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Alla scoperta della cooperazione tra Italia e Israele – Intervista all’Ambasciatore Dan Haezrachy

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Intervista all’Ambasciatore Dan Haezrachy, Vice Capo Missione Diplomatica di Israele a Roma .

Come ha fatto Israele a diventare una Startup Nation?

Credo che a questa domanda si puo’ rispondere sottolineando due fattori: uno che definirei “fisico”, l’altro che definirei “sistemico”. Fisicamente, come Lei sa, solamente in questo periodo stiamo scoprendo in Israele delle risorse energetiche considerevoli. Scoperte che, indubbiamente, cambieranno parte della geopolitica dell’energia locale e regionale e la stessa economia israeliana. Per decenni, però, il solo “oro nero” d’Israele è stato il cervello umano. Abbiamo dovuto contare unicamente sulle capacità dei nostri cittadini, per poter sviluppare un sistema politico ed economico, capace di garantire insieme sicurezza e sviluppo. Qui vengo al secondo fattore, quello “sistemico”: Israele è riuscito a creare una economia fondata sulla costante innovazione, grazie al contributo dell’integrazione tra le necessità militari e l’assorbimento costante di immigrati da tutto il mondo. L’esercito è riuscito a diventare un laboratorio di innovazione e integrazione: un laboratorio che, una volta finita la leva obbligatoria, è divenuto un modello per l’intera società. Ecco quindi che, le menti usate per sviluppare nuovi sistemi tecnologici nel settore della difesa, sono divenute le menti che hanno permesso lo sviluppo economico, attirando l’attenzione di tutto il mondo e facendo di Israele una vera e propria Startup Nation. A questo aggiungerei, se posso permettermi, anche l’importanza dell’immigrazione in Israele: ebrei sopravvissuti all’Olocausto o scappati dalle persecuzioni nei Paesi Arabi che, una volta giunti in Israele, hanno lavorato sodo per ricostruirsi una seconda vita e sono divenuti spesso degli imprenditori, contribuendo al costante sviluppo economico e sociale del Paese.

 

Quali sono i settori di maggior cooperazione tra Italia ed Israele?

Per Israele, l’Italia è più che un alleato. É probabilmente il Paese con cui il popolo israeliano si sente culturalmente più affine e che sente come un amico sincero. Non è un caso che, oltre 400,000 israeliani visitano annualmente l’Italia per turismo o business. Tra Israele e Italia, quindi, esistono accordi in ogni settore, a cominciare da quello della difesa e della sicurezza. Come saprà, gli stessi piloti israeliani si addestrano sui caccia M-346 della Aermacchi. Inoltre, mi permetta di aggiungere che apprezziamo enormemente l’impegno dell’Italia alla lotta contro le vecchie e nuove forme di antisemitismo, quelle che provano a celarsi dietro la critica al sionismo (ma che poi in realtà, alla prova dei fatti, negano lo stesso diritto di Israele ad esistere e il diritto del popolo ebraico ad avere un focolaio nazionale). L’impegno dell’Italia in tal senso non è dimostrato solamente dai continui scambi culturali tra i due Paesi, ma anche dalle chiare posizioni contro ogni forma di boicottaggio, espresse da numerosi rappresentanti politici italiani, tra cui l’ex Premier Renzi e l’ex Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. La stessa Giannini ha guidato importanti delegazioni della CRUI in Israele, ribadendo l’importanza degli scambi accademici tra Roma e Gerusalemme. In questi mesi, come Lei saprà, anche la questione del gas sta diventando centrale nei rapporti tra Israele ed Italia, nell’ottica della diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, promossa dalla stessa Unione Europea.

 Ad inizio aprile, il ministro dello Sviluppo economico italiano Carlo Calenda si è recato a Tel Aviv, dove ha sottoscritto la partnership per la costruzione del gasdotto EastMed. Di cosa si tratta?

Come suddetto, le scoperte energetiche di questi anni, stanno cambiando la geopolitica locale. Non solo hanno creato un asse strategico tra Israele-Grecia e Cipro, ma anche giocato anche un ruolo importante nella normalizzazione dei rapporti tra Israele e Turchia. L’Italia, è interessata a diversificare le sue fonti di approvvigionamento e il gasdotto EastMed permetterebbe di trasportare il gas del Mediterraneo verso il sud dell’Italia. A tal fine il Ministro Calenda ha visitato Israele e prima di lui il Ministro dell’energia israeliano Steinitz ha visitato Roma. Israele può garantire all’Italia una fonte di approvvigionamento importante, soprattutto perché siamo un Paese che può vantare non solo di essere la sola democrazia dell’area mediorientale, ma anche uno dei pochi Paesi stabili. Ritengo che dobbiamo guardare davvero con estremo interesse a questi sviluppo, perché credo possano rappresentare anche il primo passo concreto per rilanciare una integrazione dell’area mediterranea, capace di garantire non solo sicurezza, ma anche una generale crescita economica.

