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19/06/2023
Africa Subsahariana, Cina e Indo-Pacifico

Africa, la Cina sempre più vicina. Dopo aver rafforzato i legami con l’Eritrea, Pechino è pronta ad investire 150 miliardi per costruire 123 nuove città in tutto il continente

di Tommaso Di Caprio

La Cina continua a puntare sull’Africa. Nel mese scorso a Pechino il Presidente cinese Xi Jinping ha avuto dei colloqui con il leader dello Stato dell’Eritrea, Isaias Afwerki, per rinnovare la cooperazione tra i due Paesi. Ma il Dragone punta a rafforzare la propria presenza in tutto il continente, e attraverso la holding Temasek del governo di Singapore sta valutando, insieme all’Unione africana, la possibilità di sostenere un piano d’investimenti da 150 miliardi per costruire 123 nuove città.

La Cina continua a puntare sull’Africa. Nel mese scorso a Pechino il Presidente cinese Xi Jinping ha avuto dei colloqui con il leader dello Stato dell’Eritrea, Isaias Afwerki, per rinnovare la cooperazione tra i due Paesi. Ma il Dragone punta a rafforzare la propria presenza in tutto il continente, e attraverso la holding Temasek del governo di Singapore sta valutando, insieme all’Unione africana, la possibilità di sostenere un piano d’investimenti da 150 miliardi per costruire 123 nuove città.  

L’Africa ha un ruolo cruciale nei progetti della Cina, non solo per via delle sue potenzialità economiche e demografiche, ma anche perché rappresenta una possibile testa di ponte verso l’Europa, principale tassello della sfera d’influenza degli Stati Uniti. 

I rapporti tra Pechino e il continente africano vanno avanti ormai da molto tempo e negli ultimi trent’anni la Cina si è premurata di fornire ai Paesi africani infrastrutture a basso costo ottenendo in cambio l’accesso alle risorse minerarie ed energetiche locali e l’appoggio politico nei consessi internazionali

Il continente africano è sempre stato oggetto di interessi economici da parte delle potenze straniere, ma negli ultimi vent’anni  Cina e Russia si sono dimostrate fortemente intenzionate a concentrarsi sugli investimenti strutturali e di lungo corso, lasciando in affanno sia l’Ue che Washington, costrette sempre più spesso a rincorrere.

Con il tempo, la cooperazione sino-africana è diventata ancora più trasversale e la Cina è stata coinvolta non solo nella costruzione di infrastrutture e nell’estrazione mineraria ma anche nell’ambito dell’assistenza sanitaria come dimostra il ruolo fondamentale giocato delle équipe mediche cinesi sia durante l’esplosione dell’epidemia di Ebola che colpì l’Africa occidentale nel 2014 che di recente con la pandemia causata dal COVID19.

D’altronde, i piani di Pechino in politica estera sono ormai abbastanza chiari: il Dragone è fermamente intenzionato a schierarsi al fianco dei Paesi in via di sviluppo non solo nel continente africano ma in tutto il mondo, per attrarre sempre nuovi partner nella propria sfera d‘influenza. 

I legami Cina-Eritrea e l’importanza strategica del Corno d’Africa  

Il caso dell’Eritrea è in tal senso emblematico. I recenti colloqui avvenuti a Pechino tra il presidente Xi-Jinping e il suo omologo, il Presidente dello Stato dell’Eritrea Isaias Afwerki, hanno rafforzato ulteriormente i legami tra i due Paesi ribadendo la volontà cinese di impegnarsi nel raggiungimento di una pace regionale equa e libera dalle pressioni internazionali. 

Dietro alle formule diplomatiche di rito si cela l’interesse concreto di Pechino per la regione del Corno d’Africa, una delle aree militarmente più calde del pianeta in quanto soggetta a continui conflitti e crisi politiche, ma anche una delle più importanti dal punto di vista geopolitico per via della sua posizione di raccordo tra la Penisola arabica, l’India, l’Africa e il mediterraneo. 

La Cina ha sempre elogiato l’atteggiamento dell’Eritrea per la sua politica estera “indipendente” che l’ha resa sempre più isolata a livello internazionale anche a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti nel 2021 per il coinvolgimento nel conflitto del Tigrai dove gli eserciti di Asmara e Addis Abeba si sarebbero macchiati di atroci “crimini di guerra”.  

A Pechino hanno sempre considerato le sanzioni imposte dagli Usa all’Eritrea ingiuste e unilaterali, concetto  ribadito di recente  anche dal presidente Xi Jinping durante la visita del leader eritreo in Cina. 

