Al Senato Draghi traccia le linee-guida della sua politica estera

Nell’odierno discorso al Senato Mario Draghi oltre a spiegare il suo programma governativo ne ha anche tracciato le linee-guida in materia di esteri. Dopo aver ribadito – come era prevedibile – le parole d’ordine dell’europeismo e dell’atlantismo, ha anche confermato – cosa non del tutto scontata visti i tempi che corrono – il terzo pilastro intorno a cui ruota tradizionalmente l’azione internazionale dell’Italia. 

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Ha ricordato, infatti, la necessità che il Paese abbia una proiezione regionale, in quel Mediterraneo “allargato” che abbraccia Balcani, Paesi dell’Europa meridionale, Maghreb e porzioni di Africa. Così facendo ha implicitamente ribadito la volontà dell’esecutivo che sarà chiamato a difendere lo status internazionale di media potenza dell’Italia, seriamente messo in discussione dai profondi mutamenti politici, militari ed economici dell’ultimo decennio e di cui un ultimo preoccupante segnale è arrivato dalla mancata citazione del nostro Paese tra i più stretti alleati degli Stati Uniti nel primo discorso di Joe Biden al Dipartimento di Stato.

Una volta tracciato il perimetro all’interno del quale Roma può, vuole e deve muoversi il presidente del Consiglio ne ha poi passato in rassegna i principali rapporti internazionali, da cui dipende in buona parte anche l’efficacia della sua azione nel Mediterraneo allargato. Anzitutto, ha sottolineato la necessità di intensificare gli scambi con quei Paesi con cui la nostra economia è più integrata, come Francia e Germania, così come quelli con cui siamo interdipendenti sul tema delle migrazioni, come Spagna, Grecia, Malta e Cipro. Un compito difficile in entrambi i casi, dove – sebbene su tavoli diversi – i nostri alleati europei hanno spesso dimostrato di giocare secondo la logica del zero sum game e non dello scenario win-win, come i casi dell’affare Fincantieri-STX e della redistribuzione dei migranti testimoniano amaramente.

Draghi ha menzionato poi quelle che gli americani chiamano potenze “revisioniste”, ovvero Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese. Sulla prima ha dato un colpo al cerchio – parlando della necessità di individuare meccanismi che alimentino il dialogo – e uno alla botte – ricordando le violazioni dei diritti dei suoi cittadini. Nonostante chi scrive non possa che guardare con simpatia a quanti protestano chiedendo elezioni libere e diritti in Russia, allo stesso modo non può togliersi dalla testa il fatto che Palazzo Chigi avrebbe ben altre voci da inserire nel conto da presentare al Cremlino di questi tempi. Dal suo appoggio a un governo nemico dell’Italia come quello di Tobruk (sostenuto, per inciso, anche dalla Francia), alle sue manovre per minare il lancio del nostro Paese come hub energetico europeo meridionale. Sulla Cina, invece, sembra aver modificato il tiro del precedente governo esprimendo preoccupazione sulle tensioni che essa alimenta in Asia, sebbene senza far menzione delle violazioni di libertà civili e diritti politici (che superano per estensione e intensità quelle russe), né di quelle opacità sulla diffusione – attenzione, non sull’origine – della pandemia che tanto è costata al nostro Paese.

Il presidente Draghi, quindi, ha affrontato il capitolo degli Stati Uniti, riconoscendo alla nuova Amministrazione una maggiore disponibilità ad adottare metodi cooperativi di governance globale ed esprimendo fiducia nell’intensificazione anche dei rapporti con Washington. Anche questo passaggio, come è normale che sia in un linguaggio che per forza di cose è stato più diplomatico che politico, è contraddistinto da un importante “non detto”. Ovvero che sia in presenza di un metodo di lavoro multilaterale – come si presume farà Biden – sia in presenza di uno bilaterale – come fatto da Trump – la Casa Bianca chiede all’Italia di assumersi responsabilità e, quindi, costi soprattutto in quel Mediterraneo allargato di cui si è fatta menzione quest’oggi al Senato.

La capacità di sopportare “fardelli” e di trasformarli nel medio termine in fonti di beneficio, d’altronde, sarà determinante anche rispetto all’ultimo punto toccato da Draghi – la presidenza italiana nel G20 – nella parte dedicata agli esteri del suo discorso. Al di là della retorica dal sapore un po’ ideologico del People, Planet, Prosperity, infatti, starà a Palazzo Chigi trasformare questo evento in un trampolino di rilancio per il nostro Paese. Che, forse, è proprio quello che dopo il governo Conte molti italiani si aspettano dall’ex presidente della Banca Centrale Europea: dalle parole, passare ai fatti.

Gabriele Natalizia,
Sapienza Università di Roma – Geopolitica.info