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20-28 giugno. Ulyanof vede la fine del tunnel a luglio. E con l’Arabia Saudita?

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I colloqui a Vienna riprendono dopo l’elezione di Reisi alla Presidenza della Repubblica. Geopolitica.info aveva già sottolineato diverse volte come due elementi distinti stessero mescolandosi nelle dinamiche negoziali: da una parte la volontà di addivenire ad un accordo ormai necessario ad entrambe le parti, dall’altra quella di definire nel dettaglio talune specificità che l’Iran non vuole lasciare al caso (o in balìa di decisioni della controparte) in modo da avere quella “platform” (citazione dal Segretario di Stato americano) il più solido possibile al fine di costruirvi un’intesa priva di insidie.

Quali sono dunque i nodi da sciogliere?

  1. Chi comincia primo: il problema inizia con l’effettiva implementazione degli accordi presi. Può sembrare scontato, ma definire chi dia il calcio d’inizio ora è cosa fondamentale. Gli Stati Uniti hanno dato svariate dimostrazioni di disponibilità ed apertura, anche insperate (fine dell’appoggio all’Arabia Saudita nel conflitto yemenita, cancellazione di alcune sanzioni) ma in definitiva non hanno implementato il vero oggetto di quel deal dal quale si sono ritirati unilateralmente e del quale pretendono l’implementazione da parte iraniana attraverso la riduzione dell’arricchimento dell’uranio, attività ripresa proprio in risposta al ritiro unilaterale americano. Sarà necessario che una delle due parti cancelli realmente le sanzioni in carico all’altra o riduca l’arricchimento dell’uranio sino a rientrare effettivamente nei limiti dell’accordo;
  2. I meccanismi di protezione in caso di ritiro di una delle parti. Teheran non vuole trovarsi nella condizione di dover incassare un ulteriore mancato rispetto della parola data da parte statunitense. Il nuovo deal (o meglio, il testo di un accordo volto a rimettere in carreggiata il precedente) dovrà garantire la tenuta dello stesso;
  3. L’effettiva possibilità da parte iraniana di attingere al sistema finanziario internazionale e l’equilibrio nel Golfo Persico. Durante il suo secondo mandato, il Governo Rouhani aveva proposto un