La diplomazia alternativa della Comunità di Sant’Egidio

Due avvenimenti, nel corso della fine del 2017, hanno attirato l’attenzione dei mass media su una realtà, all’apparenza ed a carattere generale da tutti conosciuta, come la Comunità di Sant’Egidio ma, effettivamente poi, in concreto e nei dettagli, per i più avvolta da un alone di mistero e d’indecifrabilità.

La diplomazia alternativa della Comunità  di Sant’Egidio - GEOPOLITICA.info

Il primo focus mediatico si è avuto in occasione dello svolgimento dell’annuale incontro interreligioso internazionale organizzato, nel solco di una lunga serie iniziata ad Assisi nel 1986, dalla Comunità Igidina in Germania, a Münster ed Osnabrück dal 10 al 12 settembre 2017, con lo scopo di promuovere la conoscenza reciproca ed il dialogo tra le religioni, nell’orizzonte della Pace. All’appuntamento, dal titolo “Strade di Pace, hanno partecipato numerose personalità di spicco, laiche e religiose, tra le quali, ad esempio e per poterne capire la portata in termini di comunicazione, la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente del Niger Mahamadou Issoufou, il Grande Imam di al – Azhar al – Tayyib, il Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Il secondo picco di attenzione su SE, si è concretizzato in concomitanza con la celebrazione del venticinquennale della firma degli Accordi Generali di Pace per il Mozambico, avvenuta a Roma il 4.10.1992, con i quali si poneva fine ad una guerra civile, durata sedici anni e che aveva causato centinaia di migliaia di morti e di profughi. La pace raggiunta concludeva un lungo processo negoziale, durato più di un anno, portato avanti, nella sede di Trastevere della Comunità, dal suo fondatore Andrea Riccardi, dall’epoca giovane sacerdote di quest’ultima ed oggi Arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, da un Vescovo mozambicano, recentemente scomparso, Jaime Gonçalves e da un “facilitatore” del governo italiano, l’ex Sottosegretario agli esteri Mario Raffaelli. A questi gruppo mediatori, mossi non da interessi propri, ma solo dalla convinzione che la pace fosse comunque raggiungibile, riuscì l’impresa, sempre fallita dai professionisti della diplomazia, di far dialogare chi, fino ad allora, aveva conosciuto solo il linguaggio delle armi, ovvero, da una parte la guerriglia antigovernativa della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana), dall’altra il governo di Maputo, guidato dal Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico). Il richiamo a questi due eventi, serve a sottolineare come SE sia diventata oggi, dopo aver mosso i suoi primi passi nel 1968 a Roma, una realtà che, oltre ad agire su una dimensione locale – quella sicuramente più nota, impegnata in favore dei poveri, degli anziani, degli immigrati, dei senza dimora, dei disabili, dei malati – al tempo stesso promuove sulla scena globale, il dialogo ecumenico e interreligioso, la tutela dei diritti umani, la soluzione pacifica dei conflitti. E’ proprio l’atipicità del modo con cui la Comunità romana si è spesa e tuttora si spende, per la ricerca della pace, che rende possibile parlare di un metodo diplomatico di SE. Per poter spiegare questa singolarità, è necessario precisare che SE  non è una ONG rivolta esclusivamente alle mediazioni di pace, non è l’emanazione di un governo, non si ritiene, almeno ufficialmente, una diplomazia parallela della Santa Sede, che opera informalmente dove quest’ultima non può o non vuole: quello che si può sicuramente affermare è che SE è un soggetto internazionale molto particolare, noto per il suo lavoro nelle situazioni di grave povertà nel mondo, chiamato con simpatia da un noto giornalista italiano, Igor Man, l’ONU di Trastevere per sottolinearne l’aspetto internazionale connesso paradossalmente al carattere familiare e romano, il quale non fa solo azioni diplomatiche o di pace, ma ha un suo spessore articolato di vita ed interventi. Diplomazia silenziosa, parallela, dal basso, dei profeti, rete di mistici sociali, sono molti gli appellativi che sono stati attribuiti alla Comunità trasteverina nel suo tentativo di realizzare una “via romana alla pace”, imperniata sulla centralità del fattore umano e sulla realizzazione, all’interno dei negoziati, di contatti diretti ed informali, attraverso i quali sciogliere i nodi intricati tra le parti in conflitto. Due sono le tipologie d’intervento, attraverso le quali si concretizza l’attività di mediazione di SE, ovvero quelle:

