Al centro della nuova guerra fredda? Le scelte strategiche dell’Italia ai tempi della competizione tra Stati Uniti e Cina

Poche volte la scena politica italiana si è polarizzata intorno a questioni di politica estera. Ancor più raramente queste hanno innescato crisi di governo. Pertanto, è abbastanza significativo il fatto che il dibattito pubblico odierno, sulla scorta dell’emergenza Coronavirus, abbia trovato tra i suoi principali “materiali infiammabili” quello del rapporto dell’Italia con la Repubblica Popolare Cinese (RPC).  

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Una prima avvisaglia della sensibilità nostrana sul “tema Cina” l’avevamo già avuta in corrispondenza della visita “imperiale” di Xi Jinping a Roma e della firma del Memorandum sulla Via della Seta. Al tempo, era subito emersa una divisione tra sostenitori del progetto OBOR e i suoi acerrimi oppositori, mentre decine di mappe e infografiche illustravano le rotte marittime e terrestri dell’inarrestabile avanzata economica cinese. Nel giro di qualche settimana, tuttavia, il rapporto con la RPC si era velocemente eclissato dal dibattito pubblico italiano.

Il ritorno – e che ritorno – di fiamma si è avuto con l’esplosione della pandemia COVID-19, che ha alimentato sentimenti oscillanti tra gli italiani nei confronti della Cina. A inizio marzo questa era generalmente considerata l’origine del Coronavirus e il suo regime accusato di essere parte in causa della sua diffusione, avendo inizialmente blindato ogni informazione in merito. Oggi, invece, è per lo più guardata come un leader nella lotta al morbo e un numero crescente di italiani considera auspicabile un’intensificazione dei rapporti tra Roma e Pechino a discapito di quelli con gli alleati tradizionali (sondaggio SWG). Tuttavia, non possiamo prevedere quali saranno gli effetti sull’opinione pubblica italiana dell’escalation di accuse che arriva dagli Stati Uniti, dal governo ai servizi di intelligence, passando per i maggiori media nazionali (compresi quelli più ferocemente anti-trumpiani).

La contrapposizione che è emersa sembra in qualche modo evocare alcuni dei tratti caratterizzanti che la Guerra fredda assunse in Italia, tanto che molti osservatori ne parlano come della “nuova” Guerra fredda. Anche se, marxianamente, non è dato sapere se dopo il tragico confronto tra USA e URSS la storia si ripeterà sotto forma di farsa in quello tra USA e RPC, sono comunque ravvisabili quattro differenze principali tra le due dinamiche per come hanno preso forma nel nostro Paese. 

La prima, naturalmente, è relativa alla componente militare. Centrale nel primo caso (si ricordi che tra le ragioni della caduta del Governo Craxi 1 fu la crisi di Sigonella) e quasi del tutto assente nel secondo. Non si tralasci, tuttavia, che l’attuale competizione tra Washington e Pechino si sta sviluppando lungo direttrici relativamente nuove per la dimensione della sicurezza, come il dominio cyber, il 5G, il controllo dei big data e ora, causa COVID-19, le pandemie.

La seconda diversità è l’assenza di una connotazione ideologica, che rende la dialettica tra Washington e Pechino molto più simile alla politica di potenza ottocentesca che ai confronti titanici del Novecento (prima quello tra liberalismo e fascismi, poi quello tra liberalismo e comunismo). Anche in questo caso, tuttavia, stiamo assistendo ad alcuni cambiamenti. Proprio in questi giorni il vice-consigliere per la Sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump, Matthew Pottinger, ha parzialmente riportato al centro dell’attenzione il fattore ideologico. Intervenendo al Miller Center, infatti, ha spiegato che alcuni dei valori universali respinti da Pechino provengono direttamente dalla Cina. Quindi, è solo l’ideologia comunista ad essere in contraddizione con loro, e non la cultura cinese in quanto tale a dispetto di quanto sostiene il regime di Pechino che ne contesta l’universalità. 

