Afghanistan: la guerra perduta

Centomila uomini. A tanto ammonta oggi la forza di intervento internazionale ISAF (inclusi i contractors) che opera in Afghanistan, sotto il cappello delle Nazioni Unite, dal 2001. Di primo acchito sembrerebbe una cifra militare ragionevole al fine di governare la transizione democratica nel martoriato Stato dell’Asia Centrale. Eppure, a ben guardare si tratta di un numero di soldati ben inferiore rispetto alle necessità operative dettate dalla missione.

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L’Afghanistan è un Paese grande più del doppio dell’Italia, ma con circa metà della popolazione. Prevalentemente montagnoso, vi sono sette principali minoranze etniche, ognuna delle quali molto diversa dall’altra per usi e costumi. Si tratta di uno Stato creato a tavolino da russi ed inglesi per delimitare i loro imperi nella fascia contigua. Una sorta di Stato cuscinetto, ma che come entità statale non è mai stato violato da forze straniere. Ne sanno qualcosa i sovietici, i quali pensavano che un esercito di 110.000 uomini potesse domare i comunisti deviati di Kabul: hanno invece assaggiato il pantano afghano per un decennio, battendo in ritirata nel febbraio del 1989.

Per vincere la guerra contro i talebani serve soprattutto l’hard power: servono più soldati ma non solo. È inoltre indispensabile che l’intero contingente internazionale adotti regole di ingaggio uniformi nei confronti della minaccia talebana. Così la pensa il comandante della missione internazionale, il Generale statunitense McCrystal, il quale chiede un sostanziale incremento delle truppe, almeno 10 mila unità aggiuntive. Così la pensa anche il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nonostante gli ultimi sondaggi rivelino una crescente dissaffezione degli americani per la guerra in atto. E i leader europei cosa pensano? Stante l’attuale situazione, con il prepotente ritorno dei talebani, non è più possibile né tergiversare né pensare di adottare una strategia che faccia leva prevalentemente sul fragile governo afghano. Se combattere il terrorismo è davvero una priorità per le cancellerie d’Europa diventa allora imperativo seguire la linea tracciata da Obama, potenziando numericamente la forza di intervento. A costo di attuare misure impopolari. Obama si assumerà questo rischio, perché si pone un obiettivo di lungo periodo: eliminare dall’Afghanistan i santuari dei terroristi. Il Presidente americano è disposto a veder ritornare in patria altri feretri a stelle e strisce. Lo sono altrettanto le sue controparti europee? Vero, vi sono posizioni discordanti sulla nuova strategia da adottarsi: gli “sforzi maggiori” di cui parla McCrystal non sono condivisi, per ragioni diverse, da Hillary Clinton, Joe Biden e Robert Gates. Tuttavia, la nuova strategia, preveda essa un maggior dialogo con i talebani moderati, così come invocato dal Ministro degli Esteri inglese, oppure un lavoro incentrato sull’intelligence come auspica Gates, non può prescindere da un rafforzamento dell’apparato militare. In caso contrario, risulterebbe molto più saggio abbandonare il territorio afghano ed abortire una missione che sembra già persa.

Ma per gli europei non c’è in gioco solo la vittoria contro i fondamentalisti religiosi. Un rischio altrettanto significativo viene dalla perdita (ulteriore) di fiducia degli americani nei confronti del vecchio continente. L’Amministrazione Obama è stata accolta in Europa come una presidenza proiettata al multilateralismo, quasi una benedizione dopo il marcato unilateralismo del doppio mandato di George W. Bush. Ora, è bene ricordare che uno dei motivi della poca considerazione stanutense verso gli alleati europei si chiama Guerra dei Balcani: dov’era l’Unione Europea durante lo scoppio delle atrocità in Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Herzegovina? Dov’era l’Europa durante il massacro di Srebrenica? Secondo gli americani, il conflitto nell’ex Jugoslavia si è rivelato una chiara dimostrazione di fallibilità del progetto europeo. Clinton dapprima e Bush in seguito avevano entrambi maturato un senso di sfiducia verso gli europei, ritenuti non in grado di risolvere da soli un conflitto che lacerava il ventre dell’Europa. Da questa prospettiva, l’unilateralismo esasperato di Bush, benché sbagliato, assume una giustificazione logica. E’questa un’immagine dell’Europa ancora molto viva a Washington, cui i decisori politici europei farebbero bene a prestare molta attenzione. Sarebbe il caso di sfatarla, mostrando di credere nella missione afghana per il bene comune della Comunità internazionale, senza aver paura di sfidare l’opinione pubblica per una buona causa. Sulla guerra in Afghanistan il Presidente Obama aspetta gli alleati europei al varco, per una questione che potrebbe portare alla ridefinizione dei rapporti transatlantici. A tutto detrimento degli interessi di Bruxelles.