  • a carattere strettamente operativo, in relazione agli aspetti umanitari/emergenziali, effettuate dalle Comunità locali di Sant’Egidio, ossia del paese/area dove avviene l’intervento, con la collaborazione di alcuni appartenenti della struttura centrale, in sinergia con le organizzazioni non governative del posto. Questa modalità si rende necessaria per preservare l’indipendenza della sede di Roma, elemento portante della neutralità nelle mediazioni di pace;
  • correlate alla mediazione politica/religiosa per la ricerca della pace, le quali sono compiute sempre nella casa madre romana, con l’appoggio, ove possibile, delle grandi entità sovranazionali (Nazioni Unite, Unione Europea, Unione Africana, ecc.), con l’obiettivo, in contraltare a quello degli interventi operativi, di salvaguardare il livello locale dei membri della Comunità del paese/area oggetto di mediazione.

Tutte le azioni diplomatiche di SE sono contraddistinguete da un decalogo di fattori, tra cui:

  • l’immagine positiva della Comunità di Sant’Egidio e del suo approccio “neutro” alla risoluzione dei conflitti. Tutti le operazioni di quest’ultima, infatti, possono contare sul buon nome che la Comunità stessa si è saputa costruire, nel tempo, grazie alla sua capacità di essere, nelle mediazioni di pace, attore neutro ma non vuoto, in grado di guardare sempre con particolare attenzione alle esperienze delle parti in contrasto ed alla possibilità di creare, tra loro, contatti umani diretti, decisiva ai fini del raggiungimento di un accordo di pace;
  • l’assenza, durante i tentativi della Comunità di composizione dei conflitti, di pressioni internazionali ed il loro, in ossequio a tale fine, svolgimento nella sede di Roma. La scelta degli esponenti di SE come conciliatori, avviene perché essi vengono, a priori, riconosciuti da parte dei belligeranti come honest brokers, i quali non sono loro imposti a causa d’interessi di parte. Inoltre, per tutelare questa peculiarità, tutte le mediazioni sono svolte nella struttura romana, per sottolinearne l’approccio confidenziale e sfruttare anche il fascino di Roma, sede della Chiesa Cattolica. Andrea Bonini, storico mediatore di SE così si esprime […] un’altra peculiarità della “formula italiana” di risoluzione dei conflitti, rappresentata da Sant’Egidio, discende dalla sua collocazione geografica. Il fatto di essere nata e cresciuta in una città come Roma, capitale italiana e centro della Chiesa cattolica, ha favorito la dimensione internazionale della Comunità e che nonostante il suo impegno per la risoluzione dei conflitti l’abbia fatta percepire, da parte di diversi ambienti, come un’emanazione diretta o indiretta della Segreteria di Stato vaticana o del Ministero degli Esteri italiano, Sant’Egidio si è sempre assunta in prima persona la responsabilità delle sue azioni […];
  • il fattore tempo. Il fattore tempo è fondamentale per la firma di un accordo di pace e perché esso sia duraturo. Infatti, oltre alla fissazione di un calendario preciso accompagnato anche da meccanismi chiari per poterlo modificare, sono necessari tempi lunghi, poiché bisogna avvicinare mondi diversi che procedono secondo logiche proprie, in un cammino composto da memoria, tentativo di stabilire sentimenti di amicizia, calore umano, conoscenza della storia dei partecipanti. Andrea Riccardi così descrive l’importanza di questa componente […] non è facile passare dalla mentalità del guerrigliero, il cui scopo è colpire il nemico, anche quando sa che non riuscirà a vincere, a quella del politico che accetta la coabitazione nella pace. Non è facile passare dalla mentalità di governo, che considera criminale la guerriglia, ad un’accettazione dell’avversario in armi, come interlocutore politico. C’è bisogno di tempo che faccia evolvere la mentalità. In questo senso, spesso, i negoziati sono anche una scuola di politica, segnando il passaggio dal conflitto armato al dibattito politico. Ma per questo occorre la consapevolezza che la vittoria non è possibile, che continuare a combattere costa dolore e sangue, che il futuro può essere migliore per tutti. La fiducia non sboccia spontanea e immediata. Non si tratta di riconciliazione tra nemici innanzi tutto, ma d’iniziare un dialogo tra mondi che si sono odiati, che hanno sognato per anni la morte dell’altro e la sua eliminazione […];
