0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

NotizieA tu per tu: estetica, sociale ed economia. Perché...

A tu per tu: estetica, sociale ed economia. Perché il pensiero di Ruskin è ancora attuale secondo Giuseppe Sacco

-

Attraverso un percorso insolito che trova le sue radici nell’esperienza artistica e nella critica di un fine intellettuale come John Ruskin, l’intervista di Marco Ancora a Giuseppe Sacco, professore ordinario di Relazioni e sistemi economici, è un lucido, quanto stimolante, viaggio nella tarda-modernità. Un’attenta analisi delle pulsioni sociali che sono alla base di alcuni importanti passaggi storici del sistema internazionale, non ultima l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America.

 AAAA

Lei ha di recente partecipato, assieme ad uno specialista di Storia dell’arte, ad un dibattito su John Ruskin, il grande profeta del Movimento preraffaelita. Ma lei, nella sua vita professionale, è Professore di Relazioni e sistemi economici internazionali in una Facoltà di Scienze Politiche. A prima vista appare un po’ sorprendente.
Me ne rendo conto. Ma a ben guardare non lo è poi tanto

Perché Ruskin ha anche scritto di questioni sociali ed economiche.
Non solo per questo, che porterebbe a pensare che ci siano stati due Ruskin, che egli avesse una specie di sdoppiamento della personalità. Ma perché il suo approccio alle questioni estetiche e alle questioni sociali fanno tutt’uno. Basta pensare al suo rapporto con l’Italia, alla percezione totalmente insolita – per un Inglese protestante della sua classe sociale – con cui egli ebbe dell’arte e della storia del nostro paese. Mentre a quell’epoca i nobili e i ricchi d’Europa venivano giusto a vedere i monumenti, e consideravano gli Italiani come dei fastidiosi intrusi che impedivano la visione del paesaggio, Ruskin sviluppò subito un vero interesse per la società italiana, quanto per le grandi testimonianze artistiche del passato.

In Italia, è l’eredità artistica del medioevo che più lo colpisce ….
Esattamente! La sua percezione dell’Italia è perciò radicalmente diversa dal deformato e deformante cliché della civiltà italiana proposto dagli Anglosassoni, e dai Protestanti in generale, secondo i quali l’Italia avrebbe trovato la propria massima espressione nel Rinascimento, visto come fase storica di negazione dei “secoli bui” del Medioevo, e come prodotto dell’affermarsi di una classe borghese e bancaria, di cui i Medici sono la massima espressione. Ma anche come fenomeno con cui il primato culturale e civile dell’Italia in Europa verrebbe sostanzialmente a termine, avendo la Riforma fallito nella Penisola. Ruskin, nel suo superiore genio, riesce a superare i pregiudizi con cui si era tentato di indottrinarlo in famiglia e ad Oxford, e può così da un lato percepire, da un punto di vista estetico ed etico, tutta la sua grandezza spirituale del Medioevo italiano, e dall’altro lato – pur senza nulla togliere al Rinascimento – riconoscere i limiti della società borghese, e dare poi vita ad una severissima critica morale del capitalismo selvaggio che caratterizzava l’Inghilterra vittoriana. E qui sta la sua grandissima attualità; perché nel secolo successivo alla scomparsa di Ruskin, pur tra crisi e guerre, il capitalismo selvaggio non ha cessato di espandersi, omogeneizzando il mondo intero. Cosicché è diventato sempre più acuto il contrasto tra i valori estetici, etici ed umanistici dell’Europa cristiana e l’edonismo spicciolo e volgare di quella che Ruskin chiamava la money-making mob, la plebaglia che pensa solo a far soldi.

A cent’anni di distanza, Ruskin ritorna dunque di grande attualità? 
Non ha mai cessato di esserlo. La sua critica non investe solo gli aspetti che si ritrovano nella società globale post-1980. Egli aveva ben intuito gli aspetti negativi della civiltà delle macchine, che culminerà nel fordismo un quarto di secolo dopo la sua scomparsa. Nel suo scritto di argomento estetico (ma l’etica e l’estetica non sono mai disgiunte nella sua opera!) “Pietre di Venezia, Sulla natura del Gotico”, la sua esaltazione del carattere solo parzialmente predefinito della produzione architettonica ed artistica gotica, e quindi della natura creativa, collettiva e corale del lavoro svolto dagli artigiani medioevali, si trasforma rapidamente in una denuncia estremamente efficace degli effetti disumanizzanti del lavoro industriale, che degrada l’operaio ad una macchina.

Mi sembra che ora lei ci stia parlando da Professore di economia e da scienziato della politica!
Non esiste una Scienza della politica! Né Ruskin avrebbe mai pensato che i suoi scritti politici potessero diventare manuali universitari, o fossero altra cosa che l’espressione del suo personale bisogno di battersi per una società profondamente diversa, più giusta e più umana di quella in cui egli viveva, e in cui ancora oggi noi viviamo. Ma ciò non toglie che egli abbia effettivamente avuto degli “allievi”, anche in politica, e che sia stato considerato un Maestro – non un Professore, ma un Maestro – da personalità che hanno profondamente segnato il ventesimo secolo: in primo luogo il Mahatma Gandhi.

