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Agricoltura digitale: l’utilizzo delle ICT come strategia per raggiungere la sicurezza alimentare in Africa

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Secondo la Banca Mondiale, circa il 65-70% della forza lavoro in Africa sub-sahariana è impiegata nel settore agricolo, che costituisce in media il 30-40% del PIL dei Paesi del Continente (con picchi compresi tra il 50-60% in Paesi come Sierra Leone e Ciad). Inoltre, con la percentuale di aree coltivabili più alta al mondo e circa 140 milioni di persone in stato di grave insicurezza alimentare (Global Report on Food Crises, 2022), liberare il potenziale di crescita del settore agricolo del Continente rientra fra i primi obiettivi dell’Agenda 2063 dell’Unione Africana, attraverso un potenziamento delle infrastrutture, una più pronunciata integrazione dei mercati a livello continentale e, soprattutto, un accento su un’agricoltura sempre più moderna e digitalizzata. Seguendo questa linea programmatica, l’adozione del Comprehensive African Agricultural Development Programme (CAADP), uno dei programmi continentali previsti dall’Agenda 2063, e della Digital Transformation Strategy for Africa 2020-2030 promossa dalla Commissione dell’Unione Africana, incoraggia i governi degli Stati membri non solo ad investire nel settore agricolo, devolvendo annualmente almeno il 10% dei bilanci nazionali all’agricoltura e allo sviluppo rurale, ma a farlo guardando alla tecnologia digitale come la misura più efficace per incrementarne la produttività.

Il ruolo delle ICT nello sviluppo del settore agricolo.

Le tecnologie per l’informazione e la comunicazione (information and communication technologies, ICT) si rivelano essere essenziali per aumentare la produttività agricola perché possono trovare applicazione lungo tutta la filiera agroalimentare, da una miglior gestione dei fattori produttivi ad un più facile accesso al mercato.

Infatti, se poste alla base della catena di produzione, le ICT possono essere impiegate in quella che viene definita agricoltura di precisione: una strategia di gestione dell’attività agricola che utilizza sistemi satellitari, tecnologie blockchain e sistemi di machine learning per la raccolta e l’analisi di dati relativi allo stato del suolo – dalla sua percentuale di nutrienti alla quantità di acqua – per un monitoraggio preciso ed efficiente delle colture, intervenendo preventivamente su eventuali carenze d’acqua, parassiti o malattie su parti specifiche dei campi. L’impiego di queste tecnologie ha importanti effetti sulla qualità del suolo con evidenti conseguenze sulla sua produttività: il costante monitoraggio della composizione chimica del terreno permette di gestire in maniera più efficiente sia l’utilizzo di fertilizzanti che l’irrigazione secondo i tempi e le quantità adeguate alle necessità del suolo. Questo non solo permette una distribuzione più omogenea di acqua e nutrienti, assicurando che tutti i terreni possano essere messi a coltivazione – favorendo quindi un aumento della produttività/resa agricola – ma ha importanti impatti anche sul piano economico e ambientale. Difatti, un uso efficiente delle materie prime implica che queste vengano utilizzate solo dove necessario, comportando non solo un risparmio di risorse economiche ingente per il piccolo e medio produttore ma anche un minor utilizzo di pesticidi e fertilizzanti potenzialmente inquinanti e minor spreco d’acqua.

In Africa Subsahariana, estremamente promettente è il caso di FruitLook, un sistema digitale offerto dal Dipartimento di Agricoltura di Capo Occidentale in Sudafrica, che utilizzando la tecnologia satellitare fornisce ai viticoltori della regione informazioni in tempo reale circa la crescita delle colture ed il loro stato di irrigazione. Strumenti come FruitLook, basate sulle tecnologie ICT, si rivelano estremamente utili nell’adattamento della produzione agricola agli effetti del cambiamento climatico: nella Provincia di Capo Occidentale dove le previsioni prospettano un aumento della temperatura di circa 1.5°-3° entro il 2050, la riduzione delle precipitazioni innesca una competizione per le risorse tale da rendere necessario limitare lo spreco d’acqua e razionarne l’utilizzo. 

Il sistema Chamaleon and Wetting Front Detector Sensor sviluppato dal Australian Centre for International Agricultural Research (ACIAR) nell’ambito di un progetto per l’irrigazione di piccoli appezzamenti di terreno in Zimbabwe, Mozambico e Tanzania, si muove in questa esatta direzione. In questo caso la raccolta dei dati avviene attraverso dei sensori disseminati nel suolo e le informazioni circa la sua composizione chimica ed il suo stato di irrigazione vengono inviate attraverso un dispositivo cellulare direttamente al produttore agricolo. Una delle maggiori sfide all’utilizzo su larga scala di queste tecnologie risulta essere la sua inaccessibilità alla maggior parte dei lavoratori del settore agricolo: mentre per agricoltori di grandi aziende la penetrazione digitale si è dimostrata facile e rapida, per piccoli produttori l’irreperibilità di determinati strumenti come satelliti GPS, sensori e dispositivi cellulari per mancanza di risorse economiche costituisce un importante ostacolo alla modernizzazione del lavoro agricolo.

