A tu per tu: Zygmut Dzieciolowski e il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia

Geopolitica.info ha incontrato presso la VII edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia il giornalista e scrittore polacco Zygmunt Dzieciolowski. Autore del libro “Pianeta Russia” e fondatore di OpenDemocracy/Russia, Dzieciolowski ci espone il suo punto di vista sul panorama giornalistico e politico russo ad un anno dalle elezioni che hanno conferito a Vladimir Putin la carica di Presidenze della Federazione per il suo terzo mandato non consecutivo. 
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A tu per tu: Zygmut Dzieciolowski e il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia - GEOPOLITICA.info

Zygmunt, Putin è risultato vincitore alle scorse elezioni con oltre il 60% dei voti. Ammessa anche l’esistenza di brogli, si tratta di una percentuale molto elevata. Per quali ragioni l’establishment russo continua a godere di un così largo consenso elettorale, malgrado i ricorrenti problemi legati alla libertà di espressione, agli abusi dei diritti umani, alla corruzione diffusa?

Dobbiamo fare un passo indietro per comprendere questo. Il crollo dell’Unione Sovietica è stato un evento molto doloroso per il popolo russo, l’economia era andata in pezzi in quanto si basava soprattutto sulla produzione bellica, che però si era fermata dopo il 1991. Il tasso di disoccupazione era molto elevato, i salari non venivano pagati e c’erano opportunità di lavoro ridotte. Emigrare da una regione all’altra della Russia in cerca di lavoro era molto dispendioso, i costi dei trasporti erano cresciuti molto. Pertanto si tornò ad un’economia di sussistenza, le persone cercavano di produrre il minimo indispensabile per sopravvivere. È stato un periodo della storia della Russia di grande sofferenza.
Con Putin le cose sono cambiate, l’economia gradualmente ha iniziato a riprendersi ma il ricordo di quanto accadde con il crollo dell’Unione Sovietica è ancora vivo, le persone si fidano di Putin, lo percepiscono come un leader forte e carismatico e temono che senza Putin la situazione russa possa tornare di nuovo ai livelli dei primi anni ’90.

Secondo Lei, quindi, ragioni di tipo economico condizionano il comportamento dell’elettorato russo. Il giornalismo d’inchiesta, tuttavia, ha fatto parzialmente luce sul livello di corruzione che caratterizza la classe dirigente, malgrado l’atteggiamento ostruzionistico del Cremlino. Vi è una coscienza/consapevolezza politica circa il fatto che i governanti sono i primi a non rispettare le regole e che è necessario un cambiamento politico oppure il controllo del Cremlino sui mezzi d’informazione è così serrato da impedire la formazione di un’opinione pubblica?

La società russa ha raggiunto un tasso di corruzione così elevato da poter essere definito sistemico, dal basso verso l’alto, nessun livello escluso. La possibilità che un individuo ha di fare affari e carriera aumenta progressivamente mano a mano che la sua scalata al potere procede: più sei in alto nell’occupare posizioni di governo, migliori saranno le probabilità di successo. Per questo le persone non riflettono tanto sulle anomalie di questo sistema e su cosa debba essere cambiato. Ogni individuo pensa “Come posso entrare nel sistema?”. Una posizione nel settore governativo, burocratico e amministrativo è molto più sicura che tentare un investimento imprenditoriale o commerciale.

Per quanto riguarda il grado di coscienza politica, non si tratta di un problema di informazione: tutti sanno che il sistema è corrotto e che devi pagare se vuoi essere ammesso ad una certa università pubblica, devi pagare qualora tu voglia effettuare un esame medico prima dei tempi previsti, devi pagare se vuoi ottenere il tuo passaporto senza aspettare mesi. Sono vere e proprie tangenti. Se sei un regista di film o un produttore e hai una buona sceneggiatura, ti rechi presso il Ministero della Cultura e, affinché il tuo progetto sia preso in considerazione, sei costretto a versare una certa somma di denaro, mascherato da consulenza “offerta” dal Ministero. Quella russa è una società piramidale, gerarchica, in cui non c’è mobilità sociale.

È stato ospite a Perugia in un panel sul giornalismo investigativo, in cui si è parlato anche della giornalista Anna Politoskaya. Putin formalmente ha condannato il delitto ed ha espresso la volontà di perseguire i responsabili ma tuttora non è chiaro chi siano i mandanti dell’omicidio. Pensa che questa reale mancanza di volontà da parte delle autorità russe sia dannoso per il giornalismo d’inchiesta?

