Alleanza Atlantica e Turchia, breve storia di un amore mai NATO

In occasione del 70° anniversario della NATO, non è mancata la possibilità di assistere all’ennesima divergenza tra USA e Turchia, due paesi formalmente alleati e geopoliticamente sempre più distanti. In questo articolo saranno ripercorse le tappe fondamentali del rapporto intercorrente tra Ankara e l’Alleanza Atlantica, indagando le ragioni che – almeno per il momento – sembrano impedirne la separazione.

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La Turchia aderì alla NATO nel febbraio del 1952, nell’ambito del primo allargamento dell’Alleanza, fino ad allora composta dai soli dodici stati fondatori. In quel tempo lo stato anatolico era un vero e proprio baluardo contro l’espansione sovietica nel Mediterraneo. L’ordinamento turco consisteva in una repubblica laica e occidentalizzata dalle riforme di Kemal Atatürk, storico padre fondatore che nel 1922 aveva abolito il sultanato ottomano di Maometto VI. La Turchia era dunque un paese profondamente diverso da quello odierno. Con l’avvento di Erdoğan infatti, a partire dal 2003 è iniziato un processo – ancora in corso – di islamizzazione dello stato, con conseguente allontanamento dai valori fondamentali delle democrazie occidentali aderenti al Patto Atlantico.

Risale proprio al 2003 la prima divergenza tra Stati Uniti e Turchia, quando, alla vigilia della Guerra del Golfo, l’AKP appena salito al potere negava agli americani il transito e l’uso delle basi in territorio turco (strategicamente importante per invadere l’Iraq). Nel 2007 poi, i turchi lanciarono un’offensiva nel Kurdistan iracheno senza prima avvisare gli USA, militarmente impegnati in quel territorio. Altri contrasti si registrarono ancora nel 2010, quando la Turchia interruppe bruscamente i rapporti con Israele a seguito dell’incidente della Freedom Flotilla, costringendo gli Stati Uniti di Obama ad una lunga e difficile mediazione tra i due paesi alleati.

Giunse poi la guerra civile siriana, in cui mentre da una parte gli Stati Uniti si appoggiavano ai curdi per assestare duri colpi al regime di Assad e allo Stato Islamico, dall’altra la Turchia non perdeva occasione per bersagliare con continui raid aerei l’YPG curda, milizia strettamente legata al PKK turco, a sua volta ostile all’AKP di Erdoğan. Il momento di maggior tensione si registrò però nel 2016, quando a causa dell’abbattimento di un cacciabombardiere russo, la Turchia, già internazionalmente sospettata di collaborare con l’ISIS, rischiava di trascinare la NATO in un conflitto con la Russia indesiderato da tutta l’Alleanza. Nello stesso anno si registrò anche il tentato colpo di stato ai danni del Sultano (Erdoğan, ndr), il quale accusò il rivale Fethullah Gulen di averlo architettato e di conseguenza anche l’amministrazione a stelle e strisce per averlo successivamente ospitato e protetto.

È in questo clima progressivamente sempre più teso che si giunge allo scenario odierno, in cui Ankara, mai così vicina a Mosca, arriva ad ordinare l’acquisto dei missili russi S-400, ignorando le minacce statunitensi di sospensione della vendita di F-35. A seguito di questo episodio, il vicepresidente USA Mike Pence ha dichiarato: “La Turchia deve scegliere se rimanere un partner importante dell’alleanza militare di maggior successo nella storia o proseguire a minare la sua permanenza, tramite decisioni sconsiderate. […] Non rimarremo a guardare mentre un alleato della NATO compra armi dai nostri avversari, armi che minacciano la coesione stessa di questa alleanza”. Repentina è stata la risposta del ministro degli Esteri turco Çavuşoğlu, secondo cui un passo indietro arrecherebbe danni anche agli USA, dal momento che, come confermato da Ömer Çelik (portavoce del governo), il sistema missilistico russo proteggerà anche i paesi dell’Alleanza.

Considerate tutte queste difficoltà, per quale ragione Turchia e NATO non si sono ancora separate? I motivi, per entrambe le parti in causa, sono molteplici. È evidente come ad Ankara possa far comodo tenere il piede in due scarpe: in tal modo riesce sia a perseguire i propri interessi nazionali, stringendo partnership estremamente vantaggiose anche al di fuori dell’Alleanza Atlantica (vedasi il caso appena citato dei missili russi S-400), sia ad avere le spalle coperte nell’ipotesi in cui sul piano internazionale la situazione dovesse volgere al peggio (cosa non del tutto da escludere data la pericolosa intraprendenza di Erdoğan). Resta dunque da capire perché la NATO consenta tutto ciò. In primo luogo, occorre evidenziare la posizione strategica in cui si trova la Turchia; l’Anatolia consiste in un vero e proprio ponte naturale tra Europa ed Asia, consente l’accesso al Mar Nero affacciandosi al contempo sul Mediterraneo e confina sia con la Russia, sia con la Siria (e quindi con il Medio Oriente), due aree geopoliticamente molto sensibili.

In secondo luogo, la Turchia detiene il secondo esercito terrestre più grande della NATO (pari a 350.000 uomini e a mezzo milione di riservisti) ed è tra i paesi membri più virtuosi, che contribuisce maggiormente alle spese militari. Oltre a tutto ciò si aggiunga che Erdoğan non è per sempre. L’AKP ha infatti appena subito una scottante – anche se al momento poco influente – sconfitta alle elezioni amministrative dello scorso 31 marzo, perdendo diverse grandi città, quali Ankara, Istanbul e Smirne, segno che forse qualcosa sta cambiando; il largo consenso popolare di cui fino ad ora ha goduto il Sultano, sembra per la prima vacillare e questo potrebbe essere un primo segnale di cambiamento che l’Alleanza Atlantica non può ignorare.

È altresì lapalissiano che ad Erdoğan non tutto può essere concesso. Se dovesse infatti continuare a tirare la corda, prima o poi questa potrebbe spezzarsi, soprattutto se si considera che Donald Trump non sembra essere l’uomo paziente e diplomatico pronto a scendere a compromessi su tutto.