Questa estate abbiamo lasciato la Francia in uno stato di assoluta difficoltà post-elettorale. Le elezioni, che avevano premiato il Nouveau Front Populaire, non avevano però indicato una direzione chiara verso la quale il paese avrebbe dovuto muoversi. Cosa è successo fino ad ora?
La confusa estate francese
A seguito del secondo turno elettorale in Francia, tenutosi il 7 luglio, il NFP, coalizione di sinistra composta da La France insoumise, Parti socialiste, Les Écologistes, Parti communiste français, è risultata vincitrice alle elezioni legislative, conquistando così 182 seggi. La coalizione presidenziale Ensemble pour la République ha ottenuto 168 seggi confermandosi come seconda. Invece, il partito di estrema destra Rassemblement National, il più votato al primo turno, si classifica come terzo, con 143 deputati eletti.
La situazione ha visto dunque il NFP conquistare la maggioranza relativa, ma rimanere ben lontano dalla maggioranza assoluta, che si attesta a 289 seggi. Fin da subito, sono emerse delle differenze di vedute tra i vari partiti del NFP. Se infatti i partiti più moderati, come il Parti Socialiste, si sono mostrati aperti al dialogo anche con i partiti centristi, da parte de La France Insoumise di Mélenchon c’è stata subito un’opposizione decisa a qualsiasi alleanza con il partito di Macron. A rendere la situazione ancora più complessa, i Giochi Olimpici e Paralimpici, svoltisi proprio a Parigi tra luglio e settembre.
Alla fine di luglio, l’accordo viene raggiunto intorno al nome di Lucie Castets, funzionaria di alto profilo e consigliera per le finanze del governo di Parigi. La sua candidatura è stata respinta però da Macron il 23 luglio, sostenendo che non avrebbe nominato un Primo ministro prima della metà di agosto, al termine delle Olimpiadi.
Finalmente, dopo le Olimpiadi, sono iniziate le consultazioni. Macron ha consultato la coalizione di sinistra, che ha riproposto Castets, la cui candidatura viene di nuovo respinta il 26 agosto, per poi passare agli ex Presidenti della Repubblica e agli esponenti di Les Républicains. Alla fine, il nome che ne esce è quello di Michel Barnier.
Il governo Barnier
Il 5 settembre scorso, Emmanuel Macron ha indicato come Primo Ministro la figura di Michel Barnier, del partito Les Républicains (centro). Barnier è un volto noto alla politica francese. E’ stato per la prima volta Primo Ministro nel 1993, poi altre tre volte, sia sotto Chirac che sotto Sarkozy. E’ stato Commissario europeo per 2 volte: per la prima volta sotto la Commissione Prodi (Commissario alle Politiche Regionali) e poi con Barroso (Commissario al mercato interno e ai servizi) E’ stato incaricato dall’Unione come negoziatore della Brexit tra il 2016 e il 2021. A 73 anni, è il Primo ministro più vecchio della Quinta Repubblica.
Sedici giorni dopo la sua nomina, il 21 settembre, vengono annunciati i nomi dei 34 ministri e 5 segretari di stato che comporranno l’esecutivo francese. La lista proietta l’immagine di un esecutivo di minoranza a maggioranza macronista, con vari componenti repubblicani. Tra i nomi più contestati c’è sicuramente quello di Bruno Retailleau, nominato agli interni. Capogruppo al Senato dei Républicains, ed esponente dell’ala più conservatrice del partito, Retailleau si definisce figlio della Francia profonda e uomo della ruralità. Le sue posizioni contrarie ai matrimoni gay e all’aborto hanno fatto storcere il naso all’ala più moderata di Ensemble!, il partito di Macron. Dall’altra parte, è chiaro che la nomina sia un segnale al Partito di Le Pen.
Alla nomina di Barnier, la sinistra del NFP ha subito dichiarato la proposizione di un voto di censura verso quello che definiscono come “il governo più a destra della Quinta Repubblica”. RN, invece, ha dichiarato che avrebbe concordato il modus operandi dopo il discorso del Primo Ministro del 1 ottobre, in cui Barnier era chiamato ad annunciare la strategia per il Bilancio 2025.
Il discorso
Il primo ottobre, Barnier è sceso all’Assemblee Nationale per il suo primo discorso da Primo Ministro. Barnier ha citato il debito pubblico francese, definendolo “colossale”, e impegnandosi a riportarlo entro il 5% per il 2025. Per fare ciò, ha accennato a una politica fiscale restrittiva, che colpirà “anche i più fortunati”. In materia di energia, Barnier ha annunciato che darà un grande impulso al nucleare, anche costruendo nuovi reattori. Per quanto riguarda la politica estera, ha ribadito il sostegno all’Ucraina, e la soluzione dei due Stati per la Palestina. In generale, il discorso ha tenuto delle linee molto generali, senza troppi sbilanciamenti rispetto alla linea del governo precedente. Non è stato sollecitato il voto di fiducia da parte dell’Assemblea, come era prevedibile che fosse, dato il governo di minoranza.
Il discorso è stato duramente attaccato, sia da destra che da sinistra. Durante il discorso, vari deputati de La France Insoumise hanno sventolato le loro tessere elettorali, in segno di protesta. Olivier Fauré, segretario del Parti Socialiste, ha sottolineato come tra il governo Attal e quello Barnier ci sia “continuità assoluta”. Anche la deputata ecologista Clementine Autain ha definito il discorso del neo Primo Ministro come “polveroso e senza rottura”. Ancora, Mathilde Panot, di La France Insoumise, ha dichiarato che il partito di Mélenchon non teme il governo “perché non ha nessuna legittimità democratica”. Dall’altra parte, Marine le Pen ha chiesto la nuova legge per l’immigrazione entro il 2025, minacciando il voto di censura. Dall’altra parte, però la leader di RN ha dichiarato di non volersi opporre a priori al governo Barnier, per non gettare il Paese nel caos.
La situazione del governo francese sembra ora più precaria che mai. Le prossime settimane saranno essenziali per capire come i partiti di sinistra si rapporteranno al neo governo. Già venerdì 4 ottobre la sinistra ha presentato la prima mozione di censura contro il governo Barnier. Sono poche le possibilità che il testo venga adottato, con Rassemblement National che ha già fatto sapere che non lo voterà. Si tratta comunque di un segnale importante per calibrare il malumore presente in Assemblée Nationale.

