Abkazia: la conflittualità interna e l’ombra lunga della Russia

Lo scontro tutt’oggi irrisolto che esplode tra l’Abkhazia e la Georgia all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica affonda le sue radici nella storia della regione transcaucasica. Ripercorrerne brevemente alcuni passaggi centrali fornisce elementi utili per la comprensione dell’origine e delle motivazioni dello scontro armato tra il governo di Tiblisi e la sua repubblica autonoma, che rimane di fatto congelato dopo l’ultima breve guerra tra Russia e Georgia dell’agosto 2008. Verrà poi analizzato il ruolo, diretto ed indiretto, che la Russia ha svolto nel conflitto, alla luce degli interessi strategici di Mosca nell’intera regione caucasica. La modalità con la quale i differenti presidenti georgiani hanno declinato la politica, sia interna che estera, di Tiblisi nei decenni del post – guerra fredda ha determinato la posizione occupata dalla Georgia nello scenario internazionale, in bilico tra un tentativo di avvicinamento all’Occidente (in particolare attraverso il recente desiderio di ingresso nella Nato) ed una radicata presenza russa.

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Il rinnovato interesse degli Stati Uniti per l’area del Caucaso – strategica sia da un punto di vista economico, quale corridoio energetico, sia da un punto di vista geopolitico, quale margine tra lo spazio ex-sovietico ed oggi russo, e quello atlantico – e più in generale per l’intero arco centro-asiatico, ha determinato la riedizione di un confronto diretto tra Washington e Mosca per l’affermazione o riposizionamento delle rispettive zone di influenza. La fine dell’assetto unipolare prende forma anche con il riemergere di irrisolte linee di faglia ereditate dall’ordine bipolare.

Brevi cenni storici

Il territorio dell’Abkhazia ha storicamente sempre goduto di una rilevante autonomia all’interno della Georgia. Dichiarato Principato Autonomo della Georgia già nel XVI secolo, ed abitato in prevalenza da popolazione di etnia abkhaza, passò stabilmente sotto il dominio dell’Impero russo intorno alla metà del XVII secolo, con il resto dei territori georgiani. L’espansione russa comportò l’abolizione dei vari principati, compreso quello dell’Abkhazia, e molti abkhazi musulmani, che all’epoca costituivano più del 60% della popolazione della regione, emigrarono nell’Impero Ottomano, lasciando l’Abkhazia quasi spopolata. Questo deflusso demografico fu seguito quasi immediatamente dalla migrazione in Abkhazia di numerosi georgiani, armeni, greci, russi (cristiani), che ripopolarono aree divenute quasi completamente disabitate. Come risultato di questi movimenti etnici, all’inizio del XX secolo gli abkhazi (musulmani) costituivano solo 1/3 della popolazione complessiva dell’Abkhazia, i 2/3 essendo composti in prevalenza da georgiani e armeni (cristiani).

L’Abkhazia tornò a godere di una rilevante autonomia soprattutto a partire dal 1918, dopo la rivoluzione bolscevica, arrivando poi al 1931, anno nel quale fu da Stalin proclamata Repubblica Indipendente all’interno della Georgia sovietica. In realtà l’indipendenza era solo nominale, ed il controllo di Tiblisi assoluto: venne attuata una politica di assimilazione forzata, il georgiano imposto come lingua ufficiale, la lingua abkhaza bandita, e migliaia di abkhazi furono uccisi durante le repressioni staliniane.

Si pongono le basi del futuro scontro interetnico tra Abkhazia e Georgia, del quale la madre Russia tesse le fila nello stendere la tela del suo spazio geopolitico. L’Unione Sovietica incoraggia la migrazione georgiana in Abkhazia, alla quale farà seguito anche quella dall’Armenia, soprattutto negli anni ’50 e ’60. La situazione per gli abkhazi si capovolge dopo la morte di Stalin. L’Unione Sovietica abbandona la politica discriminatoria e di assimilazione forzata e ne adotta una di segno opposto a difesa della minoranza abkhaza. La nuova protezione sovietica permette agli abkhazi di conquistare un notevole peso ed influenza nella vita politica della repubblica, di fatto sproporzionati rispetto al loro status di minoranza demografica. Le elites abkhaze, in cambio di protezione da Mosca, assicurano all’Urss una piena fedeltà politica. Questo nuovo scenario desta però i risentimenti della maggioranza della popolazione, georgiani ed armeni, che si ritengono vittime di discriminazioni. E’ il divide et impera utilizzato da Mosca come efficace strumento di controllo e dominio sui territori rientranti nella sua sfera di influenza. La conflittualità interna tra abkhazi e georgiani che matura nella regione abkhaza e’ tenuta in sordina solo dalla minacciosa presenza della grande Russia. Il crollo dell’Unione Sovietica toglierà il coperchio al vaso di Pandora caucasico.

