A tu per tu: Pietro Grilli di Cortona, processi di democratizzazione nel XXI secolo

Geopolitica.info si confronta con il prof. Pietro Grilli di Cortona, professore ordinario di Scienza Politica presso l’Università degli Studi “Roma Tre”, sui successi e i fallimenti dei processi di democratizzazione contemporanei. Dagli entusiasmi del post-bipolarismo ai dubbi sugli esiti delle recenti primavere arabe, il quadro delineato sembra oscillare tra il riconoscimento dell’innegabile affermazione su scale globale del modello politico della democrazia rappresentativa e la constatazione della persistenza di un variegato specchio di problematiche che ne compromettono la piena diffusione in tutti i sottosistemi regionali. 

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Professor Grilli, a quasi quaranta anni dall’inizio della terza ondata di democratizzazione del sistema internazionale e a più di venti dalla teorizzazione della fine della storia proposta da Francis Fukuyama il mondo si sta davvero avviando verso la completa omologazione al modello di democrazia rappresentava?

Un’analisi dei dati statistici elaborati dagli enti di ricerca in materia quantifica il numero di Stati coinvolti in processi di democratizzazione a partire dal 1974 in 86 circa. In oltre il 79% dei casi la trasformazione è avvenuta in seguito degli eventi che hanno portato al collasso del bipolarismo americano-sovietico, gli stessi che spinsero Fukuyama a parlare di “fine della storia”, e ciò ha fatto intravedere a qualcuno l’inizio di un fenomeno di omologazione statale verso forme di organizzazione socio-politica maggiormente democratiche. In realtà i processi di democratizzazione si sono fermati, le democrazie sono sempre meno della metà degli Stati e dal 2004 ad oggi vi sono anche diversi e significativi fenomeni regressivi: l’avvio della democratizzazione non si traduce scontatamente nel consolidamento della pratica e della cultura democratiche.

In quali contesti regionali il consolidamento della democrazia incontra i maggiori ostacoli?

Il primo riferimento è certamente quello dell’Africa. Si tratta di un continente che nell’ultimo ventennio ha fatto registrare casi di netto miglioramento negli indici di democrazia, cui si affiancano realtà apertamente autoritarie e Stati dove il cammino delle riforme sociali, economiche e politiche ha subito pesanti battute di arresto. Si guardi al Kenya, Paese tra i più virtuosi sotto tal profilo fino a pochi anni fa, oggi costretto a fronteggiare una crisi di legittimazione dell’autorità statale a seguito di una tornata elettorale poco limpida che ha messo a nudo le fragilità di un processo di democratizzazione ancora in fieri. Per non citare casi ben più scontati come il Mali, da tempo al centro delle cronache internazionali …

In cosa la comunità degli Stati africani e più generalmente l’insieme dei Paesi classificabili sotto la dicitura di “non liberi”, appare ancora carente?

I fattori che concorrono alla stagnazione del processo di democratizzazione sono molteplici e presentano un elevato grado di eterogeneità, ma è indubbio che tra i fondamentali ostacoli riscontrabili vada citata, anzitutto, l’assenza di una classe media dotata degli strumenti economici e culturali necessari per avviare tali dinamiche trasformative. Nella maggior parte degli Stati non democratici incontriamo la sopravvivenza di ristrette élite capaci di catalizzare su se stesse e sulle proprie cerchie di amici, parenti e collaboratori la quasi totalità del capitale economico-finanziario e sociale della nazione. Ciò che appare più paradossale è la constatazione del peso decisionale di tali ristretti gruppi tanto sull’ordinaria amministrazione statale quanto sulle politiche di lungo termine, tra le quali rientrano anche le scelte in tema di democratizzazione: in altri termini, laddove un processo di democratizzazione è in atto, questo è il frutto spesso di decisioni del tutto verticistiche: piuttosto che provenire dal basso, spesso il motore del cambiamento è individuabile nella volontà delle élite di ristrutturare l’apparato dello Stato in termini meno autocratici per favorirne l’integrazione nei circuiti politici ed economici globali. Vuoi per interesse personale, vuoi per reale convinzione, la volontà dei pochi è stata spesso più decisiva della rabbia e dell’insoddisfazione dei molti.

Tali criticità sono anche all’origine delle difficoltà incontrate dai regimi sorti nel mondo arabo nel corso della stagione delle cosiddette primavere arabe o si tratta di dinamiche incomparabili?

Indiscutibilmente l’assenza di classi medie responsabilizzate all’amministrazione della cosa pubblica è un difetto riscontrabile genericamente in molti Stati autoritari o parzialmente autoritari. Nel caso specifico del mondo arabo-musulmano si aggiungono alcune variabili peculiari del suddetto quadrante geopolitico e socioculturale. Ad esempio, con l’eccezione di Israele e in parte del Libano, nessuno Stato mediorientale o nordafricano può vantare una significativa tradizione democratica, un problema tutt’altro che di poco conto se si considera che la presenza di generazioni educate e cresciute in un contesto liberale e costituzionale è tra le prime garanzie di stabilità per una democrazia. In secondo luogo, è possibile citare gli effetti nefasti di economie spesso troppo dipendenti dall’industria estrattiva degli idrocarburi, indubbiamente in grado di produrre ricchezza, ma, come empiricamente dimostrato, incapaci di avviare un processo di redistribuzione degli introiti delle esportazioni nel tessuto sociale della popolazione. In simili economie si riscontra inoltre la tendenza delle élite ad assicurarsi un consenso minimo tra le classi medio-basse attraverso politiche di elargizione, regalie che permettono la sussistenza economica senza favorire lo sviluppo culturale – e democratico – delle masse. Il mancato sviluppo di un’economia di mercato e di un sistema di estrazione fiscale, tradizionalmente capace di sollecitare domande di partecipazione, non aiutano lo sviluppo della democrazia. Non possono, inoltre, essere tralasciati fattori quali i dubbi circa la compatibilità tra modelli di religiosità integralista e l’affermazione degli strumenti della democrazia (Turchia e Indonesia, Paesi relativamente democratici, hanno non casualmente scelto un approccio moderato e affatto confessionale nella propria sintesi tra Stato e religione), ma anche il ruolo ambiguo spesso recitato dagli apparati militari, nonché contingenze storiche come il perdurare del conflitto arabo-israeliano.

Ritiene, in ultima analisi, l’esperienza dei moti del triennio 2011-2013 un passo avanti nel processo di democratizzazione del mondo arabo-musulmano?

A parte la constatazione dell’abbattimento di vecchi regimi autoritari, il metro di valutazione temporale a nostra disposizione è insufficiente per esprimere un giudizio definitivo. Ciascun Paese, inoltre, presenta peculiarità specifiche, non possiamo porre sul medesimo piano i moti egiziani o tunisini e i conflitti intestini della Siria o della Libia. Complessivamente ritengo risultino ancora assenti le condizioni per l’instaurazione di regimi propriamente democratici. Ma, come già detto, si tratta di processi ancora in corso e dagli esiti incerti.
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