Al di là della vicenda di Carola, continua a mancare una risposta Europea alla pressione migratoria

Il braccio di ferro con la nave Sea Watch ed il suo comandante Carola Rackete, con 42 migranti a bordo, ci poteva essere risparmiato. È stato funzionale al disegno di Salvini di riaffermare la politica italiana dei porti chiusi ai migranti. Ha evidenziato, ove fosse necessario, la latitanza dell’Unione Europea rispetto alla crisi migratoria in atto ormai da diversi anni.

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Come anche riaffermato dal Presidente Mattarella, in occasione dell’incontro con il suo omologo austriaco Alexander Van der Bellen, il processo migratorio è inarrestabile e va governato a livello europeo. Riflette l’effetto di richiamo che il benessere della società europea esprime verso popolazioni che vivono ai margini, generato dalla diffusione e manifestazione di questo benessere attraverso i diversi media ormai accessibili anche nelle aree più remote e disagiate.

I termini di una possibile politica Europea dei migranti sono stati più volte esplicitati ed argomentati, anche se su di essi non riesce a formarsi condivisione e consenso. Anzi, per ora si registrano posizioni nettamente divergenti. Da un lato i paesi di primo approdo, e segnatamente Italia, Spagna e Grecia, che lamentano la scarsa o nulla partecipazione degli altri paesi europei al processo di ridistribuzione dei migranti. Dall’altro i paesi del Nord e Centro Europa, e in particolare il gruppo di Visegrad (Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria), ostili ad ogni processo di ridistribuzione dei migranti.

Proviamo, allora, a ripercorrere questi termini, quanto meno per capire quale potrebbe essere la linea auspicabile di possibile convergenza.

Intanto, è un fattore noto a molti che i flussi migratori sono portatori di energie nuove e fresche, spesso adeguatamente formate, che danno un significativo contributo al processo di crescita delle regioni e aree di nuovo insediamento e che bilanciano il calo demografico della popolazione europea. Nella consapevolezza che il processo generi tensioni sociali nelle comunità di insediamento, occorre mettere in pratica politiche attive del lavoro a favore dei territori di accoglienza, dotando di risorse adeguate i livelli di governo comunale e regionale.

A fronte di questa presa d’atto potrebbero essere esplicitate ed aggiornate a livello europeo quote di fabbisogno di manodopera da soddisfare attraverso un afflusso regolato di risorse esterne, coordinato dalla Commissione Europea. Regolare l’afflusso di manodopera in funzione di specifici requisiti e fabbisogni esplicitati dai diversi paesi europei, può essere un percorso relativamente agevole, su cui registrare consenso tra gli Stati Membri.

Tanto più arduo è invece gestire e regolare la pressione migratoria espressa dai cosiddetti migranti economici, in fuga da condizioni di malessere economico e sociale e da aree esposte al cambiamento climatico, siccità e desertificazione. Per far fronte a tale livello di pressione, occorre un approccio europeo a 360 gradi, volto a contrastare effetti e cause di questo flusso sproporzionato di migranti.

In primis, a livello di Unione Europea andrebbero negoziati con i paesi di origine dei migranti accordi che prevedano la creazione e gestione in quei paesi di centri europei di identificazione dei migranti, prima che questi possano diventare preda dei mercanti che gestiscono il traffico clandestino. Lo scopo ed ampiezza di intervento dei Centri può variare, dal primo riconoscimento e censimento, ad azioni di indirizzo, formazione e preparazione dei migranti per il loro inserimento nel mercato del lavoro europeo. Attualmente invece gli accordi in ambito migrazione, negoziati da Unione Europea o direttamente dagli Stati Membri, si focalizzano sulle pratiche di rimpatrio del migrante illegalmente giunto in Europa (denominati per l’appunto accordi di riammissione), senza prevedere una regolamentazione attiva del flusso migratorio in base ad un meccanismo strutturato di quote di fabbisogno europeo.

Per agevolare questo canale legale di migrazione, l’Unione Europea dovrebbe altresì farsi promotrice di una politica di assistenza e sviluppo nei paesi di partenza dei migranti per giungere ad un effettivo partenariato UE-Africa per la migrazione. Il fondo per l’Africa, varato al vertice sulla migrazione della Valletta nel novembre 2015 (altrimenti detto EU Trust Fund for Africa), si muove in questa direzione e andrebbe opportunamente rafforzato. Il fondo gestito dalla Commissione Europea mira ad ottenere maggiore collaborazione dai governi locali nel controllo dei flussi migratori attraverso il finanziamento di programmi di sviluppo (sia nei paesi di origine che di transito) e mediante il rafforzamento delle forze di polizia lungo tutti gli stati toccati dalle rotte che portano in Europa. Ad oggi le risorse impegnate raggiungono i 4,5 miliardi di euro, di cui circa l’89% proviene da fondi UE e l’11% dagli Stati Membri, di cui l’Italia è il secondo donatore bilaterale dopo la Germania.

Oltre il rafforzamento del Fondo con risorse provenienti da stati membri che ad oggi solo simbolicamente offrono il proprio contribut o(la maggior parte dei governi, come quello francese, ha scelto di versare 3 milioni di euro, la cifra minima per poter sedere nel Trust Fund Board, che definisce le linee generali per l’assegnazione dei contributi), l’Unione Europea dovrebbe parimenti farsi carico di una forza navale di interposizione, che prevenga e renda impraticabile il passaggio di gommoni o barchini o navi di ONG, con migranti non identificati a bordo. Sarebbe quindi auspicabile riattivare la missione navale europea Sophia e spingerla nelle acque antistanti le coste africane di Tunisia, Libia ed Egitto, in modo tale da garantire un effettivo dispositivo di sostegno alle guardie costiere di questi paesi.

Lo specifico interesse nazionale dell’Italia, in questo contesto, più che alimentare una contrapposizione con altri paesi europei attraverso una politica dei porti chiusi e di sterili respingimenti, è valorizzare e coinvolgere l’intera Europa (e la sua forza finanziaria) in un esteso programma di assistenza ed affiancamento della crescita dei paesi partner africani,nonché delle loro autonome capacità di contrasto ai trafficanti, instaurando al tempo stesso un canale strutturato e coordinato a livello europeo di afflusso legale dei migranti.