0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheEuropaIl modello controverso dell'accordo UE -Turchia sui migranti 

Il modello controverso dell’accordo UE -Turchia sui migranti 

-

Il Mediterraneo centrale rimane la principale rotta per i migranti che scelgono l’Unione europea come destinazione: provenienti soprattutto da Paesi del Medio Oriente come la Siria e l’Afghanistan, i flussi migratori sono particolarmente problematici per gli Stati dell’Europa orientale e meridionale. Con la crisi migratoria nel 2015, il governo turco ha rapidamente strumentalizzato il ruolo cruciale svolto dalla sua posizione geografica a cavallo tra il continente europeo ed asiatico nella gestione dei flussi migratori provenienti dal Medio Oriente tramite l’EU-Turkey Joint Action Plan. L’accordo stipulato rappresenta un modello per la gestione dei flussi migratori e, a otto anni di distanza, le considerazioni a riguardo sono diverse.

Posta al centro della rotta migratoria tra Europa e Asia, la Turchia svolge per natura un ruolo centrale nella gestione dei flussi in arrivo dal Medio Oriente. Il fenomeno migratorio turco, che storicamente ha configurato la Turchia come un Paese di emigrazione, si è particolarmente intensificato dopo l’inizio della guerra in Siria nel 2011, rendendola invece un Paese di ricezione e transito. Secondo gli ultimi dati disponibili della Presidenza turca per la gestione delle migrazioni (PMM), sono ora oltre 4,6 milioni i cittadini stranieri presenti in Turchia, di cui 3,5 milioni in cerca di protezione internazionale perché provenienti da contesti instabili quali Siria, Iraq e Afghanistan. Nel picco della crisi migratoria tra il 2015 e il 2018, l’impatto della guerra in Siria, l’affermarsi dello Stato Islamico nelle regioni di confine e la potenziale minaccia terroristica rappresentata dal PKK hanno inciso notevolmente sulle preoccupazioni della politica interna turca sulla gestione dei confini. Per questo motivo, il controllo del confine turco-siriano è stato notevolmente rafforzato e, nel 2018, il governo turco ha iniziato la costruzione di un muro di cemento di 764 km, potenziato dalle azioni militari in territorio siriano nelle prossimità di Afrin.

Le azioni intraprese dal governo turco per limitare il flusso in entrata, non hanno potuto frenare quello già messo in moto e diretto verso i Paesi europei. L’ondata migratoria si è tramutata in una vera e propria crisi per l’Unione europea a causa del meccanismo inefficace preposto alla gestione e condivisione delle richieste di asilo che gettava un onere sproporzionato per gli Stati membri ai confini meridionali e orientali. Per far fronte alla sfida migratoria, nel marzo 2016, l’Unione europea stipulò un accordo storico con la Turchia: i migranti irregolari che tentavano di entrare in Grecia sarebbero stati rimpatriati in Turchia, e Ankara avrebbe preso provvedimenti per impedire l’apertura di nuove rotte migratorie. In cambio, l’Unione europea accettò di reinsediare i rifugiati siriani dalla Turchia su base individuale, di ridurre le restrizioni sui visti per i cittadini turchi, di versare sei miliardi di euro in aiuti alla Turchia per le comunità di migranti siriani, di aggiornare l’unione doganale, e di riattivare i colloqui in stallo per l’adesione della Turchia all’Unione europea. Il compromesso pragmatico che portò alla firma dell’accordo fu dettato da interessi comuni: fermare la migrazione verso l’Europa, migliorare le condizioni di vita dei rifugiati in Turchia e promuovere la migrazione legale. 

Nonostante le critiche da parte delle organizzazioni umanitarie e le tensioni sorte tra i firmatari, i leader di entrambe le parti hanno continuato a impegnarsi negli anni a seguire nel mantenere almeno gli obblighi essenziali dell’accordo stipulato. La centralità dell’EU-Turkey Joint Action Plan è stata riconfermata quando, nella primavera del 2020, Ankara ha minacciato di aprire i confini per centinaia di migliaia di migranti verso Grecia. La condiscendente reazione europea ha dimostrato quanto l’Unione faccia affidamento sul suo vicino orientale come baluardo contro l’immigrazione proveniente dal Medio Oriente; ma soprattutto, lo stallo del 2020 ha dato prova della partnership scomoda in cui Unione europea e Turchia si trovano legate: se l’accordo ha trasferito alla Turchia una responsabilità significativa nella gestione della migrazione europea, l’Unione europea si è, invece, trovata facilmente ricattabile dal suo vicino orientale. La strumentalizzazione dei flussi migratori implica la possibilità di utilizzare come leva l’enorme popolazione di rifugiati presenti all’interno del territorio turco, per trarne vantaggi strategici o economici. 

