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NotizieA chi interessa l’ASEAN digitale

A chi interessa l’ASEAN digitale

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I paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (Singapore, Indonesia, Thailandia, Brunei, Vietnam, Laos, Cambogia, Myanmar, Malesia e Filippine) coltivano l’ambizione di diventare un hub tecnologico globale. Aziende cinesi e americane investono nel potenziale digitale della regione, in una sorta di competizione a chi fornisce più connettività e servizi. Le aspirazioni dei paesi ASEAN si intersecano alle strategie di Cina, Stati Uniti e Giappone.

Nel gennaio del 2021 l’ASEAN, riunito nel primo meeting dei rispettivi ministri “digitali”, ha approvato la “Dichiarazione di Putrajaya”, dal nome della città che ha ospitato il meeting, considerata una sorta di Silicon Valley malesiana. Il documento prevede l’adozione dell’ASEAN Digital Masterplan 2025 (ADM2025), un piano che mira a rendere i paesi dell’ASEAN un blocco economicamente forte, supportato da un ecosistema tecnologico sicuro ed efficiente. Gli obiettivi da raggiungere nel periodo 2021-2025 sono otto, tra i quali la ripresa economica post-pandemica, aumentare la qualità e l’estensione delle infrastrutture digitali, migliorare e facilitare l’uso di servizi digitali in più campi, dal business all’amministrazione.

La Dichiarazione di Putrajaya viene a compimento di un trend che in questi anni ha visto il susseguirsi di iniziative volte alla trasformazione digitale promosse dai governi ASEAN. L’ADM2025 riflette infatti, nei suoi propositi, le singole strategie digitali formulate dai paesi membri, incorporando il più delle volte obiettivi comuni. A ricorrere sono soprattutto i “tre pilastri”: economia digitale, e-government e e-society, facenti parte già della Smart Nation Initiative elaborata nel 2014 a Singapore. La volontà comune è quella di digitalizzare i servizi, attirare investimenti nel settore digitale, aumentare la digital literacy della popolazione ed intervenire sulle infrastrutture fisiche dello spazio informatico.

L’ADM2025 non è solamente un piano di innovazione tecnologica e digitale. Esso mira a rendere il blocco ASEAN più forte e indipendente, ma soprattutto più coeso: lo strumento digitale come tessuto connettivo in grado di compattare i paesi membri e renderli il più possibile un unico forte attore geoeconomico e geopolitico, capace di avanzare i propri interessi dinanzi a quelli delle solite grandi voci regionali. In tal senso, la sfida più grande dell’ASEAN digitale è declinare il suo sviluppo economico e tecnologico in termini di neutralità e indipendenza: gli investimenti cinesi, americani e giapponesi, ad esempio, ricoprono un ruolo di primo piano nell’infrastrutturazione digitale nella regione e sono inevitabilmente destinati a proiettare la loro influenza nei paesi che aiutano nell’implementare le strategie di connettività. 

Una difficile neutralità

Dinanzi alla volontà dei paesi ASEAN di emergere come hub economico e tecnologico globale, si profila inevitabilmente la guerra tecnologica sino-americana, che vede nel “grande gioco digitale” del sud-est asiatico uno dei suoi tanti teatri. La tendenza dei paesi ASEAN è quella di beneficiare degli investimenti provenienti da entrambi i paesi, senza sbilanciarsi troppo verso l’uno o l’altro schieramento. Un approccio “libero e attivo”, sulla linea della “free and active policy” indonesiana, che punta a promuovere lo sviluppo interno accrescendo il proprio ruolo a livello regionale, senza immischiarsi nelle questioni tra grandi potenze. Questa neutralità, che mira essenzialmente ad assicurarsi sia gli investimenti cinesi che la protezione americana sul piano militare, è sottoposta alla pressione delle due grandi potenze, che cercano di influire sui processi decisionali dei governi ASEAN. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno da sempre cercato di spingere le classi dirigenti fuori dagli accordi con le aziende cinesi, Huawei su tutte, agitando gli ormai noti timori in materia di sicurezza. Questi paesi però sembrano tutt’altro che concordi sul rinunciare agli investimenti cinesi.

