A tu per tu: Gianfranco Damiano, direttore della camera di commercio italo-libica
A più di un anno dalla fine di un cruento conflitto intestino e a sei mesi da quella prova delle urne che ha sancito l’istaurazione nel Paese nordafricano di un regime democraticamente eletto, Geopolitica.info si interroga sui destini commerciali, culturali e finanche politici dei rapporti tra Roma e Tripoli insieme a Gianfranco Damiano, attuale Presidente della Camera di Commercio italo-Iibica e profondo conoscitore del contesto politico-economico del Nord Africa. Un’occasione, quindi, per affrontare nuovamente la tematica della stabilità mediterranea anche alla luce del recente attentato che ha visto coinvolto il console italiano a Bengasi e dell’avvio presso il complesso del Vittoriano della mostra “Anime di materia”, esposizione delle opere del rinomato artista libico Ali WakWak curata da HRS.
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A tu per tu: Gianfranco Damiano, direttore della camera di commercio italo-libica - GEOPOLITICA.info

Dal 1997 la Camera di Commercio italo-libica è la porta d’accesso per gli imprenditori italiani che scelgono di investire nel Paese. Qual’è il bilancio di questo primo quindicennio di attività e come si è evoluta in questi anni la dimensione e la proiezione commerciale dell’Italia in Libia?

Una valutazione complessiva di questo primo quindicennio non può che essere positiva. Istituita nel 1997 in risposta all’esigenza politica di istaurare nuovi canali di avvicinamento tra l’Italia e il regime di Gheddafi, la Camera ha progressivamente ampliato i suoi orrizzonti attraverso un’attività di mediazione economica che ha permesso tanto al tessuto delle piccole e medie imprese quanto ad alcuni big dell’economia nazionale di aprirsi nuovi spazi commerciali e operativi nel mercato libico; al pari, i medesimi servizi sono stati impiegati dagli imprenditori libici per operare sul territorio italiano. È in ragione di tali sviluppi e dell’impegno profuso durante il lungo e intenso periodo della presidenza del Senatore Michele Achilli che la Camera può vantare da anni pieno riconoscimento ai vari livelli istituzionali.

Oggi, a fronte delle radicali trasformazioni incorse nel Paese, l’istituto vede le sue prospettive economiche ampliarsi ulteriormente grazie a un nuovo contesto politico-burocratico in cui la competitività e le leggi di mercato si vanno sostituendo alle regole informali del vecchio clientelismo gheddafiano.


Ciononostante il riverbero della transizione di regime che ha coinvolto Tripoli nell’ultimo biennio continua a farsi sentire sulle relazioni commerciali tra i due Paesi e circa 80 piccole e medie imprese italiane sono in attesa del pagamento di crediti per un ammontare che supera i 600 milioni di euro. Ritardi e problematiche di tale natura quanto pregiudicano la presenza economica nostrana nella nuova Libia?
La problematica è duplice. Da un lato ci sono i crediti accumulati nel corso degli anni Novanta, le cui responsabilità per il mancato pagamento sono principalmente imputabili all’inerzia di una politica italiana a lungo disposta a glissare sull’argomento pur di preservare le ritrovate buone relazioni di vicinato e di convenienza con Tripoli. Per ciò che invece concerne i crediti più recenti l’impasse appare legato soprattutto alla volontà della nuova amministrazione libica di far luce sulla conformità di quanto richiesto con le prestazioni commerciali realmente prestate: d’altro canto il peso rivestito dalla corruzione sul intero sistema economico pre-2011 non può essere negato facilmente.

Va segnalato, purtroppo, che il mancato pagamento si è tradotto in fallimento per alcune delle piccole imprese nel nostro Paese, ma a riguardo è necessario ricordare come tali inconvenienti avrebbero potuto essere evitati attraverso un più incisivo intervento italiano a livello governativo. Benché gli sforzi del Ministero degli Esteri e con le sue articolazioni diplomatiche in Libia abbiano raggiunto risultati veramente eccellenti, sotto un profilo generale la Camera sperava in un sostengo diretto alle aziende in difficoltà, magari attraverso un decreto legge che allentasse la pressione fiscale sui soggetti economici coinvolti. Si tratta in molti casi di aziende che hanno costruito negli anni know how specifici ed importanti reti relazionali: non aiutarli significherebbe perdere questo patrimonio economico e sociale, nonché mettere a rischio un cospicuo numero di posti di lavoro.

