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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaAfghanistan: un’instabilità senza fine

Afghanistan: un’instabilità senza fine

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Recentemente è stata adottata la risoluzione n. 2513 su l’Afghanistan, per fare il punto della situazione interna al Paese, da troppo tempo alla ricerca di una stabilità continuativa.

Nel mese di marzo 2020, il Consiglio di Sicurezza ha adottato la seguente risoluzione, richiamandosi a precedenti risoluzioni ( la n. 2215 del  2015,  la n. 2344 del 2017 , la n. 2489 e la n. 2501 entrambe  del 2019)  ed alla Dichiarazione del suo Presidente, del 19 Gennaio 2018 S/PRST/2018/2), sul mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, sulla questione del terrorismo e su come quest’ultimo rappresenti una minaccia continua alla stabilità del Paese.

Sottolineando l’importante ruolo che le Nazioni Unite, soprattutto per mezzo della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), avevano svolto fin lì e avrebbero continuato a svolgere nel promuovere la pace e la stabilità, riaffermando l’impegno e l’auspicio del Consglio di Sicurezza per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la prosperità del Paese, aspetti necessari ed urganti per il popolo afgano, veniva  altresì evidenziato come una pace sostenibile dovesse avvenire “attraverso un processo di pace a guida afghana, di proprietà afgana..”, accogliendo al contempo, gli sforzi profusi sia internamente, che a livello di partner regionali e internazionali, per sostenere la pace, la riconciliazione e lo sviluppo interno del Paese.

In tale risoluzione, veniva poi evidenziata una sensibile riduzione della violenza, su scala nazionale, molto probabilmente a causa e  grazie ai colloqui intercorsi  tra Stati Uniti e Talebani, così come grazie alle consultazioni con il Governo della Repubblica Islamica dell’Afghanistan (non riconosciuto alle Nazioni Unite): tali passi sembravano aver posto le premesse per la creazione di un ambiente favorevole ai negoziati di pace, a cui si accompagnava la concessione di maggiori libertà di movimento ed una riduzione delle vittime tra i civili, soprattutto tra i bambini; in tale clima generale, si chiedeva al Governo di partecipare ai negoziati con un team  misto, che comprendesse, oltre a leader politici, anche esponenti della società civile afgana e donne, quest’ultima rappresentanza non affatto scontata, se si pensa alla condizione femminile degli ultimo decenni!

Al tempo stesso, si plaudiva la creazione governativa della Difesa Nazionale Afghana e delle Force di Sicurezza (ANDSF), e della Polizia Nazionale Afgana (ANP), con l’obiettivo di rendere sicuro il Paese e combattere contro il terrorismo.  Veniva poi enfatizzato l’impegno da parte dei talebani nel far sì che qualsivoglia gruppo o individuo collegato ad Al-Qaida, ISIL o ad altre organizzazioni con finalità terroristiche, non potesse in alcun modo servirsi dell’Afghanistan per minacciare la sicurezza degli altri Paesi, nè potesse operare in territori stranieri, così come si sono impegnati a prendere parte ai negoziati intra-Afghanistan  per discutere e concordare una soluzione politica e le modalità di un cessate il fuoco definitivo, il rilascio dei prigionieri e la lotta contro la produzione e la diffusione della droga nel mondo, il cui traffico di oppiaeci ha  origine proprio in Afghanistan.

In tale contesto, gli sforzi volti a ristabilire la pace, traevano la loro “legittimazione” ed autorevolezza dalla Dichiarazione Congiunta tra la Repubblica Islamica dell’Afghanistan e gli Stati Uniti d’America per Portare la Pace in Afghanistan (Joint Declaration S/2020/185) e dall’Accordo per Portare la Pace in Afghanistan tra gli Stati Uniti d’America e i Talebani (Agreement-S/2020/184), così come dagli Allegati A e B, acclusi ai due documenti.

Nell’ambito di tale risoluzione, veniva evidenziato come il raggiungimento della pace, così come di qualsivoglia soluzione politica non sarebbe stato possibile senza considerare il popolo afgano come un unicum di cui le varie parti- donne, giovani, minoranze- dovessero avere gli stessi diritti e ciò avrebbe consentito di “sostenere e valorizzare i risultati economici, sociali, politici e di sviluppo raggiunti nel 2001, incluso  l’adesione allo stato di diritto, il rispetto degli obblighi internazionali dell’Afghanistan”. A tale impegno da parte dei talebani, si legava strenuamente, da parte del Consiglio di Sicurezza, la richiesta di collaborazione da parte degli Stati membri, perchè i negoziati avessero successo e si arrivasse ad un accordo di pace globale e sostenibile, nell’interesse di tutti gli afgani, e a beneficio altresì della stabilità regionale e della sicurezza globale.

In aggiunta poi, il Consiglio di Sicurezza sosteneva di poter rivedere la Lista con i nomi delle persone, dei gruppi, delle imprese ed entità segnalate per finalità terroristiche e mantenute nella stessa (ai sensi della risoluzione n. 1988 del 2011 e di altre risoluzioni in materia), esortando gli Stati membri a compiere le medesime revisioni a livello nazionale, come riconoscimento dell’impegno profuso dai talebani verso la pace e la fine dalla violenza.

In tale panoramica generale, infine, il Consiglio di Sicurezza plaudeva gli impegni posti in essere da parte della comunità internazionale nel fornire assistenza umanitaria e allo sviluppo, con l’obiettivo di affrontare i bisogni urgenti manifestatisi, così come riconosceva gli sforzi della cooperazione economica internazionale e regionale per la ricostruzione dell’Afghanistan, chiedendo al Segretario Generale di essere costantemente aggiornato, con relazioni sugli sviluppi inerenti la medesima risoluzione, inclusa una propria valutazione in merito ai progressi compiuti nell’attuazione del mandato dell’UNAMA  (par. 9 della risoluzione n. 2489).

Nel frattempo…

Sembra passata un’infinità di tempo dalla promulgazione della risoluzione n. 2513del marzo scorso, eppure numerosi aspetti quali l’instabilità politica, i ritardi nell’avvio del processo di pace, la ripresa e l’escalation della violenza, così come l’esplosione della pandemia di COVID-19, a livello mondiale, hanno concorso a rendere nuovamente incandescente, e dunque particolarmente problematica, la situazione in Afghanistan, Paese che cerca di uscire da decenni di conflitto.

Ingrid Hayden, ormai ex Vice Rappresentante Speciale del Segretario Generale per l’Afghanistan, nel corso di un briefing con il Consiglio di Sicurezza tenutosi il 31 Marzo 2020, ha aggiornato il Consiglio di Sicurezza  in merito alla situazione corrente, sostenendo che l’Afghanistan stesse “raggiungendo un momento cruciale”, informando sugli sviluppi intercorsi dall’Accordo tra Stati Uniti e i talebani e la presa in carico del Presidente  Ashraf Ghani (elezioni del 28 settembre 2019, ed il cui risultato è stato contestato dallo sfidante, Abdullah Abdullah).

La Hayden ha tenuto il suo briefing coerentemente con l’ultimo rapporto del Segretario Generale sulla situazione in Afghanistan (documento S/2020/210 del 17 marzo 2020),  affermando che OGGI i leaders afgani devono riuscire ad impegnarsi in colloqui di pace con i talebani e devono farlo a causa del COVID-19, che rappresenta una minaccia sia per la salute dei suoi 38,04 milioni di abitanti che per la sicurezzadelle sue istituzioni, sostenendo, in aggiunta,  che le Nazioni Unite hanno comunque stanziato milioni di dollari (si parla di 108,1 milioni di dollari di finanziamenti fino al 30 giugno) per aiutare a mitigare il rischio pandemia nel paese e sostenere il governo in tale sforzo. 

La stessa Hayden ha poi ricordato come il 23 Marzo gli Stati Uniti abbiano deciso di ridurre l’assistenza di un miliardo di dollari per quest’anno, con l’intento di rinnovare tale decisione anche nel 2021, andando così ad aggravare una situazione già troppo incandescente, a meno che, secondo le parole del Segretario di Stato degli Stati Uniti Michael R. Pompeo, non si mostri la volontà delle parti di andare oltre le divergenze e decidendo di creare un potere veramente inclusivo!

La situazione di impasse politico sembrerebbe però controbilanciata, stando sempre ai resoconti della Hayden, dalla volontà del governo afgano di utilizzare una squadra mista (ossia i rappresentanti di tutti i maggiori gruppi etnici , così come le cinque donne membro) per negoziare con i talebani, e con l’UNAMA che sta invitando i talebani ad essere egualmente inclusivi, nell’ambito della loro delegazione negoziale, e a continuare ad agire in linea con il diritto internazionale.

Nel frattempo,  da quando è stato firmato l’accordo, se in un primo momento  i talebani  avevano ridotto gli episodi di violenza, successivamente avevano ripreso a farne uso, soprattutto contro la ANDSF.  In tale contesto, l’UNAMA aveva registrato, nel solo mese di marzo, più di 180 civili uccisi (tra cui le tante donne e bambini vittime innocenti nel corso dello sciopero aereo dell’Afghan Air Force), oltre all’attacco, da parte dello Stato Islamico, nella Provincia di Khorasan, al tempio Sikh-Hindu a Kabul il 25 marzo, e che ha coinvolto numerosi civili.

A tali bollettini, i membri del Consiglio di Sicurezza hanno risposto chiedendo ai leader politici dell’Afghanistan di mostrare unità e ai talebani di cessare gli atti di violenza, sottolineando la minaccia, ora ben più grave che incombe sul paese e sul mondo intero, ossia la pandemia di COVID19.

In occasione di tale briefing poi, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, e non solo, hanno affermato di aver stanziato milioni di dollari (USA) o attrezzature, tra cui migliaiadi reagenti per i test,  maschere e alcuni ventilatori (Cina) contro l’epidemia, per lo sviluppo ed i bisogni dell’Afganistan (UK).

Al tempo stesso, si è menzionata la preoccupazione per il numero crescente di persone bisognose di assistenza e protezione umanitaria-tra i 6,3 milioni ed i 9,4 milioni di persone- oltre alla questione della produzione e diffusione della droga in Afghanistan e in tutta la regione, e la questione dell’inclusione femminile nei processi di pace (Repubblica Dominicana); si è altresì incoraggiato il governo a garantire alle donne un ruolo di leadership nei colloqui di pace, la fine della violenza contro i civili (Indonesia) e l’attenzione all’iniziativa “Rete di Solidarietà tra Donne  dell’Afghanistan e dell’Indonesia”, lanciata in Marzo.

Infine si è posta l’attenzione sul problema dei rifugiati afgani presenti in Iran ed in Pakistan ma che stanno lasciando quei luoghi, senza avere la possibilità di strutture mediche in grado di curarli una volta fatto ritorno nel loro Paese, e concorrendo così ad aggravare la crisi sanitaria già molto diffusa (Germania).

In conclusione, anche se la situazione è incandescente, a prescindere da quale ambito la si voglia osservare, è necessario uno sforzo immane perché le parti pongano quanto prima le basi negoziali per i colloqui di pace….Non c’è più tempo e l’epidemia non aspetta!

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