A tu per tu: Antonio Caiazza, l'Albania dal comunismo al futuro

Antonio Caiazza, giornalista, redattore presso la Rai del Friuli-Venezia Giulia, è autore di “In alto mare. Viaggio nell’Albania dal comunismo al futuro” (Instarm 2008) che non vuole essere solo un testo di geopolitica, ma un percorso ragionato, interpretato alla luce degli sconvolgimenti recenti come del percorso di normalizzazione iniziato qualche anno fa. Personalità pubbliche e storie private, luoghi e prospettive di una terra vicina eppure ancora poco conosciuta.

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L’Albania è passata da un regime oppressivo, monopartitico e oscurantista a una democrazia rappresentativa modellata secondo i principi della tradizione occidentale. Ne risulta un sistema fondato sulle consultazioni popolari e sulla separazione dei poteri, affetto però da clientelismo e corruzione. La società albanese, ed in particolare la sua classe politica, sono pronte per una svolta autenticamente democratica?

«La democrazia è un metodo il cui esercizio concreto non s’improvvisa. L’Albania, per le sue particolari condizioni storiche e sociali, nei primi anni ’90 si è proprio ritrovata ad improvvisare una democrazia. E quella albanese è stata a lungo una interpretazione minima della democrazia, risolta nell’aumento da uno a due (più altri soggetti di contorno) dei partiti politici. Quasi una pura operazione aritmetica, più che culturale. In realtà i modelli di gestione del potere, di volta in volta concretamente dimostrati da entrambi i soggetti maggiori (Democratici e Socialisti) sono apparsi intrisi di arroganza, prepotenza e strafottenza. E ciò per un malinteso senso della democrazia: essendo legittimati al potere dall’investitura popolare, premier e ministri (di entrambi gli schieramenti, vorrei sottolineare che queste non sono caratteristiche esclusive dell’attuale primo ministro Sali Berisha) l’hanno esercitato senza porsi limiti, limiti di pura decenza, oltre che costituzionali e giuridici. È stata, e tante volte è, una gestione “gradassa” del potere. Gli stili e i metodi del passato regime comunista, emendati dai lager e dai campi di lavoro, si sono trasfusi nell’attuale sistema sotto forma di protervia e sfrontatezza. L’Albania paga le carenze del suo passato pre-comunista, dall’assenza di una classe borghese diffusa all’analfabetismo di massa. La stessa breve, debole e lacunosa democrazia degli anni ’20 e ’30 si risolse con un primo ministro capo-clan che decise di proclamarsi re. I riferimenti per l’attuale classe dirigente sono questi. O quelli che arrivano da oltre Adriatico. E non è detto che siano migliori.

Come la classe dirigente albanese, incamminatasi su questa strada fin dai primi anni ’90, possa scoprire l’autentica democrazia, non so. Non credo che possa riuscirci l’Europa: le strigliate che arrivano da Bruxelles, e ne arrivano, sono percepite più come costrizioni, come qualcosa da subire, una via obbligata, per avvicinarsi all’adesione, piuttosto che come il richiamo a valori benefici e positivi per la democrazia e per la crescita sociale del Paese. Penso che siano le società a creare le classi politiche, e che tocchi alle società modificarle. La società albanese non ha mai avuto tanti e così profondi contatti con l’esterno come dall’ultimo decennio del secolo scorso. Questi contatti stanno producendo la nascita di associazioni civili, di forum, di reti in cui la cittadinanza è interpretata come un esercizio quotidiano. Questa società sveglia, dinamica, attenta, lucida e critica, questa nuova Albania fatica ad entrare nella politica, perché anche lì la politica è una specie di casta. Ma ci arriverà. “Autentica democrazia”, dice lei. La risposta ci porterebbe lontano. Dov’è l’autentica democrazia? In quale Paese? In Italia? In Germania? L’Albania si ritrova a cercare una sua strada democratica proprio quando il modello democratico tout court sembra in crisi, e bisognoso di riscrittura da cima a fondo».