Il conflitto abkhazo – georgiano

Gli scontri in Abkhazia hanno inizio all’indomani dell’implosione dell’Impero Sovietico. Al momento dell’indipendenza georgiana, nell’aprile del 1991, l’Abkhazia si trova divisa in due fazioni: la maggioranza, composta essenzialmente da georgiani ed armeni, favorevole all’indipendenza della Georgia, ed una minoranza, composta dagli abkhazi, che rivendica la costituzione di una Repubblica indipendente dalla Georgia. Tra le due fazioni hanno inizio i primi scontri. A questo punto, nell’andamento e nella gestione del conflitto, diventa rilevante la linea politica seguita dai vari presidenti georgiani, nonché il ruolo svolto da Mosca. Il primo presidente della Georgia indipendente post – sovietica, Gamsakurdia, attua una politica “micro – imperiale”, sostanzialmente nazionalista, caratterizzata da una forte opposizione ai movimenti autonomisti delle minoranze etniche interne e da un netto allontanamento dalla Russia (indicativa di tale linea politica filo – occidentale e’ infatti la mancata adesione della Georgia alla CSI). Mosca risponde al “tradimento” georgiano appoggiando i movimenti indipendentisti presenti in diverse regioni della Georgia, Abkhazia, Ossezia del sud, Agiaria, Javakheti, allo scopo di indebolire il governo di Tbilisi.

Questa linea verrà seguita dal Cremlino con costanza e decisione, sino a giungere all’ultimo scontro militare aperto tra le truppe georgiane e quelle russe (intervenute in difesa dell’Abkhazia), scoppiato nell’agosto del 2008 e risoltosi con la disfatta delle forze georgiane. Quando nel febbraio del 1992 la Georgia abolisce la costituzione dell’era sovietica e restaura la costituzione del 1921 della Repubblica Democratica di Georgia, l’atto e’ interpretato dagli abkhazi come l’abolizione del loro status autonomo e in risposta pochi mesi dopo dichiarano l’indipendenza dell’Abkhazia. A questo punto scoppia la vera e propria guerra tra ribelli abkhazi e truppe governative, inviate da Tiblisi per riprendere il controllo della regione. Per l’andamento degli scontri e la vittoria dei ribelli sulle forze georgiane, che furono costrette alla fine del 1992 a lasciare la regione, un peso determinante hanno avuto le forze paramilitari del Caucaso settentrionale, essenzialmente ceceni, osseti e cosacchi (l’autoproclamata Confederazione dei Popoli Montanari del Caucaso), che dal territorio russo sono giunte in Abkhazia a sostegno dei ribelli. Nonostante un primo cessate il fuoco alla fine del 1992, ed un secondo nel 1994, gli scontri sono continuati costantemente, allontanando l’ipotesi di una pacifica e stabile definizione della situazione. Di fatto, il governo centrale georgiano non controlla più il territorio dell’Abkhazia dal 1994. Nel corso degli anni nella regione si sono costituite istituzioni parastatali funzionanti e forze armate di autodifesa.

L’elemento di conflittualità etnica che sta alla base delle rivendicazioni politiche dei ribelli abkhazi e’ forse la principale causa della particolare ferocia e violenza che lo scontro ha assunto, con ripetuti episodi di pulizia etnica, specialmente a danno della popolazione civile di etnia georgiana ( le stime parlano di 10.000 – 30.000 georgiani uccisi, più di 300.000 sfollati). Di fatto i ribelli abkhazi, con il decisivo aiuto dei paramilitari del Caucaso settentrionale e l’appoggio della Russia (soprattutto con rifornimento di armi), hanno sottratto a Tbilisi il controllo della regione, provocando la fuga di tutta la popolazione di etnia non abkhaza sfuggita ai massacri. In conseguenza di ciò oggi gli abkhazi sono tornati maggioranza nella Repubblica. La breve guerra tra Russia e Georgia dell’agosto 2008 , conclusasi con la rotta delle forze armate georgiane, l’aumento della presenza militare russa in Abkhazia e il riconoscimento della sua indipendenza da parte di Mosca, sembra aver spento ogni tenue speranza di poter recuperare il territorio alla sovranità di Tbilisi.

La Russia e gli Stati Uniti

I rapporti tra la Russia e la Georgia, e l’appoggio fornito dalla prima ai movimenti indipendentisti di Abkhazia, Ossezia del sud ed Agiaria, vanno inquadrati nella complessiva strategia politica attuata da Mosca nel Caucaso. Una considerazione preliminare fornisce un primo significativo elemento. Nonostante la regione caucasica sia divisa in un versante che e’ parte dell’odierna Russia (Caucaso settentrionale), ed un altro versante indipendente (Transcuacasia), Georgia, Armenia ed Azerbaigian, Mosca percepisce la regione come un sistema unico, tanto da un punto di vista economico, quanto, e soprattutto, da un punto di vista politico – strategico e di sicurezza. Gli interessi principali della Russia nella regione sono essenzialmente due: mantenere l’integrità territoriale (vedi questione cecena), e salvaguardare i propri interessi economico – strategici nella Transcaucasia. Conservare un ruolo egemonico di influenza politica – nonchè economica – e’ dunque l’obiettivo centrale, la dominante strategica della politica russa nel Caucaso. Non si dimentichi che Mosca considera la Transcaucasia (così come le altre zone ex – sovietiche) il suo “Estero vicino”, ovvero uno spazio storicamente, politicamente ed economicamente legato ai suoi interessi vitali.

