Albania e Macedonia del Nord fra Turchia, Europa e Russia

L’Albania ha assunto una forte influenza nell’area dei Balcani meridionali, in special modo in quella Macedonia settentrionale dove una forte minoranza albanese pari a circa il 34% della popolazione totale (il 20% i Skopje) controlla 4 partiti politici, esprimendo una presenza parlamentare di 20 rappresentanti su 120. Il partito di maggiore valore politico è l’Unione democratica per l’Integrazione (Bashkimi Demokratik për Integrim, BDI, Демократска унија за интеграција, ДУИ) con 10 parlamentari, seguita dal Movimento Besa (Lëvizja Besa, LB, Движење Беса, ДБ) con 5, dall’Alleanza per gli Albanesi (Aleanca për Shqiptarët, AS, Алијанса за Албанците, AA) con 3, e dal Partito Democratico Albanese (Partia Demokratike Shqiptare; Macedonian, PDS, Демократска партија на Албанците, ДпА), con 2.

Albania e Macedonia del Nord fra Turchia, Europa e Russia - Geopolitica.info

BDI e LB hanno annunciato che si presenteranno in coalizione nelle prossime elezioni legislative. L’ influsso di questa minoranza sulla politica interna nord-macedone è evidente, ed ha ispirato riforme anche rilevanti quale l’adozione dell’albanese come lingua co-ufficiale a livello statale. Questo dato può essere apprezzato nella sua reale importanza solo se si inquadra la grande valenza dell’elemento culturale nel conteso balcanico, dato che l’appartenenza etnica e linguistica è uno degli elementi maggiormente determinanti l’identità ed i processi decisionali dei diversi Stati. Skopje, come Tirana, cerca di iniziare il processo di adesione all’Unione Europea e consolidare la propria vocazione atlantica. Per fare questo, necessita di un Parlamento compatto anche al fine di approvare le necessarie riforme che ne permettano lo sviluppo infrastrutturale e commerciale, e di ammortizzare le tendenze di pan-slaviste presenti nella società nord-macedone. Da qui, la necessità di raccogliere il consenso dei partiti politici albanesi.

Il quadro economico nord-macedone e quello albanese presentano deficit infrastrutturali evidenti, tanto come una decisa volontà di attrarre investimenti esteri e di impegnarsi in progetti di maggiore respiro regionale ed internazionale. Pur nelle loro palesi differenze, i due Paesi mostrano quindi una visione molto simile in campo economico e presentano necessarie convergenze nelle loro politiche regionali. Con una tassazione sulle attività produttive al 15% (e esenzione fiscale totale in taluni casi), l’Albania cerca di consolidarsi come punto di attrazione di capitali esteri nel Balcani occidentali, a seguito di un processo di liberalizzazione del proprio mercato interno attraverso una serie di riforme raccolte in piani editi dallo Stato, quali la Strategia nazionale per lo sviluppo e l’integrazione ed i Piani di riforma. Il più recente fra i documenti disponibili, il Piano 2016-2018, è pienamente orientato all’adozione di riforme funzionali all’ingresso nell’Unione Europea, così come chiaramente definito sin dal capitolo iniziale (“struttura e obiettivi generali di policy”). L’ azione di politica economica di Tirana è quella di generare crescita costante nel medio termine, al fine di ottenere maggiore occupazione, con stabilità macroeconomica attraverso la riduzione dei profili di rischio correlati alla vulnerabilità del debito. La politica fiscale nel medio termine, servente questi obiettivi, sarà orientata al consolidamento fiscale, con l’obiettivo di un ulteriore abbattimento della ratio debito/PIL (nel 2018 l’obiettivo fu ampiamente superato arrivando al 63.63%).

Importanti sono anche gli sforzi per giungere alla soppressione dell’economia informale nel Paese ed all’incremento delle potenzialità del settore energetico, che vede anche una partecipazione attiva dell’Italia.

