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L’Africa diventerà il crocevia energetico per l’Italia? La strategia del Bel Paese

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L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha sottolineato come oggi più che mai la sicurezza energetica sia uno dei punti cardini della stabilità internazionale. L’Unione Europea, da anni portavoce più rilevante del processo di transizione energetica, si trova di fronte ad un crocevia: investire massicciamente nella diversificazione delle fonti o aspettare che qualcun altro decida le sorti del proprio destino. Questa impasse decisionale ed eutanasia politica potrebbe avere gravi ripercussioni nel panorama energetico europeo tanto che alcuni paesi si stanno muovendo in autonomia. L’Italia è certamente tra gli Stati Membri più proattivi che, per ragioni storiche, geografiche e culturali, ha posato i suoi occhi sempre più sul continente africano. Sarà in grado quest’ultimo di poter soddisfare i fabbisogni energetici di Roma?  

L’indipendenza energetica in quel di Bruxelles 

29 miliardi di metri di gas russo: l’Italia è chiamata a sostituire una quantità esorbitante di gas alla luce dell’invasione dell’Ucraina. Apparentemente, sembra una sfida impossibile; concretamente, è una sfida alla portata di Roma. Attualmente, la tanto attesa e desiderata indipendenza energetica, alla quale ambiscono sia l’Unione Europea che tutti i suoi 27 Stati Membri, risuona nei corridori di Bruxelles come una delle priorità assolute. Negli ultimi anni, altisonanti progetti, in primis Green Deal e Fit for 55, sono stati delineati e implementati a livello comunitario. 

L’adozione formale il 1° dicembre 2021 della nuova strategia infrastrutturale, Global Gateway, sembra calzare a pennello: il settore digitale, energetico e dei trasporti diventeranno sempre più interconnessi e favoriranno la creazione di un sistema di legami sostenibili in tutto il mondo, con un particolare focus sul continente africano. Quest’ultimo è stato identificato come il crocevia energetico ed infrastrutturale che permetterà all’Unione Europea di accelerare la transizione verde ed energetica rafforzando, al contempo, i sistemi sanitari, l’istruzione e la formazione in alcuni dei Paesi più sottosviluppati a livello globale. 

Dal punto di vista energetico, l’enfasi è stata posta sulla produzione di idrogeno pulito in Africa, continente nel quale una rilevante diffusione e promozione delle energie rinnovabili e della produzione di idrogeno porterebbe ad accumulare almeno 40 gigawatt di capacità degli elettrolizzatori entro il 2030. L’Europa mira ad aumentare la propria capacità di produzione di energia rinnovabile di almeno altri 300 GW; un’ambizione così forte non sarebbe possibile senza la controparte africana, dove le imponenti potenzialità energetiche si scontrano tradizionalmente con un’incapacità di concretizzare le risorse disponibili dovuta ad una serie di fattori strutturali che variano di nazione in nazione. È sempre importante ricordare come l’Africa sia composta da 54 paesi che rappresentano circa un quarto di tutti i paesi del mondo, con le dovute diversità e varietà che sono di casa nel continente. 

Da sempre, l’Africa è (probabilmente) la migliore rappresentazione della cosiddetta ‘croce e delizia’: un continente tanto rigoglioso ed ambito, quanto incapace di prendere le redini del proprio destino. Tuttavia, qualcosa a livello continentale si è mosso e, oggi più che mai, la stabilità internazionale sembra poggiare sulle spalle di questo gigante dormiente. L’Italia ne è pienamente consapevole e, nella caccia alla diversificazione delle fonti, vuole sfruttare a pieno questo slancio dal punto di vista energetico. 

La missione energetica italiana 

Il governo Draghi ha cominciato la sua missione a 360° che comprende la dimensione energetica, economica e di sicurezza. Se da un lato, l’Africa mira a diventare il crocevia energetico per l’Europa, dall’altro l’Italia ha tutte le carte in regola per ambire ad essere il ponte infrastrutturale tra questi due continenti. Diminuire la dipendenza da Mosca come fornitore di materie energetiche prime comporta necessariamente un focus sullo sviluppo di partnership strategiche con alcuni paesi africani e la promozione di una risorsa alternativa che potrebbe risolvere qualche più di grattacapo. 

Grazie alla sua posizione geografica e conformità territoriale, l’Italia potrebbe diventare una delle protagoniste nel consolidamento della filiera dell’idrogeno che, secondo alcune stime, potrebbe arrivare a coprire il 23% della domanda energetica nazionale al 2050. Proprio il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) ha posto al centro di tutto questa risorsa energetica, non solo a parole: una buona fetta dei circa 209 miliardi che verranno stanziati da Bruxelles per la ripresa economica post-Covid 19 serviranno a ridurre le emissioni climalteranti a livello nazionale. La rete di gasdotti presente sul territorio verrà ammodernata e potenziata al fine di importare l’idrogeno prodotto in Africa dall’energia solare tanto che, nel collettivo immaginario, proprio il bel Paese possa diventare l’hub europeo per l’idrogeno per eccellenza. 