Sa, a mio parere esistono tre tipologie di persone: le brave persone, quelle cattive e i politici. Putin è un politico, lui dice quello che le persone vogliono sentirsi dire, per cui era normale che condannasse pubblicamente l’omicidio. Ma la realtà è che in Russia esiste un numero elevatissimo di casi irrisolti, molti dei quali riguardano giornalisti. Spesso le indagini non portano a nulla. Durante il panel Svetlana Reiter, giornalista di Esquire Russia, ha sottolineato quanto sia difficile portare avanti inchieste in Russia e come spesso queste inchieste non producano gli effetti sperati. Ci sarebbe davvero molto da investigare in Russia ma riuscire a portare le prove di quello che sostieni è praticamente impossibile in quanto non ne possiedi sulla carta, molto spesso anche i funzionari di polizia sono corrotti e gli avvocati, se da una parte possono costituire un’importante fonte di informazione, dall’altra possono anche usarti. In ogni caso qualora lei decida di condurre un’inchiesta, rischia che la situazione divenga pericolosa. È il caso di Yury Shtchekochikhin: il giornalista aveva indagato sulle attività criminali del FSB, la principale agenzia di sicurezza nazionale succeduta al KGB; nel 2003 stava per recarsi negli Stati Uniti per discutere il caso con l’FBI quando è morto improvvisamente. Ma non è l’unico, la lista è molto lunga. 

In merito alla questione dell’esistenza di un’opposizione politica in Russia, Le volevo chiedere del caso Navalny. Qual è il problema di Putin con Navalny? Al momento questo politico è sotto processo con l’accusa di aver sottratto denaro indebitamente dalla Kirovles. Lui rigetta tutte le accuse e rappresenta, forse, il simbolo di una Russia in cui i diritti di libertà sono poco tutelati. Non c’è il rischio che quello di Navalny divenga un caso mediatico – come poi lo è divenuto quello delle Pussy Riots?

Non c’è alcun dubbio sul fatto che le accuse imputate a Navalny siano state montate ad hoc. Navalny è un politico molto talentuoso, Putin lo teme a tal punto che l’accesso ai mezzi di comunicazione è stato limitato. Non dimentichiamo che, qualora Navalny fosse ritenuto colpevole e condannato, non potrebbe presentarsi come candidato alle prossime presidenziali.

Per quanto riguarda il discorso mediatico, la mia risposta è un secco no. L’informazione in Russia è molto diversa da quella italiana: in primo luogo quello televisivo resta ancora il principale canale di di informazione, sono poche le persone che hanno accesso ad internet, si tratta soprattutto di quegli individui che hanno un livello di istruzione più elevato. In secondo luogo è necessario considerare che la Russia è un territorio sconfinato, chi vive nelle sue zone più remote, come in Siberia, vive una condizione di isolamento psicologico ma anche di mancanza di una pluralità di fonti di informazione, per cui le notizie in queste regioni giungono soprattutto attraverso i canali televisivi controllati dallo Stato. Il caso Navalny è molto conosciuto a Mosca e nelle grandi città ma non esistono mezzi di diffusione affinché possa divenire un caso mediatico in Russia. La questione territoriale non va sottovalutata: il fatto che la Russia sia lo stato più grande del mondo spiega moltissimi problemi di questo paese.

La sua esperienza professionale l’ha condotta a essere testimone diretto degli eventi bellici che hanno coinvolto la Georgia nel 2008. Che idea si è fatto di questa guerra vivendola in prima persona?

Sì, ero in Georgia allo scoppio della guerra e stavo lavorando ad un report sulle relazioni fra le diverse etnie del paese. La guerra è scoppiata improvvisamente, nessuno se lo aspettava. Non c’è dubbio sul fatto che ad iniziare sia stata la Georgia, si sono verificati una serie di incidenti ma credo che nessuno si aspettava quello che di fatto è successo.
Sono convinto, però, che vi siano responsabilità da ambo le parti: la Georgia da tempo portava avanti una propaganda anti-russa, era proprio della politica di Saakashvili provocare la Russia per finalità di politica interna. E la Russia non ha esitato a reagire. Badi bene, non ho alcun dubbio che Mosca continui a porre in essere una politica di ingerenza nel Paese caucasico. L’epoca di Putin presenta molti tratti di quella tradizione imperialistica che ha da secoli appare un carattere connaturato della politica russa.
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