A otto anni di distanza, la determinazione dell’efficacia dell’accordo è facilitata dalla distanza temporale. Firmato in un momento di forte sentimento anti-migranti in Europa, l’accordo del 2016 è stato politicamente conveniente per l’UE. A breve termine, si è registrato un netto calo negli arrivi in Grecia: se 861.630 migranti hanno raggiunto la Grecia nel 2015, il numero è sceso a 36.310 l’anno successivo. Anche il numero di persone scomparse nel Mar Egeo è diminuito, passando da 441 casi nel 2016 a 71 nel 2019. Il successo complessivo per la Turchia è, tuttavia, più controverso: sebbene l’UE affermi che l’intero importo destinato al sostegno socioeconomico dei rifugiati siriani è stato erogato come da accordo, il governo di Erdoğan ha contestato le modalità dei pagamenti, che sono stati stanziati a favore delle organizzazioni di assistenza ai rifugiati piuttosto che all’amministrazione statale di Ankara. Anche la promessa dei reinsediamenti si è rivelata minore delle aspettative: dal 2016 al 2021 sono stati reinsediati nell’UE 28 mila rifugiati, un numero molto minore dei 72 mila massimi previsti dall’accordo. Contemporaneamente, i negoziati per l’accesso della Turchia nell’UE e la semplificazione delle procedure di rilascio dei visti per i cittadini turchi sono state fortemente rallentate dalla svolta autoritaria del governo di Erdoğan. 

Il contributo più rilevante per il futuro delle politiche migratorie dell’UE e dei suoi Stati membri è però da ricondurre allo schema sviluppato dall’accordo UE-Turchia: nel processo, infatti, l’accordo ha instaurato le basi per lo sviluppo della diplomazia europea nella gestione dei migranti, anche al di fuori delle intenzioni dell’UE. Il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia del 2017, ad esempio, ha applicato un simile principio con la dotazione di barche e attrezzature alla Guardia costiera libica per il pattugliamento e allontanamento all’altra sponda del Mediterraneo dei migranti in arrivo dalle coste libiche. Solo nel 2017, circa 20.000 persone sono state intercettate dalla guardia costiera libica e riportate nei centri di detenzione in Libia. Contemporaneamente, Marocco e Spagna hanno firmato un accordo simile nel 2019 per la gestione dei flussi migratori provenienti dall’Africa, in cambio di 170 milioni di euro per far rispettare i controlli sull’immigrazione. L’accordo è stato prorogato almeno fino al 2027.  

Il nodo della questione dei migranti resta un tema centrale nella politica dell’Unione europea: solo lo scorso anno, i flussi di immigrazione irregolare verso l’Unione europea sono cresciuti rispetto agli anni precedenti; con un totale di 380 mila ingressi, il 2023 ha visto un ulteriore aumento nella pressione migratoria irregolare che riflette le turbolenze geopolitiche del suo vicinato. Nel contesto di una catastrofe umanitaria sempre prossima, i migranti e le sfide politiche che ne derivano rappresentano una questione cruciale per l’agenda politica delle elezioni europee di giugno: la rinnovata attenzione delle istituzioni sulla questione migratoria è evidenziata dal Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo proposto a settembre 2020 e approvato a dicembre 2023. In prospettiva futura, la creazione di nuovi quadri di riferimento per gestire la migrazione sarà una sfida fondamentale per la prossima legislatura, e intenzionalmente o meno, l’accordo del 2016 dell’Unione europea con la Turchia ha costituito un modello per gli accordi del futuro.

Martina Canesi

Articoli Correlati

Il ruolo della Corte Penale Internazionale nella crisi di Gaza

I fondamenti giuridici della richiesta dei mandati di arresto del Procuratore della Corte penale internazionale L’iniziativa davanti alla Corte penale...

Revolution in Tehran happens only from within. How do the balances change after Raisi?

At 11 a.m. Italian time – 12:30 Persian time – Kayhan, the newspaper that is closest to the Supreme...

President Raisi accident: impressions from the Iranian press and an overview

The President of the Islamic Republic of Iran, Ebrahim Raisi is dead, together with Foreign Minister Hussein Amir-Abdollahian following...

L’incidente del presidente Raisi: impressioni dalla stampa iraniana e un quadro d’insieme

Il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Ebrahim Raisi, è morto insieme al Ministro degli Affari Esteri Hussein Amir-Abdollahian a...