Se dunque da un lato Mosca ha interesse ad appoggiare l’indipendenza dell’Abkhazia per indebolire la Georgia e mantenerla in tal modo nella sua orbita (soprattutto in conseguenza della politica filo-occidentale del presidente georgiano Saakashvili), dall’altro però deve dosare con attenzione la sua linea pro-movimenti indipendentisti, al fine di evitare pericolosi contraccolpi che potrebbero derivarne all’interno del suo stesso territorio. L’effetto domino. Proprio nel Caucaso settentrionale infatti Mosca deve fronteggiare diversi movimenti indipendentisti (Adigezia, Karacevo-Cerkessia, Cabardino-Balcaria, Ossezia Settentrionale, Cecenia, Daghestan), fonti di forte destabilizzazione. L’appoggio militare dato all’Abkhazia dai ribelli caucasici (Confederazione Montanara dei Popoli del Caucaso) conferma l’intreccio ed i legami dei vari movimenti indipendentisti, tra l’altro ulteriormente uniti dalla comune fede islamica. Negli anni recenti gli attacchi di questi movimenti indipendentisti, specie quelli ceceni, hanno assunto le modalità operative proprie dei gruppi terroristici, facendo parlare, non sempre in modo appropriato, di un unico movimento terrorista islamico, che comprenderebbe i gruppi quaedisti del Medio Oriente, della penisola araba e dello Yemen, i talebani di Afghanistan,Pakistan, e Tagikistan, fino alle frange estreme dell’islam indonesiano e filippino.

La guerra dell’agosto 2008 è l’ultimo e più grave episodio di un processo che ha visto il Cremlino entrare in rotta di collisione con il presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che ha adottato un atteggiamento fortemente filo-occidentale, in particolare filo-americano, ed esplicitamente anti-russo. Gli Stati Uniti e l’Unione europea sostengono l’integrità territoriale della Georgia, cui hanno promesso aiuti finanziari e maggiore cooperazione dopo la guerra. Sono però divisi sull’opportunità di aprire le porte della Nato a Tbilisi. La mancanza di una comune strategia per la Georgia, sommata al fatto che la Russia è in una posizione di forza, limita l’influenza di America ed Europa sugli sviluppi in Abkhazia. Mosca fa leva sui suoi stretti legami con le autorità secessioniste per influenzare la politica estera della Georgia. Una delle priorità del presidente georgiano Saakashvili è l’integrazione della Georgia nella Nato, cui la Russia si oppone con decisione. L’adesione della Georgia alla Nato sembra però fuori questione, almeno per il prossimo futuro. Un’eventuale membership atlantica coinvolgerebbe direttamente la Nato nei conflitti con Abkhazia ed Ossezia del Sud, e rischierebbe di trascinarla in un confronto diretto con la Russia nella polveriera caucasica.

La Georgia inoltre è ben lontana dal possedere i requisiti (in termini di democrazia ed efficienza delle istituzioni) richiesti per l’accesso. Nonostante il forte sostegno espresso da alcuni membri (come Usa e Gran Bretagna) la Nato non ha quindi offerto alla Georgia la partecipazione al suo programma di pre-adesione, il Membership Action Plan (Map). L’Alleanza ha espresso in termini generali la volontà di integrare la Georgia, senza però specificare alcuna data. La recente guerra con la Russia sembra aver significativamente ridotto le possibilità che la Georgia recuperi la sovranità sull’ Abkhazia. Il governo russo ha annunciato che aumenterà il numero di soldati che, in veste ufficiale di peace-keepers erano già presenti sul territorio, fino a 3.500 unità circa a regione. Non esiste al momento una base negoziale su cui discutere lo status della provincia secessionista, e di fatto la situazione rimane congelata. I paesi occidentali sostengono l’integrità territoriale della Georgia, e hanno invitato gli altri paesi del mondo a non riconoscere la sovranità dell’ Abkhazia (in effetti, il solo Nicaragua ha seguito l’esempio di Mosca). Va sottolineato comunque che l’operato del governo di Saakashvili in occasione della guerra con la Russia è stato sottoposto a numerose critiche da parte di Stati Uniti ed Europa occidentale. Il presidente georgiano è stato accusato di aver agito in modo avventato fornendo alla Russia l’occasione per intervenire (opinione rafforzata dopo la rivelazione, contenuta in un rapporto dell’Osce, che ad aprire il fuoco per primo sarebbe stato l’esercito georgiano). Il credito di cui gode Saakashvili presso le capitali del Patto Atlantico è a conti fatti piuttosto scarso.

Sospesa tra un difficile avvicinamento all’area atlantica (Ue, Usa, Nato) e una persistente presenza e influenza russe, la Georgia si muove dunque al margine dell’estensione di due sfere di influenza, quella atlantica e quella russa, che dopo la fine del bipolarismo e dell’unipolarismo, riemergono a dare forma, qui e altrove nello scenario globale, ad un assetto da alcuni definito non-polare, ma che è più propriamente multipolare.