Sul fronte 5G ad esempio, l’ASEAN ha dimostrato di non costituire un fronte unico: nessuno ha escluso totalmente Huawei, alcuni l’hanno inclusa nelle loro strategie nazionali, altri si dimostrano più cauti. Per fare alcuni esempi, Huawei Technologies collabora con il governo della Malesia per la progettazione di un 5G Cybersecurity Test Lab, volto a testare la sicurezza delle tecnologie 5G.  In Thailandia, Huawei ha fornito il suo supporto per l’impiego di tecnologie in campo medico, oltre che in campo formativo: la Huawei ASEAN Academy (Thailand) concorrerà all’obiettivo di formare 30.000 lavoratori digitali thailandesi nei prossimi tre anni, funzionali al progetto Eastern Economic Corridor (EEC). L’EEC mira a trasformare alcune aree orientali del paese in hub per la manifattura tecnologica e necessitano quindi di manodopera qualificata. Altro caso è l’Indonesia, la quale ha recentemente ribadito come il 5G sia diventato una questione geopolitica, non solo economica, e su come sia importante fare attenzione ai fornitori, sancendo un cambio di passo rispetto alla prassi regionale, sempre focalizzata sulla priorità allo sviluppo. 

Una rete 5G “amica” è uno degli obiettivi strategici che Cina e Stati Uniti perseguono nel Sud-est asiatico. Ma la partita per esercitare la propria influenza sullo spazio digitale della regione si gioca anche sul piano politico-ideologico. Il modello di internet governance cinese è fonte di ispirazione per quei paesi dai caratteri autoritari intenzionati ad esercitare un controllo assoluto su dati e informazioni. Il Vietnam, nonostante i suoi stretti legami strategici con gli Stati Uniti, ha adottato un atteggiamento sovranista nei confronti dei Big Tech Google e Facebook, obbligandoli a custodire i dati vietnamiti nel territorio del Vietnam ed esercitando su questi server un regime di censura. Prove di autoritarismo digitale si ritrovano in Indonesia, il cui governo bloccò la rete nell’agosto del 2019 nella Papua Occidentale, quando qui si svolgevano proteste anti-governative, con l’obiettivo di precludere la diffusione di “notizie false”.

Gli investimenti dei Big Tech

Al di là delle considerazioni più prettamente politiche inerenti alla governance della rete, il potenziale del mercato digitale nel Sud-est asiatico è indubbio. L’ASEAN è il mercato digitale che cresce più velocemente al mondo ed il cui valore si stima aggiungerà un triliardo di dollari nei prossimi dieci anni al PIL regionale. Le transazioni digitali sono in forte aumento, grazie al numero crescente di piccole e medie imprese che accettano pagamenti online, il tutto in una regione economica che vanta circa 400 milioni di utenti internet. Per questo motivo il Sud-est asiatico è oggetto di interesse per le grandi compagnie americane cinesi e non solo, che fanno a gara per investire nel suo potenziale digitale. L’Indonesia è un esempio di questa tendenza. Il paese, sotto la direzione di Joko Widodo, nell’ambito di un più ampio ciclo di riforme per incentivare la crescita economica, ha optato per una drastica deregolamentazione degli investimenti esteri, cercando di attirarne il più possibile. Nella visione di “Jokowi”, questa manovra mira in gran parte a stimolare l’afflusso di investimenti nel settore digitale. L’Indonesia può giocare la carta del suo peso demografico (quarto paese al mondo per popolazione), nonché del suo peso in termini di utenti internet (quarto paese al mondo per utenze internet), un incentivo per i Big Tech ad investire nel paese. Amazon ha già investito in tre data center da costruire sull’isola di Giava tra il 2021 e il 2022, mentre la cinese Tencent ha costruito un data center nella capitale Jakarta. Nel frattempo, Tesla è in contatto con il governo per stabilire un canale preferenziale per la produzione di batterie per macchine elettriche. Infine, Google e Facebook hanno cooperato alla progettazione dei cavi Echo e Bifrost, due cavi sottomarini che collegheranno gli Stati Uniti direttamente all’Indonesia. 