La Macedonia del nord ha a sua volta adottato attive politiche di de-socializzazione dell’economia, sfociate in una riforma che ha portato alla privatizzazione di diversi assets pubblici. Il Documento di lavoro sul programma di riforme economiche del Paese, edito dalla Commissione Europea per il biennio 2019-2021, evidenzia una tendenza molto positivanelle esportazioni ed un significativo aumento dei consumi.  La Commissione evidenzia tuttavia come gli investimenti e le riforme di consolidamento fiscali possano non essere sufficienti a stabilizzare il Paese nel medio termine. Oltre a problemi di informalità nell’economia, di scarso livello dell’istruzione e di mancata preparazione delle imprese locali a raggiungere standard qualitativi e di management necessari ad entrare nel mercato globale, la Commissione evidenzia come i trasporti, il mantenimento della rete stradale ed il settore energetico siano di scarsa qualità e necessitino di importanti riforme.

Skopje è consapevole della necessità di agire al fine di colmare i gap più importanti. I primi passi che il Governo intende fare sono proprio quelli della eliminazione delle barriere commerciali e doganali verso l’Adriatico. E’ in questo senso che va letta l’adesione, insieme all’Albania, al progetto serbo (inizialmente aperto anche a Montenegro e Kosovo) di abbattere le barriere interne alla circolazione di beni e persone. L’adesione al piano significa per Skopje attenuare gli effetti dell’assenza di sbocchi al mare. In effetti, la Macedonia del Nord in quanto landlocked State vede nel suo essere divisa dal mare da Albania e Bulgaria una limitazione superabile solo costruendo un rapporto il più possibile alla pari con questi due Paesi, al momento maggiormente incisivi dal punto di vista politico ed economico. Un abbattimento delle frontiere verso Occidente significherebbe compartecipare allo slancio economico e riformista albanese, a favore del quale gioca anche la benevolenza statunitense, e rappresenterebbe un’opportunità per abbattere i costi di importazione di materiali (ed energia) in un Paese con una struttura economica profondamente danneggiata, come detto, dalla carenza infrastrutturale e dalla totale dipendenza di approvvigionamenti energetici dall’estero. La Macedonia del nord ha subìto ingenti danni finanziari dalle fluttuazioni del valore dei titoli energetici, ed è netta la consapevolezza di dover creare sicurezza energetica attraverso il miglioramento delle relazioni coi vicini trasportatori o produttori.  L’eventuale orientamento nord-macedone verso Albania ed Adriatico sarebbe peraltro ben visto anche da Washington, impegnata sin dai tempi dell’indipendenza del Kosovo a creare una marca a limitazione della Serbia, centro politico jugoslavo per decenni, in funzione di contenimento dell’influenza russa.

L’Albania ha dato avvio ad importanti progetti per un migliore sfruttamento delle proprie risorse naturali dopo la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi, ponendosi l’obiettivo del miglioramento dell’efficienza energetica del 20%. Insieme a quello di portare i due Paesi allo stesso livello di sviluppo sociale e democratico dell’Unione, l’altro obiettivo cardine e condiviso correlato all’ingresso in Europa è quello di ottenere e mantenere stabilità finanziaria. La Macedonia del nord è già pronta, dal punto di vista dei servizi bancari, ad incassare i dividendi di possibili future evoluzioni economiche e politiche: la riforma bancaria ha permesso di contenere gli effetti della crisi finanziaria del 2008, una ulteriore sulla disciplina finanziaria risalente al 1° maggio 2014 ha permesso la regolamentazione dei mancati pagamenti fra imprese. 0ggi Skopje gode un basso rapporto fra PIL e debito pubblico, oltre che di un relativo benessere generale del settore finanziario ed il tasso dei crediti non esigibili (NPL) è all’11,3%. La maggiore integrazione regionale dovrebbe comportare un cambiamento culturale nelle abitudini legate al consumo e la maggiore internazionalizzazione del sistema.

Dal punto di vista sociale, l’identità etnica e religiosa della maggioranza dei macedoni genera attrito sociale verso la vigorosa presenza albanese, e si canalizza in due differenti esiti: una linea politica, incarnata dal Partito dell’Organizzazione rivoluzionaria (Внатрешна македонска револуционерна организација, Partia Demokratike për Unitetin Kombëtar Maqedonas), e del Partito democratico per l’unione nazionale macedone (Демократска партија за македонско национално единство, Organizata e Brendshme Revolucionare Maqedonase), unitisi a fini elettorali sotto la sigla VMRO-DPMNE (ВМРО–ДПМНЕ) che, con 39 parlamentari, continua a vedere nella Serbia il naturale punto di riferimento di una Macedonia slava e ortodossa; l’altra, incarnata dal Partito socialdemocratico della Macedonia (Социјалдемократски сојуз на МакедонијаСДСМ, Socijaldemokratski Sojuz na Makedonija–SDSM), con 49 deputati, guarda invece con maggiore forza verso l’integrazione europea. La posizione governativa sposa pienamente questa linea, specialmente per le posizioni del Premier Zoran Zaev, per quanto la situazione sociale e politica del Paese possa in effetti portarlo ad abbracciare entrambe le direttrici come egualmente positive e possibili per il futuro del Paese.