Rendere l’Italia (almeno parzialmente) sempre più autonoma dal gas russo è una sfida che il governo ha promesso di realizzare. Sarebbe una grande iniezione di fiducia per i propri cittadini e una prova di forza a livello comunitario che rilancerebbe le prospettive e l’autorità di Roma che, negli ultimi anni, si sono affievolite e scalfite. Per diversificare l’approvvigionamento di energia, l’Italia è scesa in campo con il Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi di Maio, e l’AD di ENI, Claudio Descalzi, la cui compagnia opera attivamente da anni in alcuni Paesi africani chiave per raggiungere l’affrancamento dalle forniture di gas russo. Questo duplice protagonismo, condotto armonicamente, potrà portare a risultati estremamente soddisfacenti che, nel giro di 24-30 mesi, renderanno il Bel Paese autonomo dalle forniture russe. Una serie di tappe nel Nord Africa e nell’Africa Australe segnala come la strategia sia ben strutturata e delineata. Il nuovo modus operandi italiano sarà quello del ‘seminare e raccogliere’. 

Quali sono i paesi africani con i quali collaborare da vicino?

Dall’Algeria alla Nigeria, dal Congo all’Angola, fino al Mozambico. Le recenti visite dei sopracitati attori italiani alle rispettive controparti di questi paesi non possono che rappresentare un valore aggiunto per ambo le parti. Tutti questi paesi potranno beneficiare di un contributo economico, istituzionale e sociale da parte di Roma volto a risolvere alcuni dei problemi strutturali che attanagliano da secoli le regioni più turbolente dell’Africa. Citiamo povertà, terrorismo, criminalità, disoccupazione, alcuni più radicati, altri più tradizionali. L’Italia ed ENI possono contribuire alla risoluzione di queste criticità e, al contempo, beneficiare di quelle risorse energetiche presenti in questi paesi, tanto ambite a livello globale. 

L’Algeria è stata, confermando le previsioni, il punto di partenza. Un’intesa è stata trovata sulla base di 10 miliardi di metri cubi di gas che transiteranno attraverso il Transmed. ENI e l’azienda di stato algerina Sonatrach hanno instaurato una partnership strutturale e duratura che confermano il trend attuale di esportazioni del paese nord-africano verso l’Europa, il quale ricoprirà un ruolo fondamentale nella transizione energetica e nello sviluppo delle rinnovabili. Algeri spera che l’attuale instabilità politica interna possa essere risolta attraverso una crescita reputazionale ed una presenza massiccia di aziende internazionali che contribuiranno all’innalzamento della qualità di vita locale attraverso la creazione di posti di lavoro e promozione di tecnologie uniche nel loro genere. 

In Nigeria ed in Congo, Ansaldo ed ENI hanno recentemente stipulato svariate collaborazioni energetiche. Nel paese più popoloso dell’Africa, Ansaldo e Geregu Power Pic collaborano sull’innovazione infrastrutturale di alcune centrali elettriche situate ad Aiakouta, nello stato di Kogi. Nel blocco Marine XII, ENI avvierà nel 2023 un progetto sul gas liquefatto, una risorsa commerciale che, assieme ai milioni di barili di petrolio, rappresenta un valore aggiunto per il Congo ed il suo Presidente della Repubblica Denis Sassou N’Guesso. Corruzione e terrorismo sono due criticità che hanno devastato e tuttora devastano questi due paesi e il loro comparto istituzionale, certamente Roma può aiutare in tal senso ad attenuare le ripercussioni che dilagano ad Abuja e Brazzaville. 

L’Africa Australe è certamente la regione meno dibattuta a livello internazionale, dove il Sudafrica è il pivot indiscusso, ma non per questo meno ricca di risorse e potenzialità. La costituzione di Azule Energy a marzo 2022, una nuova joint venture paritetica che unirà le attività angolane e quelle di ENI nel paese, sottolineano come Roma e Luanda viaggiano nella stessa direzione. La recente visita del Ministro Di Maio a Maputo è emblematica in quanto il Mozambico, con le sue ingenti riserve di idrocarburi nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, rappresenta una pedina fondamentale nella partita italiana. Quest’ultimo paese specialmente soffre una condizione di instabilità tra le più delicate dell’Africa, con più di 700 mila persone fuggite dalle proprie case. L’Italia potrebbe rappresentare quell’attore esterno, che è sempre mancato, in grado di garantire equilibrio e sicurezza, concetti che sembrano disconosciuti e quasi in disuso da quelle parti. 

In conclusione, l’Africa ed alcuni dei suoi stati possono rappresentare la più valida (e concreta) alternativa energetica alla Russia sia per l’Europa che, soprattutto, per l’Italia. Le risorse e le basi ci sono, il governo Draghi ha cominciato la sua semina. Solo il prossimo futuro ci potrà dire se quello che raccoglieremo potrà essere un valore aggiunto per tutti gli attori in gioco. Lo sarà se alle parole seguiranno i fatti. Lo sarà solo con la partecipazione e la consapevolezza di tutti. Non ci resta che attendere.

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