, il quale ha espresso vicinanza “soprattutto alla popolazione di Cabo Delgado, vittima e costretta ad abbandonare la propria regione di origine”, dichiarazioni che celano l’importanza strategica della regione per l’Italia. 

Il punto interrogativo sul petrolio angolano

Il GNL non rappresenta, tuttavia, l’unica fonte di approvvigionamento energetico in Africa a cui l’Italia guarda con interesse. Infatti, anche il petrolio gioca un ruolo importante negli interessi energetici di Roma in Africa, come nel caso dell’Angola, paese con il quale è stato firmato un accordo. L’importanza strategica per l’Italia di diversificare le fonti è visibile anche dall’aumento delle importazioni di greggio dalla Russia registrato nel mese di maggio. Questo aumento di importazioni di petrolio russo ha inoltre reso Roma il principale acquirente. Di conseguenza, ricorrere al petrolio proveniente da altri Paesi assume un’importanza ancora maggiore, vista la necessità di ridurre la dipendenza di Roma dalle fonti energetiche russe. Così le parole pronunciate dal presidente angolano in occasione dell’ottava edizione del Congresso e della Fiera del Petrolio Africano acquistano una rilevanza geoeconomica per l’Italia. Il presidente angolano, João Lourenço, ha annunciato di voler puntare non solo sul petrolio greggio, dichiarando che oltre alla produzione di 400.000 barili al giorno, incentiverà la raffinazione delle materie prime. Tali parole seguono a pochi giorni di distanza l’avvio della costruzione della raffineria nell’area di Matanga, le quali a loro volta si inseriscono in un contesto favorevole allo sviluppo dell’economia angolana in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, dipendente in larga parte dalle esportazioni di petrolio. Non sorprende dunque la volontà del presidente angolano di puntare su ogni tipo di prodotto derivante dal petrolio, in particolar modo se si pensa al fatto che la guerra può durare per alcuni anni, lasciando quindi alto il prezzo del petrolio e favorendo pertanto l’economia angolana. Questa situazione può giocare a favore dell’ENI, la quale, non a caso, ha firmato qualche giorno fa un accordo con la Sonangol (compagnia petrolifera statale dell’Angola) relativo alla costruzione di un impianto di bioraffinazione, considerata una delle tecnologie-chiave per la decarbonizzazione e per la diversificazione dell’economia angolana, quest’ultima ritenuta di primaria importanza dal presidente Lourenço e dal Fondo Monetario Internazionale. Infine, contrariamente al Mozambico, l’Angola rappresenta al momento un luogo relativamente sicuro dove effettuare investimenti energetici, come mostrato dalla recente pubblicazione dell’Indice della Pace Globale che vede l’Angola salire di sei posizioni. Non sono casuali dunque i recenti accordi stipulati dall’ENI in Angola. Il primo prevede una collaborazione con la British Petroleum, mentre il secondo concerne un investimento di 150 milioni di dollari nei prossimi cinque per un progetto di biocombustibili, il quale andrà però a togliere 150 ettari di terra in vari spazi del Paese, che fa dubitare del reale impegno dell’Eni nella transizione energetica in Angola.

Una possibile prospettiva tra bisogni energetici e sostenibilità ambientaleIn conclusione, è possibile affermare che Roma legherà presumibilmente sempre di più i propri interessi energetici al continente africano. Data l’urgente necessità di approvvigionamento energetico per la stagione invernale, è presumibile credere che l’Italia si concentrerà, quantomeno nel breve periodo, perlopiù sullo sfruttamento delle risorse per soddisfare la propria domanda interna e per aumentare i ricavi, tralasciando anche lo sviluppo della domanda interna dei Paesi africani stessi. Un esempio in tal senso è rappresentato dalla Repubblica del Congo, dove, secondo le fonti ufficiali del governo, solo il 47% della popolazione urbana ha accesso all’elettricità, percentuale che arriva al 5 se si considerano le zone rurali. Non stupirebbe dunque la volontà da parte dell’ENI di mantenere bassa la domanda interna di elettricità in Congo, in maniera tala da favorire l’esportazione della corrente prodotta in eccesso e non sorprenderebbe neanche un impegno marginale nella lotta al cambiamento climatico, dati i suoi costi elevati. Mentre l’ENI domina il campo energetico in Congo, sembra incontrare maggiore concorrenza in Mozambico ed in Angola, come mostrato dalla forte presenza della compagnia francese Total nel primo e dall’accordo stretto con la British Petroleum nel secondo. Di conseguenza, la strategia energetica italiana nei due Paesi lusofoni è quella di siglare accordi di cooperazione con altre compagnie energetiche. Tuttavia, se nel caso mozambicano le incursioni terroristiche potrebbero spingere l’ENI e l’Italia a mettere il Mozambico in secondo piano, specialmente nel lungo termine, l’Angola sembra assumere maggiore centralità data anche la maggiore sicurezza presente nel Paese.

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