FOCUS ENERGIA – Petrolio, luci e ombre dell’accordo Opec

L’accordo raggiunto a Vienna per la riduzione della produzione giornaliera di petrolio da parte dei Paesi Opec segna una svolta importante per il settore petrolifero. Ma restano alcune incognite che potrebbero gettare ombre sulla portata e sulla durata dell’accordo stesso, a partire dalle tensioni geopolitiche fino al rilancio dello shale oil americano.

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I tredici paesi produttori di petrolio appartenenti all’Opec hanno raggiunto il 30 novembre scorso un importante e storico accordo per la riduzione della propria produzione quotidiana di petrolio. Viene previsto un taglio della produzione di 1,2 milioni di barili al giorno a partire da gennaio 2017, in linea con quanto stabilito nel corso del meeting di Algeri svoltosi nel settembre 2016. Grazie all’accordo di Vienna la produzione totale dell’Opec arriverà a circa 32,5 milioni di barili al giorno. Una riduzione di per sé marginale, trattandosi del 3,6% della loro produzione e, addirittura, appena l’1,2% di quella mondiale. Ciò non deve però sminuire la rilevanza, almeno storica, dell’accordo, dal momento che era dal 2008 che l’Opec non tagliava la propria produzione di petrolio. Per di più, un accordo così allargato, con quote distribuite su tutti i suoi membri, non avveniva dal 1998.

Sorprendente è il carattere dettagliato dell’accordo, che contiene una chiara indicazione delle singole quote di produzione che devono essere tagliate da ciascun paese membro, dato che normalmente questi accordi sono generici e volutamente ambigui e lacunosi, in modo da lasciare ampi margini di manovra ai vari paesi. Ma questa volta era veramente in gioco la credibilità (e, forse, la sopravvivenza) dell’organizzazione nonché la tenuta del mercato petrolifero (oltre a quella economica dei principali attori mondiali) e quindi non poteva essere diversamente.

L’incognita della durata e della sua applicazione

L’accordo prevede una durata di sei mesi e la possibilità del rinnovo dovrà essere discussa nel vertice Opec fissato per la fine di maggio 2017. La durata semestrale non è certo un caso, dal momento che corrisponde ai mesi invernali. In questo modo, infatti, l’Opec può sostenere i prezzi nei sei mesi strategici della stagione invernale lasciando poi, in primavera, di nuovo le mani libere agli Stati membri, soprattutto nel caso in cui, come altamente probabile, il primo beneficiario di un aumento del prezzo del petrolio dovesse essere lo shale oil statunitense. Ma in realtà è proprio l’applicazione concreta dell’accordo a non essere così certa. Trovare un’intesa è cosa ben diversa dal metterla in pratica. L’esperienza, infatti, insegna che molto raramente gli accordi raggiunti dall’Opec hanno avuto completa esecuzione, specialmente da parte dei paesi guida dell’organizzazione, quali Arabia Saudita e Kuwait. Per ovviare a ciò a Vienna è stata prevista l’istituzione di un Comitato ministeriale di monitoraggio con il compito di verificare l’effettiva implementazione dell’accordo. Solo il tempo, quindi, potrà dire se ci sarà davvero una svolta in questo senso o se l’Opec tornerà al suo comportamento abituale.

