A tu per tu: Marco Cochi e l’Africa che verrà

Geopolitica.info ha discusso con Marco Cochi, giornalista professionista esperto di questioni legate al continente africano e da tre anni alla direzione dell’Ufficio cooperazione decentrata di Roma Capitale.  
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A tu per tu: Marco Cochi e l’Africa che verrà - GEOPOLITICA.info

Lo scorso giugno, l’Ocse ha pubblicato l’edizione 2011 del “Rapporto sulle prospettive economiche del continente nero”. Quello che emerge dall’analisi fatta è che l’Africa ha già superato la crisi economica mondiale e dal 2010 fa segnare l’avvio della ripresa. L’aumento dei generi alimentari e l’aumento del greggio, hanno rallentato la media del Pil africano che, comunque alla fine del 2011 la stima è stata intorno al +3,7%, mentre le previsioni per il 2012 sono di una crescita vicino al 6%. Pensa che sia incominciato il riscatto?

Non c’è dubbio che l’Ocse nel “Rapporto sulle prospettive economiche del continente nero” rilevi che l’Africa ha già superato la crisi economica mondiale e che ben sei Stati africani figurano nella classifica mondiale dei dieci paesi che hanno registrato la crescita economica più rapida. Dati confortanti che lasciano spazio a un cauto ottimismo, ma non possiamo non considerare che gli indicatori utilizzati dagli analisti Ocse tendono a valutare come una singola entità il secondo continente più vasto del mondo dopo l’Asia. Con un’estensione più che tripla rispetto all’Europa e con 55 Stati, ognuno sensibilmente diverso l’uno dall’altro. Dove il Sudafrica, da solo, produce il 45 per cento di tutto il prodotto interno lordo del continente e dove lo Zimbabwe viaggia al ritmo del meno 4,4 per cento, con un’inflazione che nel 2008 raggiunse il 150.888,87 per cento.

Se proviamo ad esaminare la situazione economica del continente nella sua globalità possiamo constatare che 300 milioni di africani hanno in media una possibilità di spesa variabile tra i 2 e i 10 dollari, accompagnata da un alto tasso di povertà. Mentre il 60 per cento non può usufruire di un sistema sanitario né di quello scolastico. E tutto questo mentre Aids, tubercolosi, malaria e non solo, continuano a imperversare, anche grazie a un’industria farmaceutica che impegna più risorse nel tentativo di difendere i propri brevetti che in ricerca e sviluppo.

Comincerei quindi a parlare di riscatto quando i tassi di crescita saranno accompagnati da una significativa riduzione della povertà.

Il land grabbing più semplicemente noto alla cronaca come “accaparramento delle terre” nel sud del mondo, sta diventando un fenomeno di proporzioni piuttosto preoccupanti, tanto che molti parlano già di “colonialismo comprato”. L’Africa sotto questo punto di vista come e in che modo ne è coinvolta? Può spiegarci di cosa si tratta?

Come ha specificato nella domanda, land grabbing è la locuzione inglese entrata in uso per indicare il fenomeno dell’accaparramento delle terre, in termini compiuti si intende l’acquisto o l’affitto di estese superfici di terra arabile in Africa e in forma minore in Asia e in America latina da parte di soggetti stranieri pubblici o privati. Una formula tanto in voga nei paesi emergenti, che ha subito una forte accelerazione dopo la crisi economica del 2008.

A dare il via all’acquisto di grandi appezzamenti di terreni in Africa e in Sud America è stato re Abdullah dell’Arabia Saudita, che sulla scia della crisi alimentare del 2008, si è accorto che il petrolio portava miliardi di dollari, ma che in tutto il suo immenso regno galleggiante su un mare di greggio non c’era un solo angolo di terra che producesse qualcosa di commestibile per i suoi sudditi.

Così ha deciso di usare i petrodollari per acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia e affittare immensi appezzamenti di terra in Zambia e in Tanzania, dove coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno.

La Cina, sempre in cerca di risorse alimentari e minerarie, ha seguito subito l’esempio del sovrano saudita, dando vita a un vero e proprio rastrellamento di terreni su scala mondiale, come prova l’acquisto di due milioni e 800 mila ettari nella Repubblica democratica del Congo, di due milioni di ettari in Zambia, di diecimila in Camerun, di quattromila in Uganda e di tremila in Tanzania.

Dopo la Cina a lanciarsi nel land grabbing è stata un’altra potenza emergente: l’India. Usando lo stesso sistema cinese, Nuova Delhi ha iniziato a comprare centinaia di migliaia di ettari di terreno in Argentina, in Etiopia, in Malesia e in Madagascar.

Senza tralasciare il dinamismo della Corea del Sud che, attraverso le multinazionali Daewoo e Hyundai, sta comprando terreni in tutta l’Africa. Poi ci sono anche Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti che usano i petrodollari per acquistare centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile in Africa e in Sud America.

Le drammatiche dimensioni raggiunte dal fenomeno del land grabbing sono testimoniate da un recente rapporto dell’International Food Policy Research Institute che rileva come in pochissimi anni le transazioni concluse e in corso riguardano circa 50 milioni di ettari (una superficie pari a quella della Spagna); mentre dalla metà del 2008 alla fine del 2010 sono stati conclusi più di 200 accordi commerciali (la maggior parte dei quali proprio in Africa).

Ovviamente, gli investitori stranieri assicurano ai governi ospitanti la costruzione di infrastrutture, la creazione di migliaia di posti di lavoro e grazie all’introduzione di nuove tecnologie, un aumento della produttività tale da soddisfare non solo le richieste dei mercati di destinazione ma anche i bisogni alimentari delle popolazioni locali. Tuttavia, tali transazioni possono definirsi davvero convenienti per i paesi destinatari degli investimenti, solo se condotte in maniera trasparente, nel rispetto dei diritti di proprietà esistenti e se consentono una ridistribuzione a livello locale dei profitti.

Nella realtà dei fatti i prodotti coltivati su queste terre acquistate da soggetti stranieri sono destinati alle esportazioni e non al mercato locale. Mentre è evidente che questa corsa all’accaparramento delle terre nasconde una forma insidiosa di sfruttamento e rischia di instaurare un nuovo colonialismo in Africa. E sarebbe anche lecito chiedersi perché si vendano per pochi soldi questi terreni, quando nel Corno d’Africa la gente muore di fame.

In riferimento alle energie rinnovabili, è dell’ultimo mese la notizia che la commissione economica dell’ Onu per l’Africa ha lanciato un piano da 623 mila dollari che riguarderà “meccanismi innovativi” per finanziare progetti di energia rinnovabile nei paesi del Nordafrica. Secondo Lei in Africa è in atto un piano strategico per quanto riguarda le energie rinnovabili? E se si, cosa potrebbe cambiare?

Dopo la chiusura del recente vertice di Durban sul cambiamento climatico, il continente africano ha dato prova di voler promuovere con maggior vigore lo sviluppo delle energie rinnovabili. In questa direzione giungono molti segnali da diversi paesi, a cominciare proprio dal Sudafrica, che ha ospitato la conferenza internazionale.

L’esecutivo di Pretoria riceverà un forte sostegno nella realizzazione di progetti nel campo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica in seguito a un accordo sottoscritto con Regno Unito, Germania, Danimarca, Norvegia e la Banca europea degli investimenti. In Burkina Faso, invece, sorgerà la più grande centrale termosolare dell’Africa sub-sahariana. Anche in Nord Africa, esattamente in Tunisia, sarà presto avviata una serie di progetti nel settore delle rinnovabili, finanziati con un prestito di oltre 80 milioni di euro concessi dalla Germania nel quadro di un accordo di cooperazione tecnica e finanziaria tra i due paesi.

Il settore delle cosiddette “energie alternative” riveste sicuramente un’importanza strategica per il continente africano, che per mezzo di un opportuno sfruttamento delle fonti rinnovabili potrebbe emanciparsi dalla sua dipendenza energetica, da sempre uno tra gli ostacoli principali al suo sviluppo. Allo stesso modo, il ricorso alle tecnologie verdi potrebbe rappresentare per l’Africa un’importante opportunità di crescita economica, diretta a favorire gli investimenti interni e ad attrarre quelli internazionali. L’incremento dell’energia verde potrebbe anche svolgere un ruolo determinante per lo sviluppo sociale del continente, contribuendo a migliorarne gli standard di vita della popolazione, che in termini occupazionali beneficerebbe della realizzazione di impianti solari, geotermici, idroelettrici o eolici.

E’ di questi ultimi giorni la notizia che dietro l’attacco compiuto lo scorso 20 febbraio al mercato di Maiduguri, nel nord della Nigeria, c’è la mano della setta Boko Haram, legata al fondamentalismo islamico, il bilancio dell’attacco non è ancora chiaro, ma si parla di trenta vittime. Tali rivolte secondo Lei, indicano un forte antioccidentalismo o è il cosiddetto “falso obiettivo” per celare interessi ai più nascosti da giochi geopolitici molto più elevati? Quali interessi possono nascondersi dietro questa setta?

Poco più di due mesi fa il presidente Jonathan Goodluck definì “la situazione odierna nella Nigeria peggiore di quella dei tempi della guerra civile”. Facendo esplicito riferimento al rischio dello scoppio di un conflitto etnico-tribale nello Stato dell’Africa occidentale, addirittura più sanguinoso di quello che tra il luglio 1967 e il gennaio 1970 provocò un milione di morti per la secessione delle province sudorientali costituitesi nella Repubblica autonoma del Biafra.

La guerra del Biafra aveva radici etniche e politiche, mentre gli attentati della setta radicale islamica Boko Haram, oltre alle componenti etniche e politiche, implicano anche dimensioni sociali, religiose e criminali. C’è poi da considerare che durante la guerra civile il governo si trovò ad affrontare un nemico convenzionale e non un esercito di “senzavolto”, che negli ultimi due anni ha insanguinato il Nord scuotendo nelle fondamenta un paese di quasi 160 milioni di abitanti, primo esportatore di petrolio del continente, secondo alcuni analisti destinato a scalzare il Sudafrica entro 15 anni come principale economia africana.

C’è innanzi tutto da constatare che la linea dura decisa dall’esecutivo di Abuja – nonostante i danni inflitti al gruppo islamico fondato nel 2002 dal leader religioso Mohammed Yusuf – non ha raggiunto l’obiettivo sperato, soprattutto a causa di un’inefficace attività preventiva di intelligence e la mancanza di cooperazione tra le forze di sicurezza e le parti sociali interessate. Questo ha permesso a Boko Haram di acquisire notorietà a livello nazionale e di presentarsi come una guida per i musulmani.

Oltre al fanatismo religioso, il movimento integralista fa leva su una crisi economica che ha avuto nella vicenda dell’aumento del prezzo della benzina il suo più evidente indicatore. Dal primo gennaio 2012 il prezzo della benzina è raddoppiato da un giorno all’altro, con l’immediato effetto di far decollare il costo della vita, a cominciare dal prezzo del biglietto dei mezzi pubblici, usati dalla grande maggioranza dei nigeriani, il cui reddito procapite è di due dollari al giorno.

Il governo ha motivato il provvedimento di aumento del prezzo del carburante con il desiderio di liberare risorse per costruire infrastrutture e creare posti di lavoro. Ma ai nigeriani riesce difficile fidarsi di una burocrazia tra le più corrotte al mondo, accettando un simile provvedimento nel primo paese produttore di petrolio del continente africano.

In questo contesto, fatto di conflittualità etnica, di epurazioni religiose, di tensione sociale e di mancanza di prospettiva, i gruppi intransigenti musulmani sunniti e wahabiti, riccamente finanziati da fondazioni saudite, trovano terreno fertile nel penetrare nel ventre molle della società rurale del Nord con il loro sostegno finanziario e la loro politica di proselitismo.

Si sono formulate varie ipotesi per capire quali siano gli obiettivi e gli interessi che si muovono dietro alla sigla di Boko Haram. L’obiettivo dichiarato del gruppo è quello di istituire un nuovo califfato, estendendo la sharia a tutto il territorio nazionale (da notare che la legge coranica è già in vigore in 12 Stati della Federazione). Per quanto riguarda gli interessi grava il sospetto che il gruppo conti sul sostegno di settori delle élite del nord musulmano che non hanno digerito l’elezione di Goodluck, un presidente del sud petrolifero e cristiano. Questo appoggio è stato importante anche in passato. Politici e governatori di Stati del nord ebbero il sostegno di Boko Haram dieci anni fa, quando introdussero la sharia come fonte legislativa. In questo modo, peggiorarono le cose…

Per concludere, il continente Africano che è stato e si spera sia sempre meno territorio di conquista sia dal punto economico che di spoliazione delle sue risorse, ha bisogno di una propria autonomia, sostegno che può derivare solo da una forte classe dirigenziale e da un appoggio sincero delle potenze occidentali ed orientali. Cosa si può augurare nel prossimo futuro per rendere l’Africa più stabile e prospera?

Ci vorrà ancora parecchio tempo prima che l’Africa diventi un continente stabile e prospero, ma è pur vero che negli ultimi anni le economie di alcuni paesi africani si sono dimostrate competitive, diversificate e impegnate su un percorso di crescita. L’Africa ha imparato a commerciare in modo più efficace affidandosi di più al settore privato e aprendo i suoi mercati ai capitali esteri. Inoltre, la sua giovane popolazione e le sue abbondanti risorse naturali creano le premesse affinché possa diventare un continente ricco di promesse per milioni di persone.

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