 

Dopo la fine della sanzioni che dal 2006 gli erano state imposte per lo sviluppo del suo programma nucleare militare, l’Iran è tornato un protagonista assoluto in tutti i quadranti critici della regione Mediorientale. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Ghasemi, ha definito Israele “la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza della regione e del mondo”, cosa ne pensa?

Queste affermazioni, se non fossero espresse da chi diffonde morte, farebbero ridere. Purtroppo, sono dette da rappresentanti di un regime che, sin dalla sua nascita, ha scelto di non essere uno Stato, ma una rivoluzione permanente. A tal fine, come la stessa Costituzione iraniana dice – basterebbe leggerla – si è dato una matrice fondamentalista e ha creato corpi paramilitari il cui unico scopo è quello della diffusione della rivoluzione khomeinista nel mondo. Per questo motivo, oggi più che mai, non solo Israele ma soprattutto gli Stati arabi sunniti, vedono nell’Iran non un partner regionale, ma una minaccia alla loro stessa esistenza. L’Iran non si è mai fatto scrupoli a finanziare il peggior terrorismo internazionale, non solo di matrice sciita (come Hezbollah), ma anche sunnita (non solo Hamas o la Jihad Islamica, ma anche al Qaeda e gli stessi Taliban). La posizione israeliana e di buona parte del Medioriente sull’accordo nucleare è sempre stata nota. Abbiamo sottolineato come la fine delle sanzioni avrebbe favorito l’instabilità regionale, l’espansione iraniana e lo stesso conflitto settario tra sciiti e sunniti. A distanza di oltre un anno da quell’accordo, possiamo dire che avevamo ragione: la disoccupazione iraniana non è calata, ma le spese militari del regime sono più che duplicate, favorendo la perpetuazione dei conflitti in Paesi quali Siria, Iraq e lo stesso Yemen. Il regime iraniano ha elevato il martirio a sesto pilastro dell’Islam, con conseguenze e processi imitativi, che hanno portato sofferenze drammatiche prima in Medioriente, poi in tutto il mondo. Israele attende con ansia di vedere l’Iran diventare sinceramente un attore che favorisce la stabilità e la sicurezza regionale. Ad oggi, a dispetto della propaganda di Teheran, l’Iran è un Paese che diffonde unicamente instabilità e che, assolutamente, non rappresenta neanche un partner economicamente affidabile per lo stesso Occidente, mancando totalmente di rispetto dei parametri minimi propri dello Stato di Diritto.

 

Appena eletto Trump ha promesso di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, di non opporsi agli insediamenti in Cisgiordania e di rivedere gli accordi con l’Iran. Riuscirà, secondo lei, a mantenere le promesse?

La questione di Gerusalemme è molto artificiosa. Non solo perché, nella storia, Gerusalemme non è mai stata capitale di due Stati. Non solo perché Gerusalemme mantiene un legame con il popolo ebraico che dura da millenni, ma anche perché è una questione meramente di facciata. A Gerusalemme sono presenti gli uffici del Governo e tutte le principali istituzioni: ciò significa che gli Ambasciatori delle rappresentante estere, devono costantemente viaggiare almeno due ore per i loro appuntamenti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, come Lei sa, il Congresso americano ha già deciso da anni di trasferire l’Ambasciata USA a Gerusalemme, ma la decisione non è mai stata concretamente applicata. La verità è che la politicizzazione della questione di Gerusalemme, così come quella di Israele, fa parte di una campagna di mistificazione, che riesce ad affermarsi nelle diverse Agenzie delle Nazioni Unite, non per la sua veridicità storica, ma per il sostegno che riceve da parte di alcuni Paese, aprioristicamente schierati con i palestinesi.

Per queste ragioni, Israele ha deciso di ridurre il finanziamento ad Agenzie come l’Unesco: non possiamo continuare a versare i soldi dei contribuenti israeliani, per sostenere chi nega il cuore della storia ebraica. Non so dire quale sarà alla fine la scelta di Trump, ma ritengo che l’eventuale trasferimento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme, rappresenterebbe un atto coraggioso che avvicinerebbe la pace. Parte della sfiducia odierna del popolo israeliano verso il negoziato di pace, infatti, non è derivata solamente dal terrorismo e dall’incitamento all’odio da parte arabo palestinese, ma anche dalla negazione della stessa storia ebraica e del suo legame con la Terra d’Israele.

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