Alcuni paesi esclusi dall’accordo

A pesare sulle effettive conseguenze, soprattutto di medio e lungo periodo, dell’accordo, c’è la decisione di escludere dai tagli alla propria produzione alcuni paesi (Libia, Nigeria e Iran). Situazioni diverse tra loro che, però, in un futuro potrebbero sparigliare le carte e vanificare quanto stabilito a Vienna a fine novembre. La Libia, in particolare, ha ottenuto l’esenzione essendo un paese in guerra: un problema, quindi, non estrattivo o di mercato bensì politico e militare, un messaggio alle parti in causa per deporre le armi e  dare al paese la possibilità di riprendersi grazie all’export energetico. Diversa la situazione dell’Iran, il quale ha chiesto uno status speciale perché parte da livelli di estrazione piuttosto bassi a causa dell’embargo. Su questo punto i sauditi non hanno mancato di manifestare la propria contrarietà, ma alla fine hanno ceduto perché Teheran ha comunque bisogno di molto tempo e di investimenti per rilanciare la produzione e, soprattutto, perché l’arrivo di Trump alla Presidenza Usa potrebbe aprire nuovi scenari (più favorevoli a Riad) nei rapporti con l’Iran. Sebbene, quindi, una rapida ripresa della produzione di questi paesi non sia all’ordine del giorno, il continuo aumento della loro produzione quotidiana negli ultimi mesi segna chiaramente l’inizio di un trend che dovrà essere monitorato costantemente.

Il futuro dello shale oil americano

I principali beneficiari della decisione dell’Opec potrebbero essere le numerose compagnie americane specializzate nel fracking, la tecnica invasiva utilizzata per estrarre il petrolio dalle sabbie bituminose. Quando nel 2014 l’Arabia Saudita impose di lasciare inalterata la produzione di greggio nonostante l’eccesso di offerta, l’obiettivo era proprio quello di difendere le proprie quote di mercato estromettendo i produttori di shale oil americano. In questi due anni, però, le compagnie energetiche statunitensi hanno mostrato una resistenza inaspettata, imparando a produrre a costi più contenuti (sino ad una riduzione del 40% dei costi di produzione) riuscendo così ad abbassare il livello dei breakeven per tutti gli operatori del settore. Considerando un prezzo del petrolio oscillante tra i 50 e 55 dollari al barile, la produzione di shale oil americano potrebbe ora aumentare di 400.000 barili al giorno diventando la più rilevante spina nel fianco per l’accordo di Vienna. E l’arrivo di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti potrebbe confermare questa tendenza visto che sin dall’inizio della sua campagna elettorale, il tycoon americano ha dichiarato di voler adottare una politica fiscale e ambientale di incentivazione per le società petrolifere che svolgono la propria attività negli Usa.

Il ruolo dei paesi produttori non Opec

A Vienna i leader dei paesi Opec avevano annunciato che anche i paesi produttori non aderenti all’organizzazione avrebbero tagliato la propria produzione quotidiana di petrolio, per un totale di 600.000 barili di greggio al giorno. Nel vertice di Doha del 9 dicembre questi paesi si sono quindi accordati per un taglio della produzione di 558.000 barili al giorno, una cifra  inferiore rispetto a quella pattuita a Vienna. Nonostante ciò (sembra addirittura che inizialmente sia stato ipotizzato un taglio di 612.000 barili al giorno, quindi più di quanto promesso), questa intesa segna l’inizio, e l’istituzionalizzazione, di una collaborazione tra Opec e paesi non appartenenti all’organizzazione. Garante di questa collaborazione sarà la Russia di Vladimir Putin, tanto da poter parlare di una sorta di Opec allargata. Spetta infatti proprio a Mosca coprire, con un taglio di 300.000 barili di greggio al giorno, buona parte della riduzione della produzione giornaliera di questi paesi. Questo accordo, infatti, non era necessario solo per l’Arabia Saudita ma anche per Mosca, finanziariamente stremata dal crollo dei prezzi dell’export energetico. Il sacrificio della Russia, però, non dovrebbe essere particolarmente elevato dato che proprio nei mesi scorsi le sue compagnie avevano aumentato i ritmi di estrazione, con la conseguenza che i tagli previsti partiranno da una base di partenza più elevata. Qualche dubbio potrebbe sorgere sulla effettività di questo congelamento in quanto il governo russo non controlla direttamente, a differenza di quanto avviene per i paesi Opec, le estrazioni. Ma, forse, potrebbero essere soprattutto le tensioni geopolitiche, che ben poco hanno a che vedere col petrolio, tra Mosca a Riad a far saltare l’accordo di Vienna.

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