Questa non può quindi che assumere un atteggiamento di grande disponibilità nei confronti tanto del suo vicino occidentale quanto della Grecia, preparando il proprio quadro normativo al fine di rendere agevoli gli investimenti diretti nel Paese e ridurre il peso della corruzione. E’ difficile che le linee strategiche del Paese cambino, anche a seguito delle prossime elezioni legislative. Raggiungere il posizionamento geostrategico desiderato da Skopje presuppone stabilità economica e politica, al fine di non giocare il ruolo della pedina più debole in una eventuale partnership con diversi vicini, dei quali due sono già membri dell’Unione Europea

L’altra direttrice energetica e commerciale che Skopje può prendere verso il Mediterraneo è quella verso Salonicco. In effetti, la Grecia si è dimostrata essere un attore economico di primaria importanza della Macedonia del Nord, e nonostante la vicenda sull’adozione del nome si sia formalmente risolta solo nel 2018 e nonostante un passato di relazioni politiche burrascose, compreso un embargo durato dal febbraio 1994 fino al settembre 1995, esprime al momento il 12,1% di tutti gli investimenti esteri nel Paese. La Grecia è il quinto importatore di merci nord-macedoni, e la terza maggiore destinazione delle stesse. Atene si trova inoltre ad essere il punto di ingresso nel Balcani del gasdotto TANAP, originato nel Caucaso meridionale e destinato a diramarsi poi verso la Serbia. Un canale energetico che contribuisce al piano russo di limitare il passaggio di risorse in Europa dall’Ucraina, e che lega la Grecia, sebbene attraverso un canale indiretto, a Mosca ed a Belgrado.

Le posizioni prese dal Governo greco, guidato da Kiriakos Mitzotakis, seguono una linea filo-occidentale tipica della tradizione politica della famiglia e di rottura col Governo precedente, a guida di Alexis Tzipras, del quale coglie la positiva eredità della risoluzione della controversia sul nome con Skopje (e a differenza del quale ha tuttavia assunto posizioni nazionaliste in opposizione degli Accordi di Prespa, che avrebbero portato proprio alla risoluzione del problema macedone). Atene può ora essere uno degli aghi della bilancia per decidere le sorti dell’accesso nord-macedone ad Europa e NATO, avendo già trovato la quadra per i presupposti di accesso.


Quale sarà il mondo dopo Trump?

Per scoprirlo, approfondisci i temi della geopolitica e delle relazioni internazionali, con la XV Winter School di Geopolitica.info


La posizione greca si arricchisce di un altro punto di forza nel campo energetico, che non potrà che consolidare il proprio posizionamento strategico e acuire la tensione con la Turchia: quello di porsi come termine occidentale di un progetto, il Connettore Euro-Asiatico, che comincia nelle acque territoriali israeliane per poi attraversare quelle cipriote e sfociare a Creta. Il progetto trova la convergenza fra i tre Governi e, se realizzato, renderà la Grecia capace di rompere l’isolamento energetico tanto di Cipro quanto delle proprie isole nel Mediterraneo centro-orientale.  La disponibilità greca ad un cambio di rotta in politica estera rispetto al precedente Esecutivo, ideologicamente opposto agli Stati Uniti, è stata salutata dall’Amministrazione statunitense, la quale cerca di consolidare l’asse Tel Aviv-Nicosia-Atene in modo che quest’ultima non finisca per essere la linea terminale di un corridoio troppo legato a Mosca dal TANAP e, forse, per creare una sicura linea di alleati mediterranei adatta a ricoprire quel ruolo che, fino a poco più di un decennio fa, era ricoperto dalla Turchia.

Francesco Petrucciano,
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata