Afghanistan: democrazia tardiva o mancata?

Il 14 settembre 2001, il Congresso autorizzò il Presidente Bush a impiegare “tutte le forze necessarie e appropriate contro quelle nazioni, organizzazioni o persone che il Presidente ritiene abbiano pianificato, autorizzato, commesso o aiutato gli attacchi terroristici” dell’11 settembre. Il Capo del Central Command sviluppò la campagna in Afghanistan in quattro fasi: “build up” delle forze armate e inserimento in loco di squadre della CIA e delle Forze Speciali in liaison con l’Alleanza del Nord; massiccia campagna aerea per esporre i Talebani e i leaders di al Qaeda; intervento delle truppe di terra statunitensi per individuare ed eliminare le frange della resistenza; stabilizzazione del Paese per fronteggiare il terrorismo e fornire aiuti umanitari. Iniziò così la cosiddetta “global war on terrorism”. Diciannove anni dopo l’Afghanistan non è uno stato autonomo e poco meno di 5.000 soldati statunitensi rimangono nel territorio.

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L’ascesa dei Talebani

In seguito al ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, le fazioni mujaheddin combatterono per la spartizione del potere, mentre lo stato centrale negoziava con le varie fazioni e affidava l’uso della forza a milizie radunate su base etnica in un tentativo di decentramento. Lo scontro vide, tra gli attori principali, l’Alleanza del Nord e la fazione dei Talebani, che ottenne il potere nel 1992. L’ascesa talebana, supportata dal governo del Pakistan e dalla sua principale agenzia di spionaggio militare, fu perfezionata nel 1996. Ormai, i Talebani controllavano le aree urbane e rurali, dove istituirono un regime fondamentalista regolato dalla sharia. Questo strinse anche rapporti con al Qaeda che iniziò ad addestrare i suoi uomini e pianificare attacchi in Afghanistan in cambio di supporto economico. La postura aggressiva dell’organizzazione culminò negli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono.

L’intervento

Davanti al rifiuto di consegnare Osama bin Laden, leader di al Qaeda responsabile degli attacchi, gli Stati Uniti lanciarono l’Operazione Enduring Freedom il 7 ottobre 2001 con l’obiettivo di eliminare l’organizzazione terroristica in Afghanistan, rimuovere il regime dei Talebani ed evitare che il Paese divenisse un porto sicuro per il terrorismo. Per alcuni, colpire al Qaeda sarebbe stato sufficiente, mentre la decisione implementata favorì l’escalation del conflitto. Inoltre, gli Stati Uniti confidavano in uno spillover regionale della democrazia.

Bombe e missili cruise colpirono i campi di addestramento di al Qaeda, i sistemi di difesa aerea talebani, le installazioni militari e i centri di comando e controllo. Il combattimento terrestre e la protezione dei civili furono affidati all’Alleanza del Nord. Così, Washington ridusse l’attrito e schivò la percezione controproducente che si trattasse di un’invasione tout-court del Paese: la campagna statunitense doveva divenire la guerra afghana per la libertà e la democrazia. L’elemento di legittimità giocò un ruolo così cruciale che il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld optò per dispiegare il minimo dei soldati, anche se ciò comportò l’inabilità di proteggere efficacemente i civili. Infatti, mentre al Qaeda e i Talebani persero tra gli 8.000 e i 12.000 combattenti, gli americani contarono 11 morti e 35 feriti.

Le operazioni militari, concluse in meno di tre mesi, lasciarono posto alla ricostruzione. Il 5 dicembre 2001, le maggiori fazioni afghane, esclusa quella talebana, si riunirono su invito ONU a Bonn. In parallelo, il regime talebano crollò il 9 dicembre 2001, quando si ritrasse dalla roccaforte di Kandahar. E quando, nonostante fosse stato localizzato a Tora Bora il 16 dicembre 2001, Osama bin Laden riuscì a fuggire in Pakistan, il fiacco intervento degli Stati Uniti diede adito a molte perplessità.

Bonn: i primi vagiti dell’Afghanistan

La firma degli Accordi provvisori in Afghanistan, in attesa del ristabilimento delle istituzioni governative permanenti, avallata dall’UNSCR 1383, stabilì un’autorità afghana ad interim che avrebbe agito per sei mesi prima che l’Autorità provvisoria fosse stabilita ed elezioni indette. A capo dell’autorità provvisoria fu posto Hamid Karzai. Dal gennaio 2002, la sicurezza della capitale fu affidata temporaneamente a 5.000 forze militari internazionali, autorizzate dall’UNSCR 1386, e a 10.000 soldati statunitensi inviati per contrastare il terrorismo. Nel marzo 2002, la ricostruzione civile fu formalmente affidata all’ONU che, in base all’UNSCR 1401, istituì la Missione di Assistenza ONU in Afghanistan. La ricostruzione fu inspirata dal Piano Marshall e aspirava a raggiungere risultati simili a quelli osservati nell’Europa del secondo dopoguerra, come sostenuto dal Presidente Bush il 17 Aprile 2002. Tuttavia, già nell’ottobre 2003, il problema della sicurezza aveva investito tutto il Paese e la missione internazionale, da agosto sotto bandiera NATO, mutò la sua natura: non si combatteva più il terrorismo ma anche l’insurrezione.
Se tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, l’Afghanistan divenne il mare di Bush.

I primi passi

Il progresso politico giunse solo nel 2004, quando un’assemblea composta da 502 delegati afghani approvò la costituzione, che istituì la Repubblica Islamica dell’Afghanistan. Gli aiuti internazionali contribuirono a creare un regime ampiamente rappresentativo, specchio della società. Ma Karzai, adesso Presidente eletto, in ossequio agli Accordi di Bonn e alla costituzione, creò un modello di democrazia accentrata. Quindi, il governo nazionale divenne il custode del potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Gli ufficiali erano eletti dal Presidente e la capitale deteneva l’autorità su tutte le politiche, nonostante lo stato si scontrasse con la scarsità di risorse. Di fatto, il Presidente riuscì a controllare gli affari locali ma non a rafforzare le competenze statali, anche se il trend cambiò parzialmente nel 2010, quando parte dell’autorità fiscale e amministrativa fu delegata a ufficiali e corpi eletti a livello sub-nazionale.

Nel 2005, il legame tra Stati Uniti e Afghanistan si strinse in una partnership strategica, consentendo ai primi di attingere dalle risorse militari afghane per proseguire la lotta al terrorismo. L’obiettivo di lungo termine fu ravvisato nella sicurezza, democrazia e prosperità del Paese. In quello stesso anno, il popolo afghano votò per eleggere diversi consigli e le elezioni furono considerate le più democratiche del Paese. L’indizione di elezioni però diede una valutazione parziale della democrazia e l’estate del 2006 fu travolta da un’ondata di violenza talebana protrattasi nel 2007, data la mancata azione di contrasto del governo. In parallelo, in America, l’Afghanistan fu progressivamente riconosciuto come una causa persa, mentre l’opinione afghana degli americani peggiorò sensibilmente. E pure gli Stati Uniti non desistettero.

La Guerra al Terrore cambia condottiero

Il neo-eletto Presidente Obama non mutò la strategia, ma implementò dei limitati cambiamenti tattici. Il governo afghano, per sua parte, si allontanò ulteriormente dagli Stati Uniti mentre non poteva, o non voleva, fornire beni e servizi pubblici. In concreto, l’Afghanistan non rispondeva bene alla democrazia e la situazione securitaria peggiorò tanto visibilmente da spingere Obama a incrementare il numero dei soldati dispiegati in Afghanistan. Inoltre, al Qaeda lanciava nuove minacce da stati come il Pakistan, lo Yemen e la Somalia.

Nel novembre 2010, al Summit di Lisbona, i membri della NATO concordarono che le forze locali avrebbero dovuto acquisire la responsabilità della sicurezza entro il 2014. In questo contesto, l’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan fu una boccata d’aria per Washington, ma la corruzione minava il progresso del governo Karzai e non era chiaro quanto l’economia potesse crescere, nonostante lo stato stesse gradualmente assumendo maggiori responsabilità nei settori della sicurezza ed educazione.


Nel marzo 2012, il Segretario della Difesa Leon Panetta dichiarò l’intenzione di concludere i combattimenti entro la prima metà del 2013. Finalmente, nel giugno 2013, le forze afghane assunsero la responsabilità della sicurezza nazionale mentre il ruolo statunitense fu limitato all’addestramento di truppe locali e al lancio di operazioni contro il terrorismo.

Ultimi sviluppi

L’ascesa dello Stato Islamico e il rafforzamento dei Talebani, testimoniato dall’incremento di attacchi suicidi, erano le nuove sfide del 2014 di fronte alle quali il governo di unità nazionale si è mostrato impreparato, imbrigliato nel perseguimento di interessi di partito.

Le presidenziali del 2016 hanno portato un cambio di bandiera negli Stati Uniti. Il repubblicano Trump ha riformulato il commitment statunitense: le condizioni sul campo avrebbero dettato le fasi del ritiro delle truppe. Dal febbraio 2019, Trump ha condotto le negoziazioni con i Talebani, on-off dal 2011, il cui obiettivo finale era la partecipazione talebana al dialogo intra-afghano. L’uccisione di un soldato americano in un attacco talebano però aveva spinto Trump, in primis, a sospendere le trattative. Ciononostante, il 29 febbraio 2020, a Doha, è stato siglato l’accordo tra Stati Uniti e i Talebani. L’impazienza americana di lasciare l’Afghanistan si scontra con la necessità di rispettare le clausole dell’accordo. Questo prevede il completo ritiro delle truppe statunitensi entro la primavera 2021, in considerazione della capacità talebana di rinunciare a ogni affiliazione con Al Qaeda e negoziare un accordo per la condivisione del potere con il governo afghano. I Talebani si sono anche impegnati a non lasciare che il Paese torni a essere una base per attacchi contro gli USA e gli alleati. Ma rimane incerto il disarmo delle milizie talebane e la violenza, di fatto, continua.


Le negoziazioni tra Talebani e il governo afghano, invece, sono riprese il 10 marzo 2020 e proseguite il 12 settembre 2020. In questa fase, lo scambio di prigionieri è risultato fondamentale. L’Afghanistan rimane dipendente per il 75% del suo budget da donazioni estere e la corruzione dilagante riduce la capacità di negoziazione tra le parti. In particolare, il governo afghano ha bisogno di un leverage maggiore che può essere fornito solo dagli USA. Nonostante le richieste di cessate il fuoco, i Talebani sono restii a limitare la pressione militare su Kabul, perché funzionale alle trattative con gli Stati Uniti. Un processo di pace così lento comporta la tendenza delle parti a ritornare alla consuetudine che, per i Talebani, significa guerra.

Nonostante Trump assicuri che le truppe trascorreranno il Natale a casa, ciò è legato alla volontà afghana di combattere al Qaeda e al miglioramento sensibile delle condizioni nel Paese. Nei primi sei mesi del 2020, 2,176 civili sono stati feriti e 1,282 sono morti. Ciò potrebbe aumentare la violenza talebana e incentivare l’abbandono delle trattative. Secondo il National Security Advisor O’Brien, 2.500 soldati rimarranno in Afghanistan nei primi mesi del 2021. Biden concorda con tale posizione.


Conclusioni

A causa delle continue ostilità, gli Stati Uniti non sono riusciti a estinguere il conflitto né a implementare in maniera compiuta riforme economiche e politiche. Evidentemente, gli sforzi internazionali hanno cambiato l’Afghanistan ma è prematuro parlare di stabilità.
Stabilizzazione e democratizzazione sono state transitorie più che trasformatrici. In alcune aree del Paese sono riscontrabili dei miglioramenti connessi alla presenza statunitense, ma queste considerazioni non sono estendibili alla nazione. La stabilizzazione è meglio apprezzabile in aree geograficamente clusterizzate dove il governo ha avuto una presa maggiore sul nemico proteiforme.

Secondo un Maggiore afghano in Italia per motivi di studio, la situazione non si evolverà in maniera significativa perché la geopolitica conta più di ogni altro fattore. Se anche le negoziazioni avessero buon esito, emergerebbero altri gruppi di guerriglia sostenuti dall’esterno. L’Afghanistan, porta economica tra est e ovest, è sconvolto da una guerra trans-regionale, di procura, da cui Paesi terzi traggono profitto. La mediazione dovrebbe quindi coinvolgere una moltitudine di attori e prescindere la religione, ormai copertura più che causa impediente. Per semplificare, prosegue il Maggiore, l’Afghanistan non è complicato bensì complesso e le soluzioni presentate continuano ad essere basate sull’esperienza forgiata su problemi complicati.


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In conclusione, l’Afghanistan non è un problema più grande del Giappone o della Bosnia, è un altro problema che gli Stati Uniti, restii al cambiamento, hanno deciso di fronteggiare con l’esperienza pregressa, come già accaduto. Da ultimo, Washington ha dimostrato un maggiore interesse al perseguimento degli obiettivi in Afghanistan del governo stesso e, dunque, perché mai avrebbero dovuto i leader locali esporsi implementando politiche impopolari, seppur efficienti, quando gli Stati Uniti sarebbero, prima o poi, intervenuti?

Elisa Maria Brusca,
Geopolitica.info