I vantaggi dell’utilizzo delle tecnologie ICT non si manifestano solo all’inizio della catena produttiva ma lungo tutta la filiera agroalimentare. In particolare, in Africa le supply chain risultano essere estremamente frammentate: infatti, prima che le materie prime raggiungano il piccolo agricoltore, passano da grandi aziende di import su scala nazionale a distributori a livello regionale fino ai cosiddetti agro-dealers, piccoli negozi per la vendita al dettaglio. Accorciare la catena di approvvigionamento, riducendo il numero di intermediari, permetterebbe di avvicinare il venditore all’agricoltore con un risparmio sul costo dell’acquisto di materie prime tale da rendere il prodotto finito meno costoso e quindi più competitivo sul mercato ma anche da determinare un certo margine di ritorno sull’investimento (return on investment, ROI) che permetterebbe all’agricoltore di investire di più per il proprio raccolto. In tal senso, un esempio è Twiga Foods, un’azienda keniota che attraverso un’applicazione su cellulare mette in contatto diretto agricoltori e venditori consentendo la distribuzione di prodotti ortofrutticoli in tutto il Kenya attraverso una fitta rete di punti di raccolta e veicoli di consegna. 

Non solo venditori e produttori, ma mettere in contatto agricoltori di aree diverse di un territorio su un’unica piattaforma innescherebbe una più efficace circolazione di informazioni: dati metereologici in tempo reale, presenza di parassiti in una specifica area del territorio, informazioni sui prezzi di mercato e così via. AgriPredict, un’azienda di Lusaka fondata nel 2016, si pone esattamente questo obiettivo: creare uno spazio digitale di knowledge-sharing a cui i produttori agricoli possano accedere attraverso il proprio cellulare per avere informazioni necessarie a compiere delle scelte consapevoli riguardo la pianificazione e la gestione del proprio lavoro, dal momento giusto per il raccolto, ai migliori fertilizzanti da usare, all’adozione di tecnologie più innovative.

Sfide alla digitalizzazione: il divario urbano-rurale e le infrastrutture.

Il settore agricolo africano è trainato prevalentemente da piccoli agricoltori: la maggior parte delle terre coltivabili è, infatti, frammentata in piccoli appezzamenti che non superano i cinque ettari e da cui dipende circa il 70% dell’approvvigionamento alimentare del Continente. Infatti, se una rivoluzione digitale potrebbe incrementare enormemente la produttività agricola africana, è necessario che questa coinvolga in primo luogo i piccoli produttori che, tuttavia, basano la propria agricoltura principalmente su metodologie produttive a basso rendimento, tradizionali, e abitano prevalentemente in comunità rurali senza accesso a risorse digitali di alcun tipo che possano aumentare la produttività delle proprie rendite o facilitarne l’accesso al mercato. 

Nello specifico, il divario fra aree rurali e urbane pone una sfida importante alla digitalizzazione del settore primario. Le zone rurali, dov’è concentrata la piccola proprietà agricola, sono caratterizzate prevalentemente da uno scarso sviluppo infrastrutturale che spesso non consente accesso all’elettricità e, di conseguenza, alla connessione internet. Inoltre, la disparità economica a svantaggio delle comunità rurali rende impossibile per il piccolo produttore non solo permettersi l’acquisto di dispositivi elettronici, ma anche disporre del giusto know-how per un uso corretto delle tecnologie ICT in questione. Infatti, il limitato tasso di alfabetizzazione digitale nelle comunità rurali non permetterebbe un adeguato utilizzo di tali tecnologie, qualora venissero introdotte.

Strategie nazionali per una digitalizzazione del settore agricolo.

Lo sviluppo di un sistema di infrastrutture adeguato a supportare una transizione digitale è una condizione imprescindibile allo sviluppo di un’agricoltura sempre più digitalizzata: in particolare, è essenziale diminuire il divario fra zone urbane e zone rurali, dove si concentra la gran parte della forza lavoro del settore agricolo ma dove spesso manca un’adeguata copertura di rete o in primo luogo l’elettricità. 

Un primo passo è il riconoscimento a livello continentale e locale della necessità di adeguate politiche volte ad inserire la digitalizzazione fra gli elementi prioritari per lo sviluppo dell’economia ed in primo luogo del settore agricolo in Africa. In tal senso, non solo la Digital Transformation Strategy 2020-2030 promossa dall’Unione Africana ma anche strategie nazionali come la Nigeria Digital Agriculture Strategy (NDAS), la Smart Rwanda Master Plan o la Digital Ethiopia 2025 contribuiscono a stabilire la direzione verso cui orientare l’allocazione degli investimenti pubblici e a creare un clima favorevole agli investimenti privati e alla nascita di imprese locali. Nello specifico, incoraggiare gli investimenti privati, gli investimenti diretti esteri o meccanismi di partenariato pubblico-privato permetterebbe di colmare in parte la limitata disponibilità di finanziamenti pubblici e dare un impulso decisivo alla modernizzazione del settore agricolo in Africa. Il Kenya ne è un esempio calzante: con Nairobi come culla delle innovazioni tecnologiche e hub di un numero sempre maggiore di nuove start-up locali, il Paese è alla guida dell’agritech in Africa. A sostenere questa crescita una propizia combinazione di investimenti privati ed esteri e un quadro legislativo estremamente favorevole all’iniziativa economica privata che ha creato ad oggi una delle economie più digitalizzate del Continente, soprattutto nel settore agroalimentare.

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