Dal suo punto di vista, Asmara ha ricambiato il favore a Pechino per il suo appoggio,  spalancando le porte al Dragone con l’adesione all’iniziativa della Belt and Road (Nuova Via della Seta) nel 2021. 

Oltre alle consuete relazioni diplomatiche tra Pechino e Asmara c’è poi un legame speciale che unisce direttamente il presidente eritreo Afwerki alla terra del Dragone. Nel 1967, il leader del Paese africano svolse il suo addestramento militare proprio in Cina e quell’esperienza deve aver conservato un’influenza importante nelle successive scelte politiche di Afwerki – che fu tra i fondatori nel 1970 del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo (FPLE) – come ha dichiarato di recente al Global Times Liu Qinghai, professore presso l’Istituto di Studi Africani della Zhejiang Normal University

Afwerki ha una profonda comprensione e intuizione della situazione internazionale e regionale del proprio Paese e condivide con la Cina opinioni simili sulla difesa dell’indipendenza, sul mantenimento della stabilità politica e sociale e sull’esplorazione del proprio percorso di sviluppo. 

Tuttavia, i piani di Pechino per l’Eritrea riguardano sostanzialmente l’aspetto geopolitico e strategico, piuttosto che quello economico-commerciale. Infatti, al di là delle piccole risorse minerarie disponibili, il piccolo stato africano non è in grado di offrire molto altro in cambio. Il Paese è attraversato dai flussi migratori dell’Africa Orientale diretti in Nord Africa ed Europa e la situazione politica continua ad essere influenzata dal conflitto con l’Etiopia del 1998-2000. Inoltre, a dispetto della sua posizione geografica che la colloca potenzialmente alla portata di numerose rotte commerciali, facendo da collegamento tra il Medio Oriente, l’Africa, l’India e il Mediterraneo, l’Eritrea resta una delle nazioni più povere e sottosviluppate del pianeta

Quindi, l’affaccio del paese sulle coste del Mar Rosso è strategicamente importante perché consentirebbe a Pechino di consolidare la propria influenza su uno dei colli di bottiglia del commercio internazionale e avvicinarsi alla zona del Mediterraneo attraverso una politica di acquisizione e controllo di nuovi impianti portuali, cosa che sta già facendo da diversi anni in Europa

Il Piano di Pechino da 150 miliardi per l’Africa

La ventisettesima edizione del World Population Prospects, il rapporto pubblicato dal Dipartimento per gli Affari economici e sociali del Segretariato delle Nazioni Unite in cui sono calcolate varie stime di crescita del numero degli abitanti sul pianeta fino al 2100, prevede che entro il 2050 il continente africano arriverà a contenere il 23 per cento della popolazione mondiale (che dovrebbe raggiungere i 9,8 miliardi), ovvero ben 2,3 miliardi di persone. Ciò significa che il futuro dell’Africa è legato anche aduna pianificazione urbana efficace e sostenibile.  

In questo scenario è pronta ad inserirsi la Cina che starebbe valutando, insieme all’Unione africana (Ua), la possibilità di investire nella futura pianificazione urbana del continente con un progetto da 150 miliardi di dollari. Il progetto ruota attorno al numero 123, come le città che dovrebbero sorgere in tutto il continente e i 123 milioni di posti di lavoro creati. 

Secondo la notizia riportata dall’agenzia Bloomberg, la holding Temasek controllata  dal governo di Singapore starebbe vagliando diverse possibilità per la realizzazione di un piano di investimenti coordinato con le società sudafricane Regen Africa e communiTgrow e finalizzato alla costruzione di oltre un centinaio di centri urbani «rigenerativi» nel Continente per rispondere all’esigenza di un’urbanizzazione sempre più intensa. 

Il piano d’investimenti, denominato Africa123, stima che ciascuno dei 55 Paesi aderenti all’Ua potrebbe costruire da una a tre città nell’arco di 20 anni, tenendo conto di specifici criteri quali le dimensioni e il Pil, innescando così un circolo virtuoso di investimenti su scala panafricana. Per decollare, l’iniziativa ha bisogno di 150 miliardi di dollari in finanziamenti, un valore quasi analogo ai 150 miliardi di euro (su 300 totali) che l’Ue ha stanziato per l’Africa nel suo piano di investimenti Global Gateway, la risposta europea alla Via della Seta. 

