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Accordo sulla sicurezza tra Cina e Isole Salomone: cosa succede alle porte dell’Australia?

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L’accordo per cooperazione in materia di sicurezza tra le Isole Salomone e la Repubblica Popolare Cinese, la cui bozza era stata diffusa dai media scorso marzo, è stato confermato e sottoscritto alla fine del medesimo mese. La mossa di Pechino ha allarmato Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti che temono che questo accordo possa costituire il primo passo verso la costituzione di una base militare cinese all’incirca 2000 km dalle coste australiane, trascinando anche quest’area del Pacifico all’interno della competizione geopolitica tra Pechino e Washington, con i suoi alleati.

Il quadro generale

Le Isole Salomone sono un arcipelago di isole a nord ovest dell’Australia divenuto indipendente dal Regno Unito dal 1976. Tra il 1998 e il 2003 l’arcipelago è stato caratterizzato da forti tensioni e scontri, nello specifico tra l’isola principale di Guadalcanal e la vicina isola di Malaita (popolata da un diverso gruppo etnico), che hanno visto l’intervento di una coalizione interazione a guida australiana (la Regional Assistance Mission to Solomon Islands – Ramsi) per riportare l’ordine. La missione di peacekeeping è durata ben 14 anni, dal 2003 al 2017, e pochi mesi dopo la sua conclusione le Isole Salomone e l’Australia hanno sottoscritto un accordo in forza del quale Canberra si impegna ad inviare forze di sicurezza in caso di nuovi disordini nell’arcipelago.

La genesi della contesa tra Cina e Australia

L’Australia è il principale attore nella regione, ma nell’ultimo decennio la presenza cinese è cresciuta sotto forma di offerte di progetti infrastrutturali, prestiti e forniture di mezzi di trasporto (navi, aerei). 

Per rispondere alle iniziative cinesi, nel 2018 il governo australiano ha deciso di aumentare gli investimenti e gli aiuti alle isole della regione (la cd. Pacific Set Up policy) per migliorare i rapporti con i suoi vicini e così riaffermare il suo primato nella regione. 

Nello stesso anno, le Isole Salomone finiscono al centro della contesa tra Canberra e Pechino. L’Australia, infatti, riesce ad assicurarsi un accordo per la costruzione di 4.000 km di cavi internet nell’arcipelago, convincendo, con ragioni legate alla sicurezza, il governo di Honiara a risolvere gli impegni assunti con Huawei nel 2016.

Nel 2019, però, Pechino ottiene alcuni successi diplomatici, e proprio nelle Isole Salomone: il neo eletto Primo Ministro di Manasseh Sogavare decide di tagliare le relazioni diplomatiche con Taiwan riconoscendo la Repubblica Popolare Cinese come il solo governo legittimo. Qualche settimana più tardi anche le Isole Kiribati assumono la medesima decisione, diversamente dall’isola di Tuvalu.

La decisione di Sogavare di rompere con Taiwan viene mal vista da una parte della popolazione e dall’opposizione che lo accusa di aver ceduto alla richiesta di Pechino in cambio di denaro. In ogni caso, dal 2019 i rapporti commerciali con la Cina aumentano raggiungendo la quota del 46% dell’interscambio commerciale.

La crisi del novembre 2021 e il patto sulla sicurezza con Pechino

Il 24 novembre 2021 nella capitale Honiara scoppiano delle rivolte che prendono di mira il Parlamento, edifici governativi, una stazione di polizia e attività commerciali, in particolare nella Chinatown, con lo scopo di provocare la caduta di Sogavare. Molti dei rivoltosi provengono dall’isola di Malaita e lamentano la mancanza di interventi del governo per migliorare le condizioni di vita nella loro isola, corruzione e carenza di posti lavoro. Le proteste, inoltre, includono anche critiche al Primo Ministro per aver preferito Pechino a Taiwan. 

L’ordine viene ristabilito nel giro di qualche giorno grazie all’intervento di forze di polizia e militari inviate dall’Australia in forza del trattato sulla sicurezza del 2017. Pechino, visti gli attacchi al distretto e alle imprese cinesi, non ha mancato di manifestare, tramite la sua ambasciata, “serie preoccupazioni” riguardo la sicurezza delle Isole e inviato addestratori e attrezzature di polizia.

