A che punto sono i negoziati di Doha?

Nonostante l’avvio dei negoziati di Doha il 12 settembre dello scorso anno, le violenze in Afghanistan continuano ad aumentare. I negoziati di Doha sono stati ideati per porre fine ai 19 anni di conflitto che hanno afflitto il Paese. Dopo un periodo di impasse, il 2 dicembre i rappresentanti dei Talebani guidati da Mawlawi Abdul Hakim, e quelli del governo di Kabul, guidati da Abdullah Abdullah, hanno raggiunto ufficialmente un accordo sulle regole procedurali per avviare dei reali negoziati di pace. Dopo un primo round di incontri, il 27 dicembre, il portavoce dell’Alto Consiglio Afgano per la Riconciliazione Nazionale (HCNR) Faraidoon Khwazoon, ha annunciato che un secondo round di incontri sarebbe iniziato, sempre a Doha, il 5 gennaio 2021.

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Come si è arrivati ai negoziati di Doha?

L’apertura del dialogo intra-afghano era stata resa possibile da un accordo di pace siglato tra gli Stati Uniti e i Talebani lo scorso 29 febbraio a Doha, in base al quale Washington si sarebbe impegnata a ridurre le proprie truppe in Afghanistan. Riduzione delle truppe che è stata annunciata il 17 novembre quando gli Stati Uniti hanno dichiarato ufficialmente che il numero di soldati di stanza nel Paese asiatico sarebbe diminuito da 4500 a 2500 entro la fine del mandato presidenziale di Donald Trump. D’altro canto, i Talebani, con la firma dell’accordo, garantivano lo stop degli attacchi e soprattutto promettevano di non permettere ad Al-Qaeda o ad altre milizie di operare nelle aree da loro controllate. Il ritiro delle truppe statunitensi non è stato accolto molto positivamente dai rappresentanti del governo di Kabul, tant’è che il Vicepresidente Amrullah Saleh, parlando alla BBC, ha affermato che “gli Stati Uniti, attraverso il ritiro di 2000 soldati, stanno concedendo troppo spazio ai Talebani”. Saleh, inoltre, riferendosi agli Stati Uniti come “fratelli e alleati”, ritiene che “cedere alle richieste talebane senza inserire un meccanismo di verifica per le loro azioni risulterebbe un errore fatale”. I Talebani sostengono, inoltre, che tutte le truppe straniere dovranno abbandonare il Paese entro il maggio 2021, come concordato con l’amministrazione Trump, altrimenti ritorneranno ad attaccare le forze internazionali. Il governo è molto preoccupato di questa eventualità perché il ritiro delle truppe straniere prima del raggiungimento di un accordo permetterebbe ai Talebani di tornare al potere. Il Presidente Biden, quindi, dovrà decidere cosa fare con gli ultimi soldati statunitensi rimasti in Afghanistan. Si ricordi che la presenza statunitense in Afghanistan risale al 2001 quando i soldati americani invasero lo Stato asiatico per eliminare i Talebani, che avevano preso il controllo di gran parte del Paese nel 1996 dopo una sanguinosa guerra civile, e anche per scovare il leader di Al-Qaeda, Osama bin Laden.

I due round negoziali

Il primo round di negoziazioni è stato avviato il 12 settembre scorso. Il punto di svolta, però, è stato raggiunto il 2 dicembre dopo mesi di intenso lavoro e numerosi incontri in cui i contact groups anno discusso delle regole e dell’agenda delle negoziazioni. Le due parti, infatti, hanno siglato un accordo sulle regole procedurali con cui portare avanti i contatti per la ricomposizione del Paese, facendo così un piccolo passo verso la pace.

Il secondo round di negoziati iniziato il 5 gennaio ha sin da subito colpito gli osservatori internazionali per due motivi particolari: l’assenza momentanea dei leader talebani e delle personalità di spicco del governo e, soprattutto, l’assenza di quel senso di urgenza nel trovare un accordo per ridurre le violenze e portare a casa un risultato significativo, che nel primo round era sembrato più vivo. Alcuni attribuiscono la mancanza di questo senso di urgenza al cambio di amministrazione negli Stati Uniti che erediterà una situazione delicata, ma che comunque, secondo le parole del Consigliere di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Biden, Jake Sullivan, “vuole assicurare che l’Afghanistan non diventi più un porto sicuro per i terroristi”.

