A tu per tu: Marco Valigi, ragioni e prospettive dell’Unione Doganale promossa da Putin

Il tentativo della Russia di mantenere un alto profilo nel sistema internazionale è confluito nella creazione di una zona di libero scambio: l’Unione Doganale. Al progetto partecipano buona parte delle repubbliche ex-sovietiche che appoggiano l’idea di Vladimir Putin il quale, già da Presidente, vi aveva energicamente lavorato con l’intenzione di incentivare lo sviluppo e la crescita economica della regione euroasiatica. Ne abbiamo parlato con il Dr. Marco Valigi, Docente di Studi Strategici (Roma Tre) e Coordinatore Progetto GR:EEN FP7 (ISPI).

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L’Unione nasce il 2 aprile del 1997, come evoluzione di un accordo dell’anno precedente tra Russia e Bielorussia.  Nel 2010 l’Unione allarga anche al Kazakistan. In questi ultimi mesi Putin ha costruito una zona di libero scambio a dominazione russa con alcune ex-repubbliche sovietiche: l’unione eurasiatica. Il primo passo avverrà il 1 gennaio 2012, quando l’unione doganale nata due anni fa tra Russia, Bielorussia e Kazakistan diventerà uno spazio economico comune. Pensa che il sogno possa essere quello di conquistare l’Unione Europea?

Personalmente – ma è una semplice opinione – no. Secondo una lettura realista, quella di Putin è una manovra di bilanciamento, a meno che non si intenda formulare delle supposizioni sulle intenzioni russe. Ma questo non è l’oggetto della domanda. Lo scenario attuale vede sul versante europeo un mercato – il più grande al mondo, va detto – economicamente coerente e integrato, mentre su quello russo uno spazio frammentato e piuttosto eterogeneo. Costituire una struttura con caratteristiche simili a quelle presenti in Europa occidentale e centrale in sé è una scelta che non presuppone alcuna forma di antagonismo. Anzi, se il sistema si rivelasse efficiente e capace di contrastare la corruzione che caratterizza l’apparato doganale ex-sovietico, questa scelta potrebbe favorire anche gli interessi dei produttori europei.

Tramite gli introiti derivanti dal petrolio, la Russia propone di dare vita a un fondo salva stati. Mosca stanzierebbe la cifra di 10 miliardi di dollari in cambio dell’ingresso nel Fondo Monetario Internazionale. Quali scenari potrebbero aprirsi? E con quali sviluppi?

Ragionare su uno scenario futuro è sempre un’operazione scientificamente azzardata. Se affrontato con la giusta consapevolezza però è un esercizio costruttivo. Sul piano formale, l’ingresso nel Fondo monetario internazionale potrebbe aprire uno scenario di maggiore integrazione tra Russia ed economie occidentali. La Russia è da poco entrata a far parte anche del WTO, non dimentichiamolo. Nella sostanza invece, per utilizzare un’immagine da guerra fredda ma assai efficace, quando l’orso russo si muove è naturale che ciò desti preoccupazione nel sistema internazionale. Nel caso della Cina o degli Stati Uniti non accade forse la stessa cosa? L’eventuale ingresso della Russia nel Fmi di certo porrà dei limiti agli altri membri dell’istituzione. Il punto è se un minore margine di manovra incentiverà meccanismi competitivi costruttivi, oppure incrementerà esclusivamente le ragioni di scontro. A fronte della attuale crisi delle economie europea e americana, il rischio è che l’offerta russa non possa essere declinata. Ma se questo fosse lo scenario – va detto – il sistema internazionale si troverebbe a fronteggiare una questione di ben altra entità rispetto all’ingresso o meno della Russa nel Fmi.

La rinuncia della Germania all’utilizzo dell’energia atomica e la volontà di incrementare le importazioni di gas dalla Russia hanno avvicinato Medveded e la Merkel. Il gasdotto nel Mar Baltico “North Stream” ha collegato per la prima volta i due paesi. Potrebbe essere l’inizio di un futuro cammino insieme?

In realtà, parlare di futuro cammino insieme non è del tutto corretto. Già durante gli anni Settanta – in piena guerra Fredda, quindi – la Germania iniziò a negoziare con l’URSS separatamente. Mi riferisco alla Ostpolitik inaugurata dal cancelliere Brandt. Germania e Italia, infatti, furono i primi stati del “blocco” occidentale ad acquistare idrocarburi – gas in particolare – dall’Unione Sovietica. Più che a una novità, quindi, ci troviamo di fronte a una prassi ormai consolidata. Più interessante – mi permetta di dirlo – sarebbe riflettere su alcune implicazioni della strategia tedesca in ambito di sicurezza energetica. La Germania non si limita a importare gas dalla Russia, ma si approvvigiona quasi esclusivamente da Mosca il che – chiaramente – pone ben altri interrogativi. Soprattutto, siamo di fronte a un comportamento che contraddice i principali assunti di razionalità in ambito di sicurezza energetica. Di norma maggiori sono i tipi di risorsa e il numero dei fornitori più elevato sarà il livello di sicurezza energetica di un paese. Nel caso della Germania a essere diversificate sono esclusivamente le rotte il che crea una pericolosa dipendenza nel caso della maggiore economia europea dal gas russo e il principale fornitore europeo di idrocarburi dai capitali tedeschi. In caso di fallimento della prima o di un crollo del regime del secondo, per l’intera Europa le conseguenze sarebbero delle peggiori.

Per concludere, con l’allargamento dell’Unione Doganale si potrebbe ipotizzare uno scontro tra Russia e Cina?

Lo scenario di un possibile scontro è realistico, ma sarei cauto a collegare le possibili ragioni di conflitto tra Russia e Cina all’Unione Doganale. La Russia si trova tra l’Unione Europea, un’area economicamente e per molti versi politicamente integrata e la Cina, ovvero la principale tra le economie emergenti. Date la grande recettività del mercato europeo e l’impressionante capacità produttiva cinese, mi pare ragionevole pensare alla Russia stretta tra due giganti economici. In questo senso, l’Unione Doganale mi pare un’istituzione non tanto volta a favorire l’espansione russa, quanto a contenere l’avanzata cinese in Caucaso e Asia Centrale. Proprio per sottrarsi al ruolo di parte debole del rapporto commerciale, inoltre, le imprese russe stanno declinando le generose offerte cinesi per l’acquisto di idrocarburi. Insomma, sul piano strategico, sembrerebbe trattarsi di manovre difensive e non offensive.