La competizione, di fatti, si gioca da tempo sul fondo del mare per il controllo della rete globale di cavi sottomarini in fibra ottica. Huawei Marine ha posato più del 20% dei cavi mondiali, molti dei quali si concentrano nella regione indo-pacifica. Gli Stati Uniti, come per il fronte 5G, hanno spesso ribadito le loro preoccupazioni circa l’affidabilità di queste infrastrutture in termini di sicurezza. Pechino utilizzerebbe i prodotti delle sue aziende, inclusi quindi i cavi sottomarini, per intercettare e monitorare i dati che vi transitano. L’Australia bloccò per questi sospetti un progetto Huawei che l’avrebbe collegata alle Isole Salomone nel 2018, mentre più recente è il caso del PEACE cable (di Facebook e Google), che aveva la colpa di connettere la California direttamente ad Hong Kong, passando per Taiwan e Filippine. Più di recente, Washington ha messo in guardia, insieme a Taiwan, le isole del pacifico in merito ai progetti della Huawei, ricordando come essa abbia il dovere di collaborare con il governo cinese a livello di intelligence: questa volta al centro dell’attenzione è finito il Kiribati Connectivity Project, sostenuto dalla Banca Mondiale. Il progetto dovrebbe collegare le isole Kiribati, dall’isola di Tarawa, all’isola di Nauru fino alla Micronesia. Ma soprattutto, il nuovo sistema dovrebbe collegarsi al cavo HANTRU-1, che coinvolge l’Isola di Guam, territorio statunitense e base militare strategica per gli obiettivi americani nel pacifico.

Non solo Stati Uniti e Cina

Il gioco digitale nel Sud-est asiatico non è solo un affare tra Cina e Stati Uniti. Più o meno tutti i principali attori regionali deputati al contenimento cinese hanno in diverse misure iniziato percorsi di cooperazione, su vari fronti, con i paesi ASEAN. Tra tutti il Giappone è forse quello che intrattiene rapporti più stretti, soprattutto in abito digitale. Con la Dichiarazione di Putrajaya è stato approvato anche il 2021 ASEAN-Japan ICT Work Plan, che mira a ritagliare una parte al Giappone nella realizzazione dell’ADM2025. Il supporto nipponico va dalle reti 5G alla prevenzione di disastri naturali, fino alla formazione in ambito cybersecurity, per la quale è stato istituito appositamente nel 2019 l’ASEAN-Japan Cybersecurity Capacity Building Centre nella città di Bangkok.

Per il Giappone la collaborazione con l’ASEAN ha un duplice obiettivo: da un lato contribuire alla visione Free and Open Indo-Pacific, esportando il proprio know-how tecnologico e con esso la propria visione di un Indo-Pacifico “libero e aperto”, dall’altro costruire legami con i paesi ASEAN al fine di diversificare le proprie supply-chain e divenire così meno dipendente dal vicino cinese. L’attuale governo Suga sta incentivando le aziende giapponesi a spostare le attività produttive dalla Cina al Sud-est asiatico, dove i costi sono inferiori. Simili manovre venivano effettuate dal governo giapponese già nel 2010, quando si accordò con quello vietnamita per i diritti di estrazione di un sito minerario di terre rare presso Lai Chau, anticipando l’attuale corsa ai minerali preziosi per la manifattura tecnologica. 

Il crescente dinamismo in ambito tecnologico dei paesi ASEAN sta facendo della regione, già di importanza cruciale dal punto di vista commerciale, un laboratorio globale dell’innovazione digitale. Per i paesi dell’organizzazione asiatica si tratta di un’opportunità di crescita unica, anche se insidiata da fattori esterni. La rivalità sino-statunitense potrebbe scardinare le iniziative che l’ASEAN cerca di perseguire come attore unico, facendo sì che i singoli stati membri dialoghino in maniera autonoma con Pechino o Washington a seconda della convenienza. In ogni caso, l’ADM2025 testimonia un andamento che vede aumentare il peso cibernetico accanto a quello marittimo/militare della regione, come già suggeriva la nascita del Quad Tech Network. Oltre ai container, negli stretti del Sud-est asiatico passeranno sempre più dati, aumentandone il ruolo strategico agli occhi dei grandi attori regionali. 

Mattia Patriarca,
Geopolitica.info

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