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29/04/2025
Italia, Stati Uniti e Nord America

Oltre i dazi USA: cosa racconta davvero il viaggio di Giorgia Meloni a Washington 

di Alexandra Elena Vechiu

I dazi di Trump scuotono alleanze e mercati, mentre Meloni cerca di consolidare il ruolo dell'Italia nel dialogo con gli Stati Uniti.


I dazi di Trump scuotono alleanze e mercati, mentre Meloni cerca di consolidare il ruolo dell’Italia nel dialogo con gli Stati Uniti.

I dazi rappresentano uno strumento di pressione politico-economica, una novità per l’ordine internazionale liberale e una minaccia non solo per i competitor globali, ma anche per gli alleati storici, tra cui l’Unione Europea, e in particolare l’Italia. Per questo motivo, giovedì 17 aprile, la premier Meloni si è confrontata con il tycoon. Roma punta a riservarsi il ruolo di interlocutore privilegiato con Washington e a destreggiarsi tra le tensioni transatlantiche per tutelare gli interessi del proprio export. Ma quanto margine di manovra ha realmente l’Italia in questo contesto?

La strategia italiana tra diplomazia transatlantica e agenda europea

Consapevole del modesto peso politico ed economico, la penisola cerca di presentarsi come una negoziatrice credibile e un’alleata leale. Nella ricerca di un equilibrio tra Est e Ovest, punta a diventare il principale ambasciatore di Bruxelles nel rapporto privilegiato con Washington e valorizzare un surplus commerciale, che nel 2024 ha raggiunto i 38,8 miliardi di euro.

A dare fiducia a Palazzo Chigi è anche la recente sospensione dei dazi europei, fortemente sostenuta dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e discussa in sede di Consiglio Affari esteri in formato Commercio. L’Italia, contraria a una guerra commerciale con gli USA, ha più volte ribadito la necessità di mantenere un dialogo aperto con Trump e Xi Jinping, oltre a un maggiore coordinamento con i partner europei. Per questo motivo, sia la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sia la stessa Giorgia Meloni hanno espresso sostegno alla “formula zero per zero”, che prevede l’azzeramento reciproco dei dazi tra USA e UE.

Ed è proprio il fattore tempo a rendere le trattative ancora più delicate: l’Unione Europea ha solo tre mesi per dissuadere gli Stati Uniti dal ripristinare le tariffe doganali. Un margine ristretto che ha reso il colloquio allo Studio Ovale carico di aspettative, anche per via delle difficoltà insite nei negoziati con Trump: un leader che tende a concludere intese in tempo reale e a imporre agli interlocutori continui adattamenti alle sue oscillazioni di posizione. Meloni, quindi, si era preparata a gestire il rapporto sia a livello personale che politico.

Incontro Meloni-Trump

In nome di un’affinità ideologica con la “linea politica nazionalista” di Donald Trump e degli ottimi rapporti bilaterali, la leader di Fratelli d’Italia si è recata negli Stati Uniti per promuovere un’intesa economica e commerciale che avvicini Washington e Bruxelles con la mediazione di Roma. Tuttavia, il tycoon ha ribadito la posizione intransigente sui dazi e ricordato come le quote del 25% su automotive, acciaio e alluminio, e quelle contro Cina, Canada e Messico, rappresentino per gli USA non solo un vantaggio economico, ma anche un deterrente politico. Il leader ha rassicurato l’Ue sul fatto che “Ci sarà un accordo commerciale al 100%”, ma non sono state ottenute vittorie tangibili e l’unico risultato concreto è stato l’invito ufficiale di Trump a Roma, con la promessa di incontrare altri leader europei e valutare un compromesso equo.

La discussione non si è limitata ai dazi – che potrebbero avvicinare l’Europa alla Cina – ma ha toccato i cavalli di battaglia condivisi: lotta comune all’immigrazione illegale, alle droghe sintetiche e ai tentativi ideologici di “cancellare la civiltà occidentale”. A conferma dell’allineamento politico, Giorgia Meloni ha rilanciato il concetto di un Occidente da rafforzare e rendere nuovamente grande – con la formula “Make the West Great Again” si è parafrasato il celebre slogan trumpiano “Make America Great Again”.

Se l’affinità ideologica ha facilitato il colloquio, i dossier energia e difesa hanno invece confermato la dipendenza strutturale. L’Italia si è mostrata favorevole a collaborare allo sviluppo del nucleare, a incentivare le proprie imprese a investire negli USA circa 100 miliardi di dollari e ad aumentare le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti. Roma non si limita a diversificare le fonti di approvvigionamento, ma punta a raggiungere il 2% del PIL in spese militari  – un target che, come ricordato dal Ministro Crosetto, “non è più un punto di arrivo, ma solo di partenza”. Proprio su questo fronte, la Casa Bianca ha insistito con il consueto pressing sull’aumento del burden sharing tra gli alleato NATO e sulla necessità di acquistare sistemi d’arma statunitensi, piuttosto che promuovere l’industria militare europea, come previsto invece dal ReArm Europe. Una scelta che depotenzia l’autonomia strategica comunitaria e rafforza la dipendenza industriale e tecnologica dal Pentagono.

Considerazioni finali

I temi affrontati hanno sottolineato quanto le priorità statunitensi influenzino l’agenda italiana. Da un lato, la premier ha lavorato per consolidare i rapporti con il tycoon e per ritagliarsi un ruolo di interlocutrice privilegiata rispetto ad altri leader europei – tra cui il PM spagnolo Pedro Sánchez, incline a un bilaterale con la Repubblica Popolare Cinese di Xi Jinping e più diffidente verso Trump. Dall’altro lato, però, l’ennesima prova di frammentazione comunitaria rappresenta una carta vincente per le ambizioni americane, che continuano a trovare terreno fertile negli accordi bilaterali.

L’incontro alla Casa Bianca ha svelato le due facce della strategia italiana: economica e diplomatica. In primo luogo, Roma non ha cercato un trattamento di favore per sé e non ha trattato a nome dell’Europa, ma è riuscita a mantenere il dialogo politico-commerciale con Washington e a difendere il proprio sistema produttivo. Uno strumento operativo chiave è il Piano d’Azione per l’Export italiano, che fornisce una bussola per contenere l’impatto dei dazi e cogliere eventuali opportunità: le tariffe elevate sulle esportazioni extra UE potrebbero aprire spazi competitivi inattesi per il Made in Italy.
In secondo luogo, invece, la postura diplomatica di Giorgia Meloni ambisce a catalizzare il legame transatlantico e a rafforzare la credibilità del Paese. Tuttavia, l’assenza di risultati tangibili sui dossier chiave e l’asimmetria nei rapporti con il Pentagono confermano i limiti strutturali dei tentativi di Palazzo Chigi – abile nel proporsi come un ponte nello iato Europa-Usa, ma costretto a muoversi entro margini ristretti. Di fronte alla frammentazione europea e al disegno americano sempre più orientato a privilegiare sé stesso, l’Italia è riuscita a ottenere visibilità e riconoscimento internazionale, e a tutelare le proprie prerogative economiche. Resta aperta, però, la sfida per Roma e Bruxelles di trasformare la volontà politica in un peso negoziale reale sulle scelte condivise.

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