Se il primo round di negoziati si era chiuso con l’accordo sulle regole procedurali, in questo secondo round sarebbe fondamentale stilare una road map per il dopoguerra in Afghanistan. Voci vicine al Presidente afgano Ashraf Ghani parlano, però, di un Presidente non soddisfatto delle discussioni portate avanti dall’Inviato Speciale statunitense, Zalmay Khalilzad, il quale ha proposto la formazione di un governo ad interim con all’interno membri del movimento talebano. Il Presidente Ghani è inoltre deluso dal fatto che, nonostante la liberazione di 5000 talebani, non ci sia stata una riduzione delle violenze, ma anzi, nei mesi passati si è verificato il picco delle violenze con l’uccisione di ufficiali, attivisti e giornalisti, che il governo attribuisce ai Talebani: l’ultimo atto di violenza è avvenuto proprio il 17 gennaio quando due donne, giudici della Corte Suprema Afgana, sono state uccise nella zona di Kabul da un gruppo di persone armate non identificato.

I piani statunitensi, quindi, sembrano essere cambiati, alla luce della mancata riduzione delle violenze e anche della mancata recisione dei collegamenti tra Talebani e Al-Qaeda. Anche a livello interno, il piano di ritiro delle truppe statunitensi ha incontrato le critiche di alcuni Repubblicani e del Congresso, che ha dichiarato che il ritiro delle truppe al momento viola la legge, visto che il disegno di legge sul nuovo bilancio della Difesa, approvato l’11 dicembre, vieta l’utilizzo di fondi per finanziare il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, al di sotto di 4000 unità, fino a quando il Segretario alla Difesa non presenterà al Congresso “una valutazione completa dei rischi e degli impatti di tale diminuzione”. Nonostante tale dichiarazione, un funzionario degli Stati Uniti ha sottolineato che il ritiro era già in corso quando la legge è entrata in vigore e che quindi il processo non poteva essere invertito in maniera così repentina.

Bilancio e prospettive per il futuro

Ad oggi l’Afghanistan, secondo il World Happiness Report, è considerato il Paese più triste del mondo e nella classifica degli Stati falliti è primo in Asia e settimo al mondo. Dal 2014 al 2019, il PIL del Paese è cresciuto soltanto del 2% e Transparency International lo giudica uno dei Paesi più corrotti al mondo. La dipendenza del PIL dalla vendita di droga è tornata ad aumentare: basti pensare che nel 2017 il valore della produzione di oppio si aggirava tra il 20 e il 32% del PIL. A livello globale, l’Afghanistan produce il 90% dell’oppio e l’80% dell’eroina che circola nel globo. Più di metà della sua popolazione vive nella povertà assoluta e 3 afgani su 4 non hanno accesso all’acqua potabile.

La guerra ha portato solo distruzione e morte: ad oggi 160.000 afgani sono morti, ci sono 2,5 milioni di sfollati e 2,7 milioni di afgani sono in fuga dal Paese. Dal punto di vista militare, la situazione è certamente peggiore di quella che si presentava quando ebbe inizio il mandato di ISAF (International Security Assistance Force), la missione della NATO di supporto al governo dell’Afghanistan nella guerra contro i Talebani e Al-Qaeda dopo il rovesciamento dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. Il governo centrale controlla, infatti, solo i centri urbani principali, ma il resto del Paese è controllato interamente dai Talebani.

Alla luce di questi dati, la situazione dello Stato asiatico non sembra essere idilliaca e ulteriori stalli nel processo di pace andrebbero unicamente a deteriorare le condizioni di sicurezza del Paese, provocando nuove escalation di violenza e ulteriori morti innocenti. A destare grande preoccupazione è anche il ritiro delle forze armate statunitensi, che, secondo alcuni esperti, potrebbe causare un aumento delle attività dei militanti islamisti all’interno dei confini. Il Ministero della Difesa di Kabul ha affermato che le forze afgane sono in grado di difendere il Paese, ma queste continuano ad avere bisogno di un costante supporto dei partner internazionali, senza il quale le forze talebane riuscirebbero a prendere il controllo dell’intera nazione e tornare al potere, allontanando ogni possibilità di instaurare un regime stabile e democratico.