A tu per tu: Enrico Verga, le terre rare tra commercio e politica internazionale

E’ ormai di stretta attualità il tema delle terre rare, indispensabili per le produzioni ad alto contenuto tecnologico. Non sono pochi i problemi che gravano sul commercio internazionale di queste risorse, sempre più strategiche. Geopolitica.info ne ha discusso con Enrico Verga, giornalista esperto di trading, con particolare riferimento al settore delle commodities.  
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Il monopolio (97%) della produzione di questi rari elementi spetta alla Cina, che ne è anche la principale consumatrice: il 50% delle terre rare è lavorato nell’ex Celeste Impero. Pechino è accusata di utilizzare questo primato come arma politica, violando i dettami del WTO con l’imposizione di sovrattasse su alcuni export. L’UE, dal canto suo, sta cercando di diversificare il suo approvvigionamento di rare earth element, come dimostra il rinnovato attivismo diplomatico della Commissione Europea nei paesi ricchi di tali elementi. Gli USA, invece, annoverano i più grandi giacimenti di terre rare, ma presentano un enorme gap in materia di raffinazione e produzione, che stanno cercando di colmare con incentivi statali. Potrebbe spiegarci meglio gli interessi e le relazioni di queste 3 superpotenze verso le rare earths?

La realtà delle terre rare ( di seguito REE )è particolarmente complessa. Il nome di tali elementi non è veramente corretto. Non sono rari, in termini di quantità disponibile nella terra, ma sono alcune peculiarità a renderli tali. Innanzitutto è arduo trovare giacimenti che, grazie ad un’elevata percentuale di REE, siano economicamente sfruttabili. Seconda cosa esistono REE leggere (più comuni) e REE pesanti (meno comuni). Tale fondamentale distinzione aiuta ulteriormente il potenziale investitore o ente nazionale a comprendere le opportunità di investimento strategico ed economico di un sito. Terzo aspetto, i potenziali giacimenti vengono scoperti in aree il cui accesso, in termini di logistica, li rende estremamente costosi da esplorare e sfruttare. Fatti salvi questi elementi basilari non si deve dimenticare che la lavorazione delle REE, essendo materiali tossici e lievemente radioattivi, implica impianti altamente tecnologici e, non secondario, un elevato livello di competenze in area metallurgica, chimica, fisica. Gli esperti di tali discipline combinate sono andati via via diminuendo nel tempo, a livello globale, e le uniche due nazioni che hanno continuato ad investire nella formazione di tali competenze sono Russia e Cina. Queste premesse descrivono uno scenario futuro in cui poche nazioni avranno mezzi e risorse umane per acquisire, gestire e produrre REE. Recentemente, grazie alle pressioni politiche di Ue e Usa, il WTO ha imposto alla Cina di rimuovere quote e tasse di esportazione su 9 minerali giudicati strategici per le industrie occidentali. Tale imposizione non influenza direttamente il settore delle REE, per quanto crei un precedente giuridico che USA e Ue tenteranno di sfruttare. Se osserviamo la produzione domestica di Usa e Ue lo scenario è preoccupante.In Ue, al momento, l’unico giacimento sul territorio di un certo valore è quello di Norra Karr in Svezia, della compagnia Tasman Metals ltd. Tale giacimento, stando alle fonti ufficiali, non è sufficiente ad assicurare l’indipendenza strategica dell’Europa. Non è un caso che alcune delle maggiori compagnie che basano la loro tecnologia e i loro prodotti sulle REE ,come la BASF e la Siemens, abbiano intensificato i loro rapporti commerciali con altre compagnie minerarie in Australia e Africa. 

Gli Usa sono una realtà differente. Fino a 20 anni fa erano uno dei principali produttori di REE con il loro giacimento di Mountain Pass, California. Chiuso in seguito ad attività di dumping commerciale da parte dei cinesi, è stato riattivato dalla compagnia Molycorp. Secondo stime fornite dalla stessa compagnia ( talvolta non affidabili al 100%) l’impianto dovrebbe tornare in piena produzione entro il prossimo anno. Esistono altri siti in Alaska tuttavia non saranno in attività prima di 2 o 3 anni. Negli ultimi 2 anni il pentagono e l’Agenzia per l’Energia hanno posto grande enfasi sull’indipendenza Usa dalla Cina per quanto riguarda una serie di minerali strategici tra cui le REE. Tale enfasi si è concretizzata in aiuti per sostenere e finanziare progetti di esplorazione di potenziali giacimenti in Usa e all’estero.