  • la mancanza di soluzioni predefinite. Negli sforzi di conciliazione di SE non ci sono soluzioni predefinite. Queste devono essere trovate ad opera degli stessi protagonisti del dialogo (i protagonisti del dialogo sono i protagonisti delle soluzioni) e non devono essere imposte dai mediatori. La Comunità trasteverina, in tali frangenti, non esercita nessun tipo d’indirizzo preordinato, asseconda le parti per far emergere ciò che unisce gli attori del dialogo, in quanto le sue mediazioni non hanno nessun mandato politico. Questa assenza di input, di qualunque tipo, se da un lato attribuisce una forza debole alla Comunità di igidina, allo stesso tempo, però, ne diventa proprio un carattere peculiare, il più importante, rendendo esplicito che essa è mossa esclusivamente dalla volontà di raggiungimento della pace. Questo principio si trova nelle parole di Roberto Morozzo della Rocca, anch’egli membro storico di SE, con cui narra la mediazione mozambicana […] i quattro mediatori della trattativa mozambicana non disponevano di strumenti militari o economici, ma hanno saputo decifrare i complessi termini delle questioni, sul piano politico e sul piano umano. Non hanno comprato la pace offrendo denaro, come in qualche negoziato si tenta di fare. La forza dei mediatori era quella di rappresentare l’unica via percorribile e dal, paradossalmente, anche non aver interessi specifici da difendere nel paese, se non quello di una pace solida e rapida […].
  • la definizione di meccanismi chiari nei testi degli accordi, elencando tutti i dettagli, per evitare interpretazioni elastiche o, potenzialmente, divergenti, la presenza di garanzie nazionali che tutelino, in particolare modo, la parte che si sente perdente ed infine la dotazione di un fondamento economico all’accordo politico raggiunto. Nelle sue mediazioni SE è molto attento a che esse avvengano cercando la collaborazione ed il sostegno di altri governi, grandi entità sovranazionali ed organizzazioni non governative e del fatto che la pace, per funzionare, ha bisogno d’incentivi, anche materiali e di garanzie future. In questo, ancora, le parole di Roberto Morozzo della Rocca […] tuttavia elementi che sulle prime parevano di debolezza si sono rivelati indispensabili al buon fine dei negoziati. Si è avuta una sinergia di forze diverse. I mediatori di Sant’Egidio hanno creato l’atmosfera per i colloqui e poi hanno lavorato per la creazione di un clima umano tra le parti. Il lavoro di spola, tra alberghi di Roma e capitali dell’Africa, ha esaltato le doti di pazienza e di perseveranza dei mediatori, pur quando le parti sembravano al limite della rottura. Il governo italiano ha fornito un sostegno tecnico-diplomatico, lasciando che i mediatori si avvalessero, nel corso delle trattative, dell’ombrello rappresentato dallo Stato italiano. L’ambasciatore italiano a Maputo, Incisa di Camerana, ha lavorato per le trattative non senza rischi personali, come del resto tutti gli attori della vicenda. La formula di Sant’Egidio ha avuto la capacità di aggregare attorno a sé risorse ed energie di vari paesi, da quelle americane a quelle del nuovo Sudafrica, a quelle dello Zimbabwe, desideroso di tirarsi fuori dall’imbroglio mozambicano. I mediatori hanno passato l’intero dossier mozambicano ai garanti internazionali dell’accordo, in primis alle Nazioni Unite, perché provvedessero a tutelarne l’applicazione, sino alle elezioni e alla definitiva pacificazione […]. Per SE uno degli aspetti procedurali essenziali per la positiva riuscita delle sue attività diplomatiche, è costituito dalle “garanzie future” da offrire ai belligeranti nella fase post conflittuale. Quest’ultime, infatti, sono le fondamenta del ponte che SE, metaforicamente attraverso la sua diplomazia informale, tenta di costruire tra i contendenti, ben consapevole che c’è bisogno di tempo per unire ciò che la guerra ha separato. Su questo aspetto Riccardi offre una preziosa descrizione […] è necessario costruire un quadro politico per il futuro, che dia garanzie di sopravvivenza e di libertà. Le garanzie sono decisive, anche perché chi combatte è sempre tentato dal fare pace tenendosi aperta la possibilità di un nuovo ricorso alle armi qualora si sentisse penalizzato. Le garanzie internazionali ed interne all’orizzonte nazionale sono un punto fondamentale di ogni accordo di pace. Bisogna creare strumenti, istituzioni, processi che consentano di applicare l’accordo e che diano sicurezza alla parte più debole. Le garanzie vogliono avviare ad una corretta prassi democratica, in cui le opinioni, la libertà e la vita di tutti siano protette. Ma non si arriva alla democrazia in qualche mese, soprattutto dopo anni di guerra. Chi combatte spesso non riesce a considerare possibile la pace. Non si tratta solo di far crescere la fiducia tra le parti, ma di lasciarsi conquistare da una visione di pace: insomma, lasciarsi convincere che la pace è possibile per il paese, per la propria parte politica, per la propria famiglia, per se stessi. Se si comincia a gustare la prospettiva della pace, anche gli odi si smussano. La pace ha una sua forza convincente, ragionevole ed anche emotivamente seducente […].