La terza differenza va rintracciata nella dimensione economica della competizione tra USA e PRC. Questa era assente durante la Guerra fredda. I due blocchi, infatti, erano contraddistinti da sistemi di produzione e consumo antitetici e non comunicanti. Pertanto, il confronto in tema di economia aveva uno spessore prevalentemente teorico, ovvero era legato a quale modello fosse migliore per conseguire il benessere e il progresso dell’umanità (economia di mercato o economia pianificata?). Al contrario, oggi entrambe le potenze partecipano a un sistema capitalista che si dipana su scala globale. Non solo, sono anche profondamente interdipendenti. Allo stesso modo, anche le economie dei principali alleati degli Stati Uniti, tra cui l’Italia, sono contraddistinte da una profonda integrazione con il mercato e la finanza cinesi. Di conseguenza, se l’Unione Sovietica fu impegnata principalmente in azioni di propaganda ideologica e spionaggio militare nel nostro Paese, la Cina profonde la maggior parte dei suoi sforzi proprio nel tentativo di legarlo il più possibile al suo sistema economico (il progetto OBOR rappresenta solo il culmine di un lungo percorso).

La diffusa convinzione tra la nostra classe dirigente che l’economia costituisca un terreno politicamente neutrale, dove gli scenari win-win sono più frequenti dei giochi a somma zero, ha fatto sì che alcune scelte rilevanti per la competizione tra Stati Uniti e Cina siano state prese – quanto meno – alla leggera. È da questo atteggiamento che deriva l’ultima grande differenza tra la competizione della Guerra fredda e quella attuale nel nostro Paese. La natura ideologico-militare della prima permise una distinzione netta tra lo schieramento filo-americano, composto dai partiti di centro-sinistra, di destra e dal PSI a partire dal 1956, e quello filo-sovietico, composto dal PCI fino a inizio anni Ottanta e dal PSI fino al 1956. La natura in buona parte economica del confronto tra Stati Uniti e Cina, invece, fa sì che le divisioni attraversino trasversalmente i partiti italiani. Sebbene alcuni siano percepiti nel complesso come più filo-cinesi di altri, in verità quasi tutti i partiti hanno al loro interno una componente più o meno consistente che strizza l’occhio a Pechino. 

A tal proposito, tuttavia, è opportuno ricordare che nonostante l’export italiano stesse registrando buoni numeri sul mercato cinese prima del COVID-19, difficilmente potrà superare i livelli già raggiunti anche dopo il riflusso della crisi. E non solo perché l’attesa contrazione della domanda cinese, che sarà alimentata come in un circolo vizioso dal basso potere d’acquisto occidentale previsto per i prossimi anni, modificherà le abitudini di parte delle classi media e alta della RPC a cui i nostri prodotti sono destinati. 

Intervengono, infatti, anche altre due ragioni. La prima riguarda la struttura del nostro sistema economico. La presenza di poche imprese di grandi dimensioni, infatti, non facilita la nostra penetrazione in Cina e rende più difficile l’azione diplomatica a suo supporto. Le esperienze del passato, infatti, non sono incoraggianti, su tutte il disastroso fallimento del centro dell’eccellenza agroalimentare tricolore Viva Italia a Pechino nel 2009. 

La seconda riguarda il vantaggio competitivo che altri Stati occidentali vantano rispetto a noi per via dei rapporti che hanno tradizionalmente intessuto con la Cina. Marco Polo, Matteo Ricci e, perfino, la breve parentesi coloniale di Tianjin (le concessioni straniere sono considerate in Cina come il momento più umiliante della storia nazionale) sono stati recentemente citati come esempi della vicinanza tra Roma e Pechino. Ma l’Italia è arrivata alla Cina e alla cultura cinese in grande ritardo rispetto ad altre potenze. Eminenti sinologi e orientalisti italiani hanno dato un grande contributo allo studio della lingua e della cultura di questo Paese, ma si è trattato di casi isolati. Rispetto a Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti la nostra conoscenza della Cina è avvenuta principalmente attraverso lo studio della lingua, tanto che la maggior parte degli esperti nostrani di “affari” cinesi si è formata in questo ambito specifico per poi essere chiamata ad occuparsi di altro. Tale condizione naturalmente si è tradotta in un deficit cognitivo di quella realtà e in una maggiore difficoltà a interagire con essa in un settore strategico come quello economico.

Gabriele Natalizia e Stefano Pelaggi,
Sapienza Università di Roma – Geopolitica.info