Commodities sono anche i prodotti agricoli,dei quali non vorrei parlare nel senso merceologico, ma in un più ampio aspetto sociale. In Somalia, la mancanza di prodotti agricoli negli anni ‘90 ha generato enormi carestie, le quali si ritiene abbiano contribuito allo sfaldamento delle istituzioni ed alla nascita della Pirateria nel Corno d’Africa. In Nigeria, l’anno scorso, c’è stata una grossa carestia, causata dalla perdita del 60% delle derrate alimentari, contemporaneamente ad una escalation della violenza da parte dei Boko Haram. Questi eventi sono in associazione spuria? La mancanza dei beni primari porta alla violenza politica?

Si dice che un esercito marcia sul proprio stomaco. Se questa affermazione è vera per un esercito ben disciplinato e aduso alla resistenza è ancor più vera per una popolazione. Nel 2008, quando i fondi speculativi, terrorizzati dalla crisi subprime, riversarono un torrente di liquidità sulle materie prime alimentari il loro prezzo crebbe velocemente. Il rincaro non venne percepito in modo manifesto nei paesi occidentali, dove la percentuale di spesa mensile per il cibo è moderata, ma si abbatté come un maglio sui paesi del terzo mondo. Le “rivolte del pane” che colpirono molti paesi non si assopirono del tutto. E’ bene ricordare che colossi mondiali come la Cargyll o la Monsanto sono i maggiori giocatori nell’industria agroalimentare e difficilmente potranno essere scalzati dalla loro posizione. E’ tuttavia interessante focalizzarsi sui centri urbani e sub urbani occidentali che, per quanto non abbiano situazione da “rivolte del pane”, stanno iniziando a dar segni di cedimento. In un mio recente articolo sostenevo che, per esempio, la crisi in Usa e la crescente dipendenza degli americani (circa 45 milioni di cittadini) dai food stamp, sta creando scenari molto importanti per un possibile cambiamento della società occidentale. Le grandi lobby alimentari occidentali si sono accorte, sempre per parlare degli USA, che il budget stanziato per il programma Food Stamp (ora rinominato SNAP) ammonta a 75 miliardi di dollari l’anno. Una cifra di rilievo che attrae l’attenzione di tutte le lobby alimentari. La crescente attività delle lobby si sta intensificando affinché tali fondi, elargiti regolarmente ad ogni cittadino americano meno abbiente, possano essere spesi anche nelle grandi catene di fast food, ovviamente con esiti prevedibili sulla qualità dell’alimentazione dei più poveri. La mancanza di beni primari come il cibo può, certamente, esser canalizzata da gruppi politici estremisti al fine di renderla una forza politica.

Come si pone l’Italia verso il mercato delle commodities?

Non sono a conoscenza, ad oggi, di un piano nazionale, ramificato a livello regionale, perseguito dal governo italiano al fine di assicurarsi fonti stabili di materie prime. Nel settore energetico le aziende nazionali quali Enel e Eni sono attive nella ricerca e lo sfruttamento di siti di idrocarburi e, nel caso di Enel, nell’acquisto di carburanti fossili, con un particolare focus sul carbone. Se parliamo di materie prime strategiche, come le menzionate REE, il litio, il vanadio, il cobalto e molti altri elementi fondamentali per l’industria tecnologica, non credo esista un “piano nazionale”. Ogni azienda è lasciata sostanzialmente sola a se stessa nell’approvvigionarsi di materie prime. Se consideriamo che la spina dorsale dell’economia italiane sono le PMI e che tali realtà sono già sotto stress per la crisi economica, un piano italiano che permettesse di comprare “all’ingrosso” materie prime vitali per le PMI sarebbe una soluzione vincente per almeno due aspetti. L’Italia potrebbe dotarsi di una politica estera strutturata rivolta all’acquisizione gestione di materie prime. Nello stesso tempo l’acquisto “all’ingrosso” permetterebbe di ridurre i costi per acquisire materie prime riducendo i costi di magazzino e, conseguenza logica, il costo finale del prodotto.