Quale è stato il rapporto tra questi due grandi uomini?
E’ stato un rapporto indiretto, dato che Ruskin è morto già da quattro anni quando Gandhi, cui un amico ha prestato Unto this last, il libro più “politico” di Ruskin, passa una notte insonne in treno senza poter staccare gli occhi dalla lettura. E, sulla base di quel libro, deciderà di cambiar vita e dare nuova forma al proprio impegno politico, creando una comune giornalistica dedicata alla povertà e alla non violenza.

Ruskin può dunque essere considerato il padre spirituale dell’India contemporanea?
Purtroppo no. L’India contemporanea si è molto staccata dall’ispirazione originaria di Gandhi e di Ruskin. Il suo attuale sviluppo, come quello della Cina, prende infatti l’avvio dalla “morte delle utopie” che ha fatto seguito al fallimento del “Comunismo realizzato” di stile sovietico; un fallimento che viene interpretato come la prova provata dell’impossibilità di organizzare la società degli uomini su base “scientifica” – come pretendevano Marx e i suoi seguaci– e addirittura neanche su base razionale, come si era tentato di fare con la Rivoluzione francese. Si afferma così – in India, come in Cina e nel resto del mondo sino ad allora non facente parte del cosiddetto “Occidente” – l’idea che non esista altro sistema economico in grado di autosostenersi e di produrre ricchezza se non quello fondato sugli “spiriti animali” del capitalismo. E la convinzione, che ne consegue, che pulsioni dell’animo umano da sempre considerate come moralmente deteriori, veri e propri “vizi” capitali come l’avidità e la sete di dominio, possano tramutarsi – grazie al meccanismo del mercato – in “virtù”, dal punto di vista collettivo. Siamo come si vede lontanissimi dal pensiero di Ruskin e di Gandhi. Eppure questo non può essere considerato irrimediabilmente cancellato dai successi economici che le autorità indiane oggi vanno vantando. E’ facile, infatti, osservare che la scelta di affidare la società agli istinti più selvaggi dell’animo umano è stata generalizzata anche al di fuori del campo economico, con un operazione logicamente arbitraria e gravida di enormi conseguenze. Fuori dal campo regolato dalle leggi strettamente economiche, la “mano invisibile del mercato” non gioca in nessun modo a realizzare il “miracolo” della trasformazione dei “vizi individuali” dei singoli in “virtù pubbliche”, volgendoli a favore dell’interesse collettivo. Basta pensare ad episodi come quello Madoff, o alla tendenza dei managers a pilotare artificialmente i risultati delle aziende loro affidate per massimizzare le loro stock options giusto per il tempo necessario ad incassarle. In generale, lo si è visto assai chiaramente con i “vizi” dei banchieri e finanzieri americani, che – lungi dal convertirsi in “virtù – si sono cumulati nella crisi in atto, un disastro senza nome della e di cui non si intravede ancora come si possa uscire.

La lettura di Ruskin andrebbe dunque consigliata anche ad Obama?
Non so. Per parafrasare Montale, potrei dire che non dispongo della formula che possa aprire nuovi mondi. Ma mi sembra evidente che l’elezione di Obama è il risultato di una ondata venuta dal profondo della società americana, la quale avverte la necessità del ritorno ad alcuni valori che la money-making mob sembra non solo aver completamente smarrito, ma anche fatto oggetto di ridicolo e pubblico ludibrio. Ma si è trattato di un ondata elettorale incerta sui suoi propri obiettivi, priva di leadership intellettuale, e quasi esclusivamente americana. Solo in Germania hanno qualche corso sentimenti collettivi analoghi a quelli che, in America, hanno portato l’attuale presidente alla Casa Bianca. E per di più, Obama è un Presidente che si trova ad operare avendo contro di sé un establishment implacabilmente ostile, fortemente radicato nelle posizioni di potere conquistate a partire dagli anni di Reagan, e con molti collegamenti esteri. Collegamenti organici che sono evidenti anche in Italia, e paradossalmente soprattutto con forze che fingono di collocarsi politicamente a sinistra.

Articoli Correlati

Gli equivoci della globalizzazione

A dispetto delle più utopistiche teorie sulla globalizzazione che avevano trovato ampio eco negli anni Novanta e che erano...

I dieci libri da leggere in tema Cyber e Tech

È arrivata la “Reading List di Cyber e Tech” preparata dal Centro Studi Geopolitica.info, scopri i dieci libri utili...

I cinque libri da leggere in tema Spazio

È arrivata la “Reading List di Spazio” preparata dal Centro Studi Geopolitica.info, scopri i cinque libri utili per approfondire...

I dieci libri da leggere in tema Asia

È arrivata la “Reading List di Asia” preparata dal Centro Studi Geopolitica.info, scopri i dieci libri utili per approfondire...