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NotizieAfghanistan: la via della counterinsurgency

Afghanistan: la via della counterinsurgency

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Le operazioni di pace in Afghanistan e in Iraq negli ultimi anni hanno evidenziato come il confine tra Crisis Response Operations (CRO) e situazioni di War Fighting, anche ad alta intensità, sia sempre più sfumato e indefinito. I governi occidentali si sono trovati improvvisamente a dover affrontare situazioni complesse, non solo dal punto di vista politico-militare, ma anche in termini di consenso interno: quelle che erano nate come operazioni multinazionali volte ad abbattere in breve tempo governi dispotici, più o meno direttamente collegati al terrorismo internazionale, si sono trasformate rapidamente in un pericoloso pantano.

 

Global war on terror
I peacekeepers europei, sull’onda emotiva dell’11 Settembre 2001, nell’intento di seguire le forze USA nella Global War on Terror (GWOT) si sono trovati ad affrontare un conflitto del quale non conoscevano neppure l’esatta natura. Il massiccio ricorso all’arma terroristica da parte degli insorgenti, la costante presenza dei media, la rabbia dei popoli “liberati”, la dissoluzione degli apparati statali locali, la guerra civile crescente: tutto faceva pensare che il sogno di un mondo ispirato ai valori della democrazia fosse solo una utopica speranza. Il malcontento generale, la mancanza di risolutivi successi militari, le molte bugie dette hanno fatto crollare la fiducia del mondo nell’America ferita dal crollo delle Torri Gemelle. Da qui, il ricorso, ormai inevitabile, alla Counterinsurgency, (COIN), una modalità di impiego delle forze che si attua in un conflitto di tipo asimmetrico, quando la profonda disparità in termini di potenza di combattimento obbliga la parte più debole ad evitare uno scontro diretto con l’avversario sul campo di battaglia, al fine di preservare il più a lungo possibile la propria efficienza operativa. La parte più debole si identifica generalmente con l’Insorgenza (Insurgency) mentre quella contrapposta rappresenta la Contro-insorgenza (Counterinsurgency).

Una COIN non aspira a conquiste territoriali, alla sottomissione di genti con la forza delle armi, al controllo di fonti d’energia, ma a guadagnare il supporto della popolazione locale e a creare le condizioni per la governabilità e la pace sociale in uno stato che ha visto sviluppare al proprio interno una Insorgenza. Che, a sua volta, è quasi sempre un fenomeno interno ad uno Stato, finalizzato a sovvertire l’ordine sociale precostituito per affermare una nuova entità statale, una differente visione politico-ideale. Sono evidenti, pertanto, gli elementi di guerra civile insiti nell’Insorgenza.
In particolare, nella dottrina militare anglosassone, l’Insorgenza – in cui sono evidenti gli elementi di una guerra civile – è definita come l’insieme di azioni di un gruppo minoritario che hanno l’intento di forzare le scelte politiche usando terrorismo, sovversione e propaganda. Il tutto, finalizzato a persuadere o a intimorire la maggioranza della popolazione per farle accettare un cambiamento che può rappresentare la conquista del potere attraverso una rivoluzione, il distacco di un’area geografica per stabilire un’entità autonoma e separata su basi etnico/religiose, o l’ottenimento di concessioni politiche non raggiungibili senza il ricorso alla violenza. Ai giorni d’oggi, il concetto di Insorgenza è anche ben più ampio di quello di movimento di resistenza, intesa come lotta armata condotta da parte di elementi indigeni che cercano di espellere dalla propria terra un esercito straniero occupante. Per sovvertire un determinato ordine politico, il modo più appropriato non è tanto quello di perseguire obiettivi militari classici, come la sconfitta dell’avversario sul campo di battaglia, bensì quello di screditarne le istituzioni creando una situazione permanente di insicurezza, tramite tattiche non convenzionali quali il terrorismo e la guerriglia.

Insorgenza e terrorismo
Non tutte le Insorgenze impiegano il terrorismo, non tutti i terroristi sono necessariamente insorgenti: lo si capisce già dai primi studi sul Counterinsurgency, apparsi alla fine del XIX Secolo a seguito dell’esperienza bellica inglese contro i boeri (1899-1902) e di quella americana nelle Filippine (1899-1902). Al termine di questi conflitti, illustri studiosi militari diedero vita a pubblicazioni che traevano spunto proprio dalle lezioni apprese durante queste campagne militari, combattute in modo non convenzionale. In particolare, vennero scritti tre testi che rappresentano, ad oggi, gli antesignani della moderna dottrina COIN: “Small Wars” di C.E.Callwell, “Imperial Policig” di Charles Gwynn e lo “US Marine Corps’ Small Wars Manual”. La letteratura militare sulla lotta alle Insorgenze ebbe, tuttavia, il suo culmine durante il periodo della decolonizzazione, tanto che le opere del Colonnello David Galla “Counterinsurgency Warfare: Theory and Practice” (1964), di Sir Robert Thompson “Defeating Communist Insurgency” (1966) e del Generale Sir Frank Kitson “Low Intensity Operations” (1971) misero le basi per i successivi approcci ai conflitti insurrezionali. Tutti e tre, pur provenendo da scuole di pensiero diverse, individuarono gli stessi caratteri peculiari di questa modalità di impiego delle forze: l’importanza non tanto dell’eliminazione del nemico quanto della possibilità di espellere gli insorgenti da una determinata area, evitandone il rientro attraverso l’installazione di guarnigioni con il compito di proteggere la popolazione locale. È il principio della Clear and Hold, cioè del “ripulire” una zona dalla presenza insorgente per poi “mantenerne il controllo” permettendo all’autorità statale riconosciuta di esercitare la propria sovranità in un ambiente sicuro, fondamentale per permettere al Governo di riconquistare la fiducia e l’appoggio dei cittadini e isolare gli insorti. Per riuscirci serve un apparato d’intelligence radicato sul territorio, che sia in grado di fornire informazioni aggiornate ai vertici militari.

Galula, Thompson e Kiton, pur riconoscendo nella componente militare uno degli strumenti principali nella lotta alle Insorgenze, non ritennero però che il solo uso di tale componente fosse risolutivo in questa tipologia di conflitto, ma solo funzionale al supporto dell’autorità civile. Individuarono nella capacità governativa, in particolare nella individuazione di misure politiche, economiche e sociali a favore della popolazione, la via di uscita a un conflitto di tipo insurrezionale, per via del carattere asimmetrico del conflitto stesso, dove la vittoria o la sconfitta non erano determinate sul piano tattico, ma su quello politico. Questo fu un concetto che si può definire rivoluzionario nell’ambito della storia del pensiero militare del tempo: per la prima volta non si parlò più di come sconfiggere il nemico con la supremazia di una determinata arma, ma della possibilità di conquistare il consenso della popolazione con il contributo congiunto della componente militare e civile della società stessa.

Da questi presupposti si è sviluppato il Counterinsurgency contemporaneo che trova nel FM 3-24 / MCW 3-33.5 “Counterinsurgency” (2006) il fondamento normativo. Questo testo, pubblicato dal US Headquarters Department of the Army è il risultato delle lezioni apprese nel teatro iracheno a seguito di un ampio dibattito sorto negli Stati Uniti dopo l’invasione del 2003. I vertici militari americani volevano trovare una via d’uscita a un conflitto che si stava rapidamente trasformando da convenzionale a non convenzionale: ci vollero quattro anni e la paura di un nuovo Vietnam per convincere l’amministrazione Bush a rivedere, nel 2007, la propria strategia.
Il COIN contemporaneo, e l’Afghanistan ne è un ulteriore esempio, differisce però dai modelli passati poiché deve affrontare una Insurgency che si prefigge obiettivi non più di tipo localistico, ma planetari, come dimostrato dall’attività di al Qaeda. Inoltre, pur mantenendo le tre metodologie classiche, terrorismo, sovversione e propaganda, vi è in aggiunta la capacità di utilizzare ampiamente i moderni strumenti di comunicazione di massa, per le rivendicazioni via internet degli attentati, o per le riprese delle esecuzioni di apostati e infedeli. A ciò bisogna aggiungere la capacità degli insurgents di ricorrere agli attacchi suicidi che, seppure di scarsa valenza militare, hanno un grande impatto mediatico e psicologico.

Gli effetti di questi vecchi e nuovi mediti di lotta, sapientemente enfatizzati grazie ai sistemi globali di comunicazione, generano incertezza fra le forze contro-insorgenti e paura e sfiducia nella popolazione locale, che spesso generano in un consenso forzato verso gli insorgenti, e in un sfiducia crescente nelle istituzioni governative.

Insorgenza e Contro-insorgenza hanno lo stesso obiettivo: ottenere il consenso della popolazione, conquistarne gli Hearts and Minds. Secondo fonti americane, ad oggi, solo il 20% degli insorgenti in Afghanistan è ideologicamente talebana: tra gli altri, molti sono semplicemente scontenti di quanto Karzai, UNAMA, Enduring Freedom e ISAF hanno fatto fino ad adesso. Dal 2004 al 2007 la strategia militare USA ha fatto notevoli progressi, imparando e mettendo in pratica gli insegnamenti del passato, ma la Coalizione non ha ancora conseguito risultati significativi. La situazione in Afghanistan è sempre più critica e le elezioni di agosto, che hanno visto una probabile riconferma di Karzai, non saranno in grado di mutare l’andamento del conflitto, almeno a breve termine.
Significativa, anche se non ancora risolutiva, è la strategia Counterinsurgency Clear-Hold-Build ideata nel 2007 in ambito NATO sulla base delle Lessons Learned irachene individuate dal Generale Petraeus. Ora il fulcro degli sforzi è concentrato sulla protezione degli afgani e non sulla caccia e l’eliminazione degli appartenenti ad al Qaeda: primo passo, individuare (fase di Shaping) una zona caratterizzata dalla forte presenza di insorgenti. Secondo, inviare le unità militari per ripulire l’area dalla presenza nemica (Clear), per mantenerne poi le posizioni e proteggerne la popolazione locale dagli attacchi terroristici (Hold). Tutto ciò, congiuntamente alle Afghan National Security Forces. Infine, bisogna attuare la fase di ricostruzione (Build) con il supporto dei Provincial Reconstruction Team (PRT), della Civil Military Cooperation (CIMIC) e delle varie Organizzazioni Internazionali (IO), Governative (GO) e Non Governative (NGO) per permettere al governo afgano di riconquistare i “cuori e le menti” della popolazione locale. Solo dopo aver realizzato queste fasi e aver coinvolto tutti gli attori principali, nazionali e non, nella ricostruzione di un Afghanistan sovrano e indipendente si potrà affrontare l’ultimo grande ostacolo alla normalizzazione di quella terra, la guerra al traffico di droga.

In Afghanistan il Counter-Narcotics è un settore dove gli inglesi hanno assunto da anni un ruolo guida, senza però produrre risultati significativi, a causa dello stretto legame tra i proventi dell’oppio e la sopravvivenza di molte famiglie locali. Ben il 12% della popolazione dipende dal commercio di oppio, la cui produzione copre il 90% della eroina prodotta a livello mondiale. É evidente, pertanto, come sia incompatibile portare avanti un programma di Counter-Narcotics con uno di tipo Counterinsurgency: fino a quando non saranno realizzate valide alternative economiche e sarà ridotta la corruzione, tentare di sradicare la coltivazione dell’oppio non farà altro che creare altri scontenti, altra povertà ed altri insorgenti.

Il caso afgano
Il conflitto in Afghanistan appare ben più complicato di quello iracheno. La forza multinazionale non stia affrontando una Insorgenza paragonabile a quello che ha visto capitolare l’Armata Rossa, ma né il governo afgano, né le truppe NATO hanno ad oggi la capacità di controllare il territorio. Troppo scarse sono ancora le forze sul campo, e inesistente è la politica che ne coordini l’impiego, situazione dovuta in particolare al nanismo politico di molti Stati, soprattutto europei, e al mancato coinvolgimento americano di Russia e Iran nella risoluzione del conflitto, aggravato peraltro da una serie di tensioni solo parzialmente attenuate dall’amministrazione Obama.

