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Il continente africano nel 2023: traguardi e fragilità in un contesto multipolare

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L’anno 2023 ha visto diversi sviluppi in Africa con impatti significativi sia sulle dinamiche interne del continente che sul rapporto di quest’ultimo con il mondo. Se l’adesione dell’Unione africana (UA) al G20, con il raggruppamento delle 55 nazioni africane che si unisce all’Unione Europea come seconda organizzazione regionale membro permanente, e l’entrata dell’Egitto e dell’Etiopia nel gruppo dei Brics-Plus possono essere considerate avanzamenti diplomatici, la persistenza dei conflitti violenti e la qualità ineguale delle risposte del continente ricordano la fragilità dei suoi Stati, che non può essere spiegata solo dalla loro giovinezza.

Dal punto di vista geostrategico, il continente nel 2023 è stato terreno di forti contrasti. La volontà affermata di emancipazione, caratterizzata dal rinnovato panafricanismo dai contorni sfumati, è messa in discussione dai deficit strutturali degli Stati,  come dimostrano quattro principali tendenze: l’intensificazione dei conflitti nel continente, la crisi del multilateralismo africano, l’incapacità degli egemoni regionali di stabilizzare le crisi e il mutevole schieramento dei Paesi africani nei confronti delle principali potenze.

Il continente ha visto un’ intensificazione dei conflitti in molteplici regioni, con scontri tra una moltitudine di attori statali e non statali, come ad esempio, la guerra civile in Sudan tra l’esercito sudanese e le Rapid Support Forces, un gruppo paramilitare che un tempo gli era alleato. L’aggravarsi delle ostilità nell’est della Repubblica Democratica del Congo, alimentato dalle rivalità tra paesi vicini (Rwanda e Uganda), blocchi regionali e manipolazioni identitarie, è un ulteriore esempio. Nel Sahel, i regimi militari di transizione in Mali, Niger e Burkina Faso hanno optato per la guerra per rispondere alla persistenza dell’insurrezione di gruppi politico-militari e terroristici. Dietro questa scelta si nasconde l’incapacità degli attori di identificare e concordare soluzioni politiche. La denuncia delle missioni ONU di peacekeeping, seguita dalla loro espulsione, come nel caso della MONUSCO nella  Repubblica Democratica del Congo e della MINUSMA in Mali, è una delle manifestazioni paradossali di questo orientamento militarista.

La seconda tendenza, spesso sottovalutata, è la crisi del multilateralismo africano. Mentre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è paralizzato, l’Unione africana e le organizzazioni regionali del continente soffrono dell’incapacità di ripristinare la pace e la sicurezza. I disaccordi sulla gestione dei colpi di stato in Niger e Gabon indicano una mancanza di unanimità tra gli Stati e all’interno dei blocchi regionali. Ad esempio, nonostante la sua sospensione da parte dell’Unione africana (UA) e della Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC), il capo della transizione gabonese, il generale Oligui Nguema, è stato ricevuto da tutti i presidenti della regione, tranne che dall’Angola. L’incoerenza degli attori africani di fronte ai colpi di stato e l’inefficacia di fronte alle crisi in Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Sahel derivano dalla concorrenza tra interessi nazionali, da una forma di opportunismo politico e soprattutto dalla limitata autonomia accordata alle organizzazioni regionali. Di conseguenza, l’assenza di un consenso tra le organizzazioni regionali porta alla loro paralisi nonostante la gravità delle crisi. L’incapacità dell’Unione Africana di gestire la profonda crisi tra Marocco e Algeria, che si contendono la presidenza rotativa dell’organizzazione, minaccia di paralizzarne il funzionamento nel nuovo anno.

Poi è emersa l’inefficacia delle potenze regionali come agenti di stabilizzazione delle crisi. In Mali, l’accordo di pace di Algeri del 2015, finalizzato a risolvere i conflitti nella regione, in particolare quelli legati alle ribellioni tuareg nel nord del Paese, è stato messo da parte dalle autorità di transizione. Queste ultime hanno privilegiato l’approccio militare e ad oggi le riconfigurazioni strategiche nel Sahel, tra il contagio dei colpi di stato e l’irruzione dei paramilitari russi, non solo hanno estromesso la Francia dal teatro regionale, ma hanno anche indebolito le relazioni tra Algeria e Mali. Nella regione dei Grandi Laghi, il Kenya, coinvolto nel processo di Nairobi per riportare la pace nell’est della Repubblica Democratica del Congo, non è riuscito a raggiungere un accordo politico sulla questione degli insorti del M23 o sulla cessazione delle ostilità. Nella stessa regione, l’Angola non è riuscita a ottenere una normalizzazione delle relazioni tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, e la fragile tregua tra i due paesi basata sugli accordi di Luanda è ormai in frantumi. Si osserva una tendenza simile in Sudan, dove l’escalation continua nonostante i tentativi di mediazione di Kenya ed Etiopia. In Africa australe, il Mozambico, alle prese con un’insurrezione jihadista nella provincia del Cabo Delgado, ha preferito un intervento bilaterale del Ruanda, limitando la forza regionale guidata dal Sudafrica ad un ruolo secondario.

Infine, due anni dopo l’inizio della guerra in Ucraina, le ambiguità degli Stati africani di fronte ai conflitti sono più visibili che mai. Di fatto, una parte considerevole dell’opinione pubblica africana e dei capi di Stato continua a considerare il conflitto russo-ucraino soprattutto dal punto di vista della competizione geopolitica e in base dei propri interessi, esprimendo simpatia per la Russia e indifferenza per le conseguenze di questa guerra sul diritto internazionale. Parallelamente, se da un lato viene condannato il presunto doppio standard degli “occidentali” nel trattare l’offensiva israeliana a Gaza, dall’altro emerge chiaramente l’inerzia africana di fronte ai conflitti in Sudan o nell’est della Repubblica Democratica del Congo.

Oltre a dotarsi degli strumenti per ricreare un consenso africano sulle questioni di pace e sicurezza, come nel caso dell’Architettura Africana per la Pace e la Sicurezza (APSA), l’Unione Africana deve uscire dal suo provincialismo africano per essere al centro del multilateralismo globale e diventare una forza propositiva su questioni di portata mondiale. L’adesione dell’UA al G20 e il crescente consenso tra le grandi potenze sull’inclusione degli Stati africani come membri permanenti del Consiglio di sicurezza potrebbe aprire a nuovi scenari nel 2024. Il continente, desiderato come attore politico da partner esterni, deve fare però i conti con la sua frammentazione interna che non gli consente di emergere come forza propositiva in un mondo multipolare.

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