In autunno la Libia del post-Gheddafi si è finalmente dotata di un governo stabile e rappresentativo delle diverse istanze territoriali e tribali del Paese. Qual’è l’atteggiamento del nuovo esecutivo di fronte al mancato adempimento di questi obblighi commerciali?
Le nuove autorità hanno finora mostrato un approccio cooperativo nei confronti del problema ed alcuni pagamenti sono già giunti in porto, soprattutto per ciò che attiene le aziende che fornivano prodotti e servizi relativi a settori sensibili – in primis il comparto energetico. D’altronde la nuova Libia appare estremamente attenta a promuovere la propria ritrovata affidabilità nei rapporti politici come in quelli commerciali, dove in entrambi i casi l’Italia gioca un ruolo di primo piano, circostanza che non va affatto sottovalutata. La visita del 10 gennaio scorso a Roma del Capo dello Stato Magarief è stata in questa prospettiva un’ulteriore occasione per riportare l’attenzione sulla problematica dei crediti.

Tuttavia a fronte di un quadro complessivo che lascia intravedere un positivo processo di normalizzazione politico-istituzionale persistono episodi di tensione come il recente attentato di cui è stato vittima, fortunatamente senza conseguenze, il console italiano a Bensasi, Guido De Sanctis. Qual è la sua lettura dell’evento?
Per diretta conoscenza dell’operato e della stima di cui gode il console sul territorio cirenaico ritengo l’episodio circoscrivibile all’azione di gruppi armati irregolari bellicosi, ma sostanzialmente irrilevanti nel panorama complessivo regionale e nazionale. Indubbiamente, l’episodio lascia trapelare quanto la persistenza nell’area di Bengasi di nuclei salafisti e bande criminali contrarie al processo di pacifazione resti un problema irrisolto, ma sarebbe sbagliato leggere nell’attacco una ritorsione specifica contro l’Italia o, come è stato in alcuni casi accennato dalla stampa, una reazione al recente intervento militare francese nel Sahel.

Quasi vent’anni fa Europa ed Italia promuovevano quel processo di Barcellona destinato nel medio termine alla creazione di un area di libero scambio tra le due sponde del Mediterraneo. Cosa resta oggi in seguito agli stravolgimenti delle primavere arabe di un progetto tanto ambizioso e così poco attuato?
Non vi è dubbio sull’importanza del processo di Barcellona, né sul peso che l’Italia deve rivestire nello stesso. La sponda meridionale del Mediterraneo è animata oggi da un mercato di 200-250 milioni di abitanti la cui capacità di spesa appare in continua crescita. L’Unione Europea e i Paesi rivieraschi non possono trascurare le opportunità economiche ed umane che si stanno aprendo in questa stagione di rinnovamento. Per ciò che riguarda la Libia, Paese con un reddito procapite già elevato, si assiste ad un incremento costante dell’interesse verso l’Italia e ciò che è italiano, una dinamica che dovrebbe suggerirci di puntare non solo all’apertura di nuovi spazi commerciali, ma anche al ben più ambizioso obiettivo di traslare sul mercato libico il modello vincente della piccola e media impresa nostrana. Al di là degli indubbi vantaggi economici per le nostre aziende, un tale traguardo favorirebbe nel Paese il consolidamento della cultura imprenditoriale nonché l’affermazione di un ceto medio benestante, fattori fondamentali per la stabilizzazione di lungo termine dello scenario nazionale. Si tratta, in altri termini, di giocare bene le nostre carte.

Al di là dell’aspetto economico la Camera di Commercio italo-libica costituisce un ottimo vettore per il miglioramento dei rapporti culturali tra i due Paesi. Qual è la sua opinione a riguardo?
Il rafforzamento dei rapporti culturali rappresenta una delle priorità della Camera di Commercio ed un impegno da tempo assunto dalla diplomazia italiana per favorire i rapporti, istituzionali e non, tra i due Paesi. Recentemente, ad esempio, la Farnesina ha ospitato la cerimonia di assegnazione del Premio Settimio Severo, un riconoscimento che ogni anno premia le eccellenze italiane e libiche per i risultati raggiunti in ambiti quali il giornalismo e la ricerca archeologica. 

Ritengo tali iniziative passi fondamentali in un processo che mira a riannodare i fili di cultura comune e che deve proseguire anche attraverso un ulteriore approfondimento e miglioramento dei rapporti tra le università dei due Paesi, un settore su cui si potrebbero aprire inedite possibilità per il sistema Italia.
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