I vari partiti politici assurti al potere negli ultimi anni non fanno mistero di coltivare l’ambizione di un futuro ingresso nell’Unione europea. L’Albania è sempre stata un crocevia di popoli, culture e religioni, che hanno modellato una società pluralista. Il Paese delle Aquile può essere definito europeo? Come vede un eventuale processo di adesione al consesso di Bruxelles? 
«Beh, a proposito di definizioni, oggi mi fa sorridere quella di “Paese delle Aquile”. Un tempo, tanti anni fa, l’ho usata anch’io, quando l’Albania era inaccessibile, misteriosa, militarizzata… ma oggi mi sembra francamente fuori luogo. Lo so, serve come sinonimo, per evitare ripetizioni. Allora meglio “Tirana”, che in fondo è lo specchio dell’Albania perché ne racchiude pregi e vizi, antiche fierezze e nuove debolezze. Non ho alcun dubbio sull’europeicità dell’Albania. I riferimenti culturali delle élite e della massa sono tutti ad ovest, non ad oriente, non in Asia, non fra Gedda e Teheran, se a ciò voleva alludere la sua domanda. Da sempre gli intellettuali guardano alla Francia, alla sua grande tradizione di apertura e di laicità, mentre la gente qualunque ha guardato a lungo all’Italia, ma oggi va oltre, verso i grandi Paesi europei o verso gli Stati Uniti. I punti di riferimento sono questi, tutti in Occidente. Per le élite culturali soprattutto al di qua dell’Atlantico; per il popolo spesso al di là. Per quanto riguarda l’avvicinamento albanese all’Unione europea, credo che il problema sia più a Bruxelles che a Tirana. Indipendentemente dai passi avanti che l’Albania fa nei vari capitoli, l’Unione in questa fase pensa al suo consolidamento dopo le ultime adesioni, prima di metterne in cantiere di nuove. In ogni, è una questione di volontà politica: se torna l’onda lunga dell’allargamento (e stavolta verso i Balcani occidentali) i parametri passano in secondo piano».

Quali sono i terreni su cui l’Albania deve lavorare di più per presentarsi meglio alle trattative di preadesione all’Unione?
«Tralascio quelli economici, rispetto ai quali, ripeto, credo che prevalga comunque la volontà politica. Ma ce n’è uno innanzi tutto su cui però che l’Albania faccia passi in avanti è giusto pretenderlo: quello della democraticità, del rispetto delle minoranze politiche, della separazione dei poteri. Il terreno del rispetto di chi è “senza partito”: uso volontariamente una formula che risale all’epoca del comunismo. Oggi in Albania chi non ha sponsor politici ha vita abbastanza dura. Come accade proprio in questi giorni, ad esempio, all’Accademia di cinema e multimedia Marubi di Tirana, una delle migliori scuole di cinema d’Europa, sostenuta da governi, ambasciate, forum internazionali e registi di mezzo mondo, eppure intralciata dal potere fin dalla sua nascita, semplicemente perché il suo fondatore, il regista Kujtim Cashku, non ha referenti e protezioni né nel Partito Democratico né in quello Socialista. E così accade che in un Paese in cui interi quartieri sono abusivi, venga perseguita per abusivismo una scuola che pure è stata riconosciuta dallo Stato come ente di livello universitario.

L’Albania è ancora un Paese in cui migliaia di persone vengono licenziate dalla pubblica amministrazione quando cambia la maggioranza al potere, uno spoil sistem che fa impallidire quello americano, un repulisti che coinvolge ambasciatori e poliziotti, doganieri e letturisti di contatori… Senza contare che Tirana si è attirata le critiche dell’Unione europea, degli Stati Uniti e dell’Osce per una legge che vorrebbe licenziare tutti i dipendenti pubblici che hanno avuto a che fare col passato regime comunista, mettendo così fuori gioco diversi magistrati della Procura che hanno aperto inchieste a carico degli attuali governanti. Persino organizzazioni per i diritti umani criticano questa legge, che è stata bloccata dalla Corte Costituzionale ma è stata voluta a tutti i costi da Berisha».

