A tu per tu: Valeria Giannotta, cosa sta accadendo in Turchia

Geopolitica.info ha intervistato Valeria Giannotta, assistant professor presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali dell’Universita’ Sabahattin Zaim di Istanbul sugli ultimi avvenimenti che hanno scosso la Turchia.  
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A tu per tu: Valeria Giannotta, cosa sta accadendo in Turchia - GEOPOLITICA.info

Conclusasi la fase acuta della protesta, restano i suoi strascichi: il tanto decantato ‘modello turco’ è stato intaccato agli occhi della comunità internazionale? Il governo dell’Akp gode ancora di piena legittimazione davanti ai partner internazionali?

E’ innanzitutto necessario fare un passo indietro e far chiarezza su cosa si intende per modello turco. Premetto che -data la peculiare esperienza kemalista con un determinato imprint secolare e un orientamento ad Occidente- la Turchia non può essere considerata un modello. Semmai una fonte di ispirazione. Fatta questa premessa, tuttavia, e’ opportuno sottolineare che con l’ascesa al potere dell’AKP nel 2002 alcuni storici capisaldi della moderna repubblica di Turchia, cosí come interpretata da Ataturk, sono stati messi in discussione. Prima tra tutti è stata questionata quell’interpretazione di secolarismo come contenimento e controllo di ogni istanza religiosa che per anni ha visto escludere le conservatrici masse anatoliche dal gioco politico e sociale della Turchia.

L’AKP in altre parole si e’ presentato al pubblico con l’obiettivo di sanare la polarizzazione sociale gia’ in atto nel Paese e indirizzare la Turchia verso la piena maturita’ democratica sotto il dichiarato spirito riformatore in chiave europeo. Con il programma di Conservative Democracy e’ stato chiaro lo sforzo di voler combinare i valori tradizionali, famigliari e religiosi propri dell’ essere turco con un’agenda liberale visibile soprattutto in ambito economico. Il che ha portato Ankara ad essere ben vista e legittimata dalla comunita’ internazionale come una fonte di ispirazione per i Paesi della regione soprattutto dopo la Primavera Araba. Tuttavia, se il successo economico e’ un caposaldo dell’attuale amministrazione Erdoğan, lo zelo democratico ha subito una brusca battuta d’arresto sin dal secondo mandato elettorale (2007-2011) mentre le misure adotatte hanno portato il partito al governo a conquistare una posizione predominante all’interno del sistema politico turco.

Gli avvenimenti di Gezi Park, in altre parole, riflettono il malcontento di una parte della societa’ che non si sente rappresentata dal partito al governo, che non si riconosce nella retorica conservatrice del Primo Ministro. Le proteste hanno rappresentato la prima vera sconfitta pubblica di Erdoğan, hanno portato alla luce una societa’ altmente polarizzata e nuove richieste sociali provenienti dalle giovani frange della societa’. Rimane sostanzialmente una questione di politica interna, forse a volte esageratamente interpretate dalla comunita’ internazionale. Erdoğan e’ un leader altamente carismatico, riconfermato nel 2011 con un supporto popolare del 50 %, fautore di un nuovo corso della politica turca. E non e’ un caso che proprio lo scorso anno sia stato riconosciuto dalle principali testate mondiali come ‘uomo dell’anno’.

La sua posizione dominante all’interno della sfera pubblica e’ legittimata dall’assenza di pesi e contrappesi e da una soglia di sbarramento pari al 10%. A questo c’e’ da aggiungere che e’ un leader che mal digerisce ogni tipo di opposizione sia all’interno che all’esterno del partito. E questo aiuta a spiegare l’intervento delle forze di sicurezza che, comunque, in Turchia non sono mai state particolarmente dolci. Anzi paradossalmente oggi le persone sono maggiormente liberi di scendere in piazza e manifestare rispetto al passato: i regimi precedenti in Turchia hanno sempre sedato ogni tentativo di protesta con l’intervento armato anche dei militari che spesso ha portato a seri massacri.

Se questo e’ il quadro interno generale, a livello internazionale l’immagine di Erdoğan e’ stata messa in discussione, ma non ha subito seri contraccolpi. Alcune cancellerie europee hanno criticato diffusamente l’operato del governo fino a mettere in discussione l’eventuale prossima apertura del 22 capitolo negoziale di accesso all’UE. Nonostante le critiche e le preoccupazioni, comunque, la Turchia rimane un Paese stabile, nonostante il grado di polarizzazione sociale rimanga alto.

Gli avvenimenti dell’ultimo mese devono essere un monito per tutti: il governo a elaborare una definizione davvero plurale ed inclusiva di democrazia, senza abbarbicarsi dietro la cieca interpretazione di democrazia maggioritaria; l’opposizione ad elaborare politiche costruttive in grado magari di catturare il supporto delle nuove richieste sociali; della comunita’ internazionale a non adottare double standard nei confronti di Ankara e nell’acquisire la consapevolezza che la piena maturita’ democratica della Turchia dipende anche dalla vicinanza con l’occidente e nello specifico con l’Europa, da e nei confronti della quale ci sono obblighi e doveri ben precisi.

Ci si interroga sulla composizione del fronte anti-governativo che ha animato le proteste. Si tratta più di un blocco politico a forte caratterizzazione laica, di una rivolta generazionale o di un tentativo di emulazione delle proteste di piazza ormai diffuse in molti Paesi? C’è una regia dietro le manifestazioni?

Quello che e’ certo e’ che non si tratta di una Primavera Turca. I protestanti di Gezi Park sono un composto di anime: ambientalisti; liberali, secolari che non si ritrovano nella retorica e decisioni del governo. İl framework morale di alcune politiche, unite alla tendenza ‘unilaterale’ del governo hanno irritato i giovani che in quei valori non si rivedono e/ o hanno diverse sensibilita’. L’occupazione di Gezi Park nasce dalla volonta’ di giovani ambientalisti di proteggere un’area verde di Istanbul dal progetto di costruzione di un ennesimo centro commerciale. Ma questa e’ stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso ormai colmo.

Solo nel mese precedente era diffuso il malcontento per avere trasformato le manifestazioni del 1 maggio in scene di guerra cittadina tra cittadini e forze armate; per l’approvazione della legge che limita l’uso di alcool e ultima in ordine di tempo per l’intervento della polizia nel separare una giovane coppia che si scambiava un bacio nelle matropolitana della capitale. Il tutto e’ percepito da alcuni settori della societa’ come una particolare ingerenza del governo nelle liberta’ individuali di ognuno. A questo ci sono da aggungere gli scontri tra polizia e manifestanti nei maggiori atenei del Paese nei mesi scorsi.

Insomma quello che sta emergendo e’ una nuova consapevolezza dei giovani turchi della loro posizione all’interno della societa’, di una volonta’ di rappresentanza e di nuove emergenti istanze, dapprima estranee in Turchia. In piazza comunque preponderante e’ quella parte di societa’ che ancora difende il laikik alla turca e lo vede minacciato dall’operato del governo Erdoğan. A parte Gezi Park pero’ e’ utile distinguere altri due tipi di proeste: quello delle strade delle maggiori citta’ turche che ha visto confluire anche elementi sovversivi ed estremisti e il rally degli elettori di Erdoğan che solo ad Istanbul ha visto confluire piu’ un milione di persone in segno di solidarieta’ al Primo Ministro.

Tutti elementi che danno un’idea ci come la societa’ turca sia frammentata e come oggi piu’ che mai necessiti un’elaborazione plurale delle politiche. Per concludere non credo ci sia una reale regia. İ moti sono stati spontanei. Tuttavia, ci sono tutti gli estremi per pensare che ci siano state delle infiltrazioni e una sorta di manipolazione nel creare disordini ed esaspera una situazione gia’ tesa.

Si è parlato del disinteresse ostentato dai media verso le manifestazioni, perlomeno nella fase iniziale. qual è stato, complessivamente, l’atteggiamento della stampa e dei media nei confronti dei moti di piazza?

Anche qui e’ utile una distinzione tra media turchi e media internazionali. Da parte dei media turchi c’e’ stato un sostanziale disinteresse, dettato anche da strategie ben precise volte ad arginare la diffusione di notizie e di caos. La carta stampata ha riportato fedelmente le notizie mentre la televisione ha fatto brevi accenni alla situazione evitando dirette dalle piazze, il che e’ stato percepito come un tentivo di disinformazione e come una strategia ben precisa del governo per non coinvolgere le masse anatoliche, principale bacino di supporto dell’AKP. 

Da parte della stampa internazionale, invece, vi e’ stata una giusta copertura, talvolta addirittura esasperata. Faccio un esempio personale: vivo a Istanbul e molto vicino a Taksim, la vita quotidiana non ha subito seri contraccolpi se non qualche problema logistico, comunque limitato, ma seguendo le notizie della stampa estera -anche quella italiana- a volte sembrava che stessimo sprofondando nel baratro della guerra civile. Non e’ questo il caso.
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