L’accordo sulla sicurezza tra Honiara e Pechino appare, così, una naturale conseguenza. Questo, però, prevede non solo la possibilità per il governo cinese di inviare forze di sicurezza a protezione di personale e progetti cinesi nell’arcipelago e per assistere le forze locali nel mantenere l’ordine, ma anche di utilizzare le Isole Salomone come scalo navale. Tutto ciò, ovviamente, previo consenso o richiesta del governo locale.

La previsione che permette alla Repubblica Popolare Cinese di inviare nelle Isole Salomone, seppur previo consenso del governo locale, personale militare e navi ha allarmato australiani, neozelandesi e americani che la interpretano come il primo passo per la realizzazione di una base militare nella regione.

Quali i possibili sviluppi?

Non sono nuove le preoccupazioni da parte australiana riguardo il tentativo della Repubblica Popolare Cinese di realizzare delle basi militari nel Pacifico. Già nel 2018 erano corse voci di un tale piano nelle Isole Vanuatu

Tarcisius Kabutaulaka del Lowy Institute sostiene, però, che è poco probabile che la Cina abbia intenzione di costruire una base navale nelle Isole Salomone: stabilire basi militari all’estero non sarebbe il modo con cui Pechino opera (la Cina, infatti, ha una sola base militare all’estero, ovvero a Djibouti). L’approccio cinese, in particolare nel Pacifico, sarebbe quello di concludere accordi in materia di sicurezza. Le Isole Fiji, ad esempio, hanno sottoscritto, nel 2011, un Memorandum of Understanding con Pechino per l’addestramento, fornitura di equipaggiamento e mezzi alle forze di sicurezza oltre a rafforzare la cooperazione in materia riciclaggio di denaro e contrasto a crimini transnazionali.

Secondo Peter Hooton del Lowy Institute, inoltre, l’accordo riguarda più questioni interne alle Isole Salomone. Il Primo Ministro Sogavare, infatti, difendendo la scelta di sottoscrivere l’accordo sulla sicurezza con la Cina, ha affermato che non è intenzione delle Isole Salomone schierarsi nella contesa geopolitica mettendo in pericolo la sicurezza e armonia della regione ma che lo scopo dell’accordo è meramente di incrementare la sicurezza interna.

Resta, in ogni caso, il fatto che l’accordo non è circoscritto all’addestramento, equipaggiamento e all’assistenza delle forze di polizia locali, ma include la possibilità che l’arcipelago possa essere utilizzato come scalo navale da Pechino. Si aggiunga, poi, che un interesse cinese di tal genere nelle Isole Salomone è datato 2019 quando la società statale cinese Sam Group aveva manifestato l’intenzione di prendere in concessione l’isola di Tulagi (già base navale giapponese durante la seconda guerra mondiale). Tentativo, poi, risoltosi in un nulla di fatto, peraltro, per l’intervento proprio del premier Sogavare.

Canberra e Wellington non hanno mancato di esprimere le loro preoccupazioni: l’Australia ha affermato che l’accordo rischia di minare la stabilità e sicurezza della regione, mentre la Nuova Zelanda ha avvertito di una potenziale militarizzazione della stessa.

L’Australia resta ancora l’attore principale nella regione, soprattutto in termini di investimenti e aiuti per lo sviluppo. È, comunque, evidente che Pechino nell’ultimo decennio ha maturato un interesse nell’estendere la propria influenza e presenza nell’area. 

Se gli obiettivi perseguiti da Pechino, nel breve periodo, sembrano essere quelli di ridurre il supporto diplomatico a Taiwan e di “esportare” il suo modello di sicurezza, nel lungo periodo la strategia potrebbe essere quella di “intromettersi” nella sfera di influenza australiana, inducendo così Canberra a concentrare maggiormente la propria attenzione e risorse su questa regione e meno in altre (ad esempio il Sud Est Asiatico) più prossime alla Cina (una strategia, peraltro, in qualche modo ipotizzata dal Prof. J. Mearsheimer). 

La mossa cinese sembra non aver sorpreso Washington che nel già febbraio aveva già annunciato di voler riaprire l’ambasciata a Honiara, chiusa da ben 29 anni. I recenti avvenimenti, dunque, segnalano che il teatro della competizione tra Cina e Stati Uniti (e suoi alleati) si sta allargando.

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