Coinvolgere la Russia e l’Iran nella risoluzione del conflitto afgano vorrebbe sicuramente dire alleggerire le pressioni esterne esistenti nel paese centro-asiatico. Con un Pakistan sempre più insicuro e caratterizzato dalla guerra civile, il territorio russo potrebbe essere una valida alternativa per il flusso di aiuti militari e umanitari per le forze della Coalizione e per le Organizzazioni Internazionali operanti in Afghanistan, e potrebbe inoltre evitare l’esodo forzato di migliaia di cittadini afgani espulsi quotidianamente dall’Iran. Come dichiarato da UNHCR, infatti, attraverso i passi di Islam Qala e Zaranj ogni giorno migliaia di afgani che vivono e lavorano in Iran vengono rimpatriati con ogni forma di pretesto, arrecando un grave danno alla precaria economia afgana, che si basa molto sulle rimesse di oltre un milione di cittadini emigrati in Iran.
Gli Stati europei hanno inviato i propri contingenti perseguendo politiche autonome e non coordinate, investendo per la ricostruzione e lo sviluppo capitali esigui, e completamente svincolati da logiche a lungo termine. Non coinvolgere i propri soldati in operazioni cinetiche, cioè offensive, tese a sradicare gli insorgenti, dilata enormemente i tempi di risoluzione del conflitto, portando all’impiego delle forze anglo-americane anche nelle Aree di Responsabilità (AOR) degli altri contingenti. Si accavallano così le competenze, si creano tensioni all’interno dei contingenti NATO, si investe nelle province afgane in maniera difforme, si creano malumori e scontenti nei confronti dei PRT e non si sradicano né la criminalità locale, né i focolai d’insorgenza. Conseguenza inevitabile, il crollo d’immagine del governo Karzai, e la facile presa degli insorgenti sullo scontento popolare.

In Afghanistan, dopo otto anni di instabilità, sembra che non resti altro che far giocare gli “adulti”: Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, ma anche Iran, Cina e India. L’Europa è incapace di sviluppare una politica estera comune e sembra disinteressata allo sviluppo di una propria forza militare. Il sogno eurasiatico è ancora molto lontano e la forza economico-politico-militare a stelle e strisce sopravanza nettamente quella europea. L’unica soluzione all’Insorgenza afgana resta la sconfitta del radicalismo religioso di matrice islamica. Dopo essere apparso vittorioso, con la complicità dell’Occidente, su molti fronti (Somalia, Iran, Bosnia, Kosovo e Cecenia, oltre allo stesso Afghanistan), la sua capacità offensiva sembra sul punto di sgretolarsi, sia pure con un processo ancora lungo, che coinvolgerà anche il mondo islamico moderato, la Russia, la Cina, l’India e l’Iran.

Per sconfiggere lo Jihadismo, però, bisogna vincere in Afghanistan con una vera strategia di Counterinsurgency. Bisogna cioè distruggere i santuari dell’estremismo islamico in Pakistan, coinvolgendo nei governi di entrambi gli stati l’ala moderata del fondamentalismo islamico e riducendo il nocciolo duro al silenzio. Si deve combattere la corruzione della classe politica afgana, investire in infrastrutture atte a rilanciare un’economia distrutta da decenni di guerre e di furti, rilanciare cioè quelli che la stessa missione ISAF ha fissato come pilastri della propria azione politico-militare: Security, Reconstruction and Development, Governance.
La storia ancora una volta ci mostra degli End States a questo tipo di conflittualità. Proprio gli strateghi anglo-americani hanno individuato nell’esperienza americana nelle Filippine (1899-1902) e in quella inglese in Malesia (1948-1960) dei validi esempi per uscire dal pantano afgano. Esempi da comprendere fino in fondo, che insegnano come quelli che oggi costituiscono i nemici, ovvero gli insorgenti, vadano coinvolti nella futura soluzione del conflitto.

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