Tuttavia, la Cina rimane in vantaggio rispetto all’UE in tema di partnership economiche. Pechino è stato il principale partner commerciale dell’Africa per 12 anni consecutivi e le banche di sviluppo cinesi hanno prestato ai paesi africani più del doppio rispetto a quelle di Stati Uniti, Germania, Giappone e Francia messe insieme. Prendendo come riferimento il periodo 2007-2020, la China Exim Bank e la China Development Bank hanno erogato finanziamenti per 23 miliardi di dollari, mentre tutte le principali istituzioni finanziarie internazionali per lo sviluppo messe insieme hanno stanziato solamente 9,1 miliardi di dollari.

Nel corso degli anni, la Cina si è impegnata a sostenere grandi investimenti in Africa ma cercando di non incentivare i cambiamenti strutturali nell’economia dei diversi paesi assistiti, in modo da renderli sempre dipendenti dall’aiuto esterno. In questo modo, il grande afflusso di capitali stranieri, così come l’instabilità politica di molti paesi beneficiari degli investimenti e lo strapotere esercitato da Pechino – tanto sul piano economico e commerciale quanto politico – hanno alimentato il circolo vizioso dell’urbanizzazione selvaggia e disorganizzata in molte aree del continente africano, determinando un sovraffollamento dei contesti metropolitani e la simultanea marginalizzazione delle periferie, caratterizzate da una bassa qualità della vita, a volte anche inferiore rispetto alle zone rurali. Ora, grazie al poderoso piano Africa123, la Cina vuole aiutare i paesi africani a risolvere proprio quelle criticità che in parte ha contributo a creare, rafforzando allo stesso tempo la propria presenza nel continente. Ogni progetto dovrebbe passare per tre «step» con scadenze fisse: 24 mesi per la pianificazione complessiva, 12 mesi per l’approvazione finanziaria e dai 15 ai 20 anni per la costruzione e la «consegna» finale della città. I primi tre insediamenti dovrebbero essere realizzati in Ghana, con circa 800mila unità abitative per 3 milioni di persone, per poi allargarsi ad altre aree accuratamente selezionate nel continente. L’iniziativa prevede uno stimolo all’economia globale da 20mila miliardi di dollari Usa in due decenni.

Un disegno ambizioso, dunque, che tra le altre cose consentirebbe a Pechino di fare ulteriormente leva sul retaggio coloniale lasciato dalle nazioni occidentali nel continente, ribaltando il modello implicito nelle disparità sociali ed economiche delle Afriche a favore della nuova potenza salvatrice proveniente dal Sol levante. 

Conclusioni 

Uno dei principali motivi del successo cinese in Africa è dovuto al fatto che oggi in Africa la Cina non ha altri concorrenti in grado di ostacolare la sua influenza economico-commerciale. La Russia, che pure è tornata a puntare forte sull’Africa, non ha la capacità economica cinese ma soprattutto è impegnata in una lunga guerra di logoramento in Ucraina che non gli consente di spostare importanti risorse militari e strategiche in altre zone del pianeta con estrema leggerezza.

Per quanto riguarda l’Ue, il Global Gateway, lanciato nel dicembre 2021, oltre a vincolare i progetti ad una doppia condizionalità – quella ambientale che esclude ogni investimento sui combustibili fossili e quella del rispetto dei diritti umani – presenta un’architettura finanziaria piuttosto complicata. Dei 300 miliardi annunciati solo 18 saranno sovvenzioni dirette provenienti da programmi comunitari dedicati all’azione esterna mentre 145 miliardi arriveranno dalle banche di investimento dei Paesi membri e dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Ebrd) allungando ulteriormente i tempi degli investimenti. 

Infine, è importante sottolineare un ulteriore aspetto, ovvero che Pechino nel suo passato non è mai stata una potenza coloniale nel continente africano. Questo è un dato molto importante perché è ciò che ha inizialmente permesso alla Cina di mantenere, almeno superficialmente, una politica di non ingerenza negli affari interni dei paesi nei quali ha deciso di investire, convincendo i suoi partners a fidarsi e ad intrecciare relazioni diplomatiche e di sicurezza nazionale che vanno oltre i classici investimenti infrastrutturali e commerciali.   

Avendo chiara questa prospettiva, è possibile vedere come il progetto Africa123 rappresenta un’ulteriore conferma della lungimirante strategia geopolitica del Dragone che punta ad estromettere l’Ue anche dai progetti legati al sostegno dello sviluppo demografico del continente africano, prendendo in mano il controllo della pianificazione urbana. 

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