Questo elenco di regole a cui si attiene SE, è stato sintetizzato, da Boutros-Ghali, a proposito del Mozambico […] la Comunità di Sant’Egidio ha adottato tecniche diverse da quelle dei mediatori di pace professionisti, particolarmente efficace si è rivelata la loro capacità di coinvolgere gli altri nella ricerca di soluzioni. La comunità utilizza le proprie tecniche, che si potrebbero definire discrete e informali e si integrano in maniera armonica con le tecniche ufficiali dei Governi e delle organizzazioni internazionali. Partendo dall’esperienza del Mozambico, si è coniata l’espressione formula italiana per indicare questo impegno per la pace che è unico nel suo genere, in questa sua dipendenza ed indipendenza dai Governi. Il rispetto nei confronti di coloro che sono parte in causa nel conflitto e di coloro che di volta in volta vi sono coinvolti è decisivo per il successo di queste iniziative […]. Proprio il Mozambico rappresenta il prototipo dei successi diplomatici di SE, il cui fattore principale è costituito dalla capacità di sapersi “sporcare le mani” nella ricerca della pace e dell’essere in grado di ovviare alla mancanza, nel dialogo diplomatico, dell’elemento umano, inteso come comprensione della diversità dell’interlocutore, grazie al quale offrire, contestualmente, alle parti in disaccordo, una visione nuova del loro futuro. Questo caso, il più eclatante di una lunga, successiva, storia di opere di pace, dimostra proprio che la perfetta conoscenza delle peculiari realtà del contesto in cui si è deciso d’intervenire, acquisita attraverso un lavoro preparatorio a carattere umanitario di lungo corso, unitamente all’alta affidabilità offerta dai suoi interpreti, sono gli elementi peculiari che permettono alla Comunità trasteverina di riuscire con successo, anche nelle mediazioni all’apparenza impossibili, soprattutto per gli apparati diplomatici istituzionali. Sono dunque gli “strumenti semplici” del contatto umano e dell’accurata preparazione geopolitica dei processi diplomatici che attua, le caratteristiche che contraddistinguono gli attori della diplomazia di SE e che li rendono, agli occhi di tutti, dei mediatori affidabili, disinteressati ed efficaci, al di sopra delle logiche che guidano gli equilibri di potere e gli interessi nazionali. In Mozambico SE era presente già dal 1975, ben prima dell’inizio delle trattative di Roma, avendo avuto, grazie al lavoro di anni ed alla condivisione dei problemi della gente del posto, la possibilità di conoscere a fondo la situazione locale e le sue specificità, consapevolezza senza di cui ben difficilmente i suoi appartenenti sarebbero stati ritenuti interlocutori credibili da entrambe le fazioni in lotta. L’analisi di quanto finora esposto, ci permette di classificare SE non nel novero degli attori della track one diplomacy, ma a cavallo tra la track two e la multitrack diplomacy presentando alcuni aspetti peculiari, tra i quali ci sono la:

