Alcuni interrogativi sulla crisi venezuelana

A pochi giorni dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Nicolás Maduro (2019-2025), l’autoproclamazione di Juan Guaidò rischia di provocare un’escalation della violenza a Caracas. Si tratta di un’azione legittima o di un golpe? Inoltre, il riconoscimento da parte degli Stati si sta lentamente trasformando in ingerenza negli affari venezuelani?

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Juan Guaidó, classe 1983, Presidente dell’Assemblea Nazionale e leader dell’opposizione, il 23 gennaio ha giurato sulla Costituzione venezuelana per sostituire Maduro, da lui definito un “usurpatore” illegittimo. Per quest’ultimo e i suoi sostenitori, tra cui i governi di Turchia, Russia, Cina, Cuba e  Bolivia, si tratta di un colpo di Stato e l’ennesimo tentativo, orchestrato degli americani, di interferire nelle vicende di Caracas. Tuttavia, oltre agli Stati Uniti, anche l’Unione europea, il Canada, l’Australia, Israele e il Gruppo di Lima hanno salutato l’evento come “l’inizio di un processo di transizione democratica” per il Paese.

Quello che viene da chiedersi è se sia realmente così e, quindi, se la Costituzione del Venezuela autorizzi il Presidente del Parlamento a destituire e prendere il posto del Presidente della Repubblica.

Guaidó ha giustificato il suo atto con un’interpretazione degli artt. 350 e 333 secondo cui “qualsiasi cittadino o cittadina, investito o meno di autorità”, ha il dovere di collaborare per ristabilire la validità della Costituzione, contro qualsiasi autorità che minacci i valori democratici e i diritti umani. È opinione di diversi giuristi che, a fronte delle violente proteste popolari e dell’accentramento di poteri da parte di Maduro, esista un margine di costituzionalità per l’intervento del leader dell’opposizione. Margine che aumenta se si considera che l’art.233 prevede la fine del mandato presidenziale, oltre che nell’eventualità della morte, rinuncia e incapacità fisica e mentale dell’incaricato, tramite destituzione stabilita da “sentenza del Tribunale Supremo di Giustizia […]così come da revoca popolare”. In una simile circostanza il vertice dell’Assemblea nazionale può ricoprire l’incarico presidenziale fino al regolare svolgimento di un nuovo turno elettorale, entro un termine di trenta giorni.

Questa spiegazione, però, non convince tutti. Come riporta Bloomberg, rivista statunitense, l’ultimo articolo non contempla la possibilità per il Parlamento di rimuovere il Presidente in carica, ma afferma semplicemente che il leader dell’Assemblea Nazionale possa ricoprire l’incarico per un mese, se il Presidente della Repubblica non fosse nelle condizioni di servire, in modo permanente, il Paese. Questa condizione al momento non sussiste, fa notare l’avvocata costituzionalista Olga Alvarez, che aggiunge che “nella Carta Magna non è contemplato un vuoto di potere né un Presidente ad interim”. Secondo lei, se si considerano gli accordi stretti con Trump e le ripetute minacce di quest’ultimo di ingerenza militare, l’azione di Guaidó presenta un’aperta violazione dell’art. 128 del Codice Penale. Tale articolo prevede che “Chiunque cospiri, in accordo con una Nazione straniera o nemici esterni, contro l’integrità del territorio della patria o le sue istituzioni repubblicane […], sarà punito con l’incarcerazione da venti a trent’anni”. Infine, continua la donna, è un atto illecito perché contrario alla volontà popolare che ha scelto Nicolás Maduro nelle elezioni di maggio de 2018 e perché Guaidó fa parte di un organo i cui poteri sono stati annullati da una sentenza del Tribunal Supremo de Justicia emessa nel 2016.

Il punto, però, è che l’opposizione contesta la validità stessa dell’esito elettorale in quanto si sarebbero verificati brogli e una gestione scorretta dell’elaborazione dei voti elettronici da parte di Smartmatic, multinazionale venezuelana con sede nel Regno Unito. La stessa società, obiettano i sostenitori di Maduro, che aveva già gestito le elezioni legislative del 2015 culminate nella vittoria del partito di opposizione Mesa de la Unidad Democratica (MUD).

Secondo gli esperti per risolvere lo stallo politico che vede, al momento, il Paese retto da due Presidenti della Repubblica e due Assemblee nazionali, sono necessarie nuove elezioni, libere e trasparenti. Come ha dichiarato Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea, se non si prenderanno misure in tal senso “l’Ue intraprenderà ulteriori azioni, anche sulla questione del riconoscimento della leadership del Paese”. La proposta è sembrata una sorta di ultimatum, al quale ha risposto il cancelliere venezuelano Jorge Arreaza, davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: “Pensate ai vostri problemi. Noi non ci intromettiamo nelle vostre questioni. Rispettate, in accordo con la Carta delle Nazioni Unite, l’autodeterminazione dei popoli” [..] Questo ultimatum è assurdo. Perché otto giorni? Perché non sette o trenta? Da dove viene questa cifra magica di otto giorni?”.

Per concludere, come fa notare Miguel Tinker Salas, storico venezuelano e professore in California, sulla questione venezuelana c’è un’accesa e vasta “polarizzazione” di opinioni all’interno e al di fuori del Paese.

Al momento, però, il principale focus dei media è diventata la pressione internazionale verso Maduro e le proteste popolari, al punto da convincere, erroneamente, l’opinione pubblica che il supporto della comunità internazionale ad un Governo parallelo, dia a quest’ultimo un potere effettivo all’interno del Venezuela. Questo, considerando la grave situazione economica di Caracas e le forti tensioni sociali, fa sì che ci sia un forte rischio di strumentalizzazione politica da parte degli attori internazionali in gioco, in primis Stati Uniti, Russia e Cina, che potrebbero essere tentati di giocare la loro partita senza valutare le conseguenze per la popolazione venezuelana.