Il Kosovo sembra lontano, scrive nel suo libro. Eppure, la Costituzione albanese menziona tra i suoi obiettivi la protezione dei connazionali all’estero, lasciando intendere che Tirana non ha dimenticato le sue genti disperse tra Serbia, Macedonia, Grecia e Kosovo. Come vivono gli albanesi i problemi dei loro consanguinei coinvolti nelle diatribe oltreconfine? C’è spazio, oggi o in futuro, per un nuovo impulso pan-albanese? 
«La menzione in Costituzione dell’impegno a difendere gli albanesi all’estero si lascia interpretare, direi, “a fisarmonica”, cioè in senso più o meno esteso a seconda di come può servire: anche un albanese a Lisbona può aver bisogno della protezione del suo Paese. Ma non eludo la domanda ed il problema: la democrazia albanese nasceva mentre la Jugoslavia si sfasciava nel sangue, divorata da una tragedia che era nata in Kosovo (nell’inverno del 1980, con le prime violente proteste degli studenti di Pristina, con Tito morto da appena sei mesi) ed in Kosovo si è consumata alle soglie del 2000, vent’anni dopo. Per l’Albania democratica fu naturale continuare una propaganda filo-kosovara che Tirana faceva dal 1948. Per il regime comunista di Hoxha era il modo migliore per tenere la spina nel fianco alla Jugoslavia e a Tito. Per i nuovi dirigenti democratici fu una specie di scorciatoia per potersi legittimare, per radicarsi e per poter esercitare una qualche influenza internazionale. L’Albania ed il Kosovo sono due realtà distinte, da sempre. Anche quando lì c’era l’Italia fascista, albanesi e kosovari ebbero atteggiamenti diversi nei confronti degli occupanti. Il Kosovo ha dunque due livelli di percezione: uno istituzionale ed uno popolare. Per il Paese ufficiale il Kosovo è un punto d’onore, una battaglia ormai vinta, una priorità nell’agenda di politica estera. Per il Paese reale, come si diceva una volta, il Kosovo non è affatto una priorità. La società albanese ha un atteggiamento laico, distaccato anche su questo tema. E le percezione delle differenze culturali fra i due popoli sono molto chiaramente avvertite dalle due società, ognuna delle quali giudica l’altra più arretrata e più chiusa. Ecco perché dico che il Kosovo è lontano. Albanesi e kosovari non si sentono un unico popolo, e non lo sono. Non escludo che anche le linee dei due Stati prima o poi tenderanno a distaccarsi. Pristina vorrà pur affrancarsi dalla “protezione” di Tirana, vorrà pur affermare la sua identità statuale e uscire così dall’ombra dell’Albania. Mi attendo un naturale meccanismo di emancipazione dal tutoraggio di Tirana, e non vedo profilarsi all’orizzonte un desiderio di Grande Albania. Figuriamoci: Il Kosovo è indipendente da appena un anno e già dovrebbe rinunciarvi? E poi gli albanesi comincerebbero immediatamente a dividersi su dove stabilire la capitale».

L’Albania rivolge il proprio sguardo oltre l’Adriatico, guardando al duraturo rapporto con Roma, oppure cerca nuovi sponsor internazionali?
«Roma in genere risolve le emergenze albanesi. Fu così con l’Operazione Pellicano nei primi anni ’90, e poi con l’Operazione Alba, nel ’97. Non poteva che essere l’Italia a metterle in piedi e nessuno come l’Italia aveva tanta necessità di farlo per tamponare l’emorragia umana. Ma al di là delle emergenze, i governanti albanesi guardano molto oltre Roma. La loro vocazione atlantica è inequivocabile e molto bipartisan, così come il filo-americanismo di Berisha. E direi che per la giovane democrazia albanese è, tutto sommato, meglio così. L’Italia non è un gran modello, gli albanesi hanno imitato fin troppo di noi. Meglio che prendano un po’ dalla Germania, magari è più faticoso, ma più benefico».