  • sua organizzazione snella, gerarchica, segreta, decisionista, verticistica, priva dei vincoli delle burocrazie degli apparati istituzionali. Non si creda che la Comunità sia un’organizzazione pesante, ricca di personale e mezzi economici, non si tratta di un gruppo di diplomatici in concorrenza con le diplomazie ufficiali, ma di una ristretta realtà di donne e uomini, religiosamente ispirati, non professionisti della diplomazia;
  • modalità di realizzazione della rete di contatti, alimentata anche dalla grande maestria dei suoi esponenti nel portare avanti il dialogo interreligioso. SE ritiene che le religioni possano essere una forza di pace e per questo organizza annualmente un meeting internazionale, nello spirito del primo incontro promosso ad Assisi, nel 1986, da Giovanni Paolo II. A tale proposito Roberto Morozzo della Rocca precisa […] l’originalità è già quella di accostare esponenti religiosi come patriarchi cristiani, muftì, rabbini o leader buddisti. Nel quadro di questi incontri si sviluppano momenti di dialogo anche su questioni non solo di natura teologica, ma anche inerenti determinate situazioni di conflitto. Così a Bruxelles, accanto a una tavola rotonda sulla Città Santa tra il patriarca cattolico di Gerusalemme, quello armeno, un rabbino e un esponente musulmano, c’era un incontro tra un vescovo croato e un vescovo serbo sulla crisi nell’ex Jugoslavia. Il dialogo tra i diversi mondi religiosi è quindi una delle dimensioni del lavoro di Sant’Egidio propedeutici alla realizzazione dei processi di pace […];
  • figura del volontario aderente a SE ed in particolare quella dei suoi mediatori di pace. Il modo con cui sono condotte le mediazioni da parte degli operatori di questa componente diplomatica della Comunità trasteverina, deriva proprio ed in gran parte dall’osservanza di questa forma di disciplina religiosa che regola la vita all’interno di essa, sotto forma di azioni ed atteggiamenti, in particolare a partire proprio dal mediatore passando per il volontario comune e proseguendo attraverso la persona comune, il senzatetto, l’immigrato. La forza e l’efficacia dei volontari di SE deriva dalla disciplina, intesa nel senso religioso del termine, che permea la Comunità, infatti è quest’ultima che supporta sia l’ascesi personale sia la coesione di gruppo. Se questo principio è valido per il comune volontario, lo è ancora di più per il gruppo dei mediatori della Comunità igidina, una ventina di persone quasi tutte appartenenti alla Sede di Roma, le quali, a partire dal membro più anziano, sono profondamente coinvolte nella Comunità. Per questa élite la mediazione non è una tecnica ma un etica, fortemente ed indissolubilmente legata al progetto spirituale e antropologico di SE: la preghiera, la fraternità, l’obbedienza, la fedeltà, la disponibilità al coinvolgimento assoluto per il bene di essa.

E’, dunque, grazie al suo stile diplomatico ed all’oculatezza con cui SE cura e gestisce l’aspetto degli aiuti umanitari destinati alle zone del mondo afflitte dal tormento della guerra e della povertà endemica, che SE è in grado di seminare il terreno della pace, facendolo germogliare, al momento giusto. Occorre sottolineare, comunque, per poter comprendere a fondo l’eterogeneità delle tecniche utilizzate da SE che, anche se il passo dalla mensa dei poveri ai trattati internazionali non è stato poi così lungo, la Comunità igidina non è raffigurabile solo come “una tecnica diplomatica”, ma è un soggetto il quale, grazie alle sue peculiarità, è stato in grado di farsi apprezzare, senza remore, trasversalmente. Quello che rende esclusivi i cromosomi di SE agli occhi della comunità internazionale, in un mondo che sembra conoscere solo logiche di forza e sopraffazione, è la sua capacità di fornire una risposta alle richieste di mediazione per certi versi rivoluzionaria, rispetto ad altri assetti a ciò deputati, essendo basata sul dialogo e la ricerca di una modalità pragmatica di pacifica convivenza tra le parti in lotta.

Si delinea, quindi, una tesi ben precisa, strutturata su due assiomi, riguardo a questo peculiare attore diplomatico di natura religiosa ed in particolare su quale sia il compito che esso stesso si è dato, soprattutto nell’ambito della ricerca della pace: il primo è che l’idea di fondo, su cui SE costruisce tutto il suo agire pacificatore, è quella secondo cui le religioni nelle relazioni internazionali, le quali possono essere acqua o benzina rispetto alle guerre, dovrebbero avere il compito, insostituibile, di allontanare il flagello degli scontri; il secondo, invece, si fonda sull’immagine di una Comunità che percorre le strade del mondo con l’obiettivo di realizzare e costruire quella “civiltà del convivere” che ha permesso, usando sempre le parole di Andrea Riccardi […] in diversi contesti, di superare guerre fratricide e conflitti interetnici, per arrivare alla pace…quella pace “fuori agenda”, raggiunta da SE in tante delle sue mediazioni, che ci dice che la guerra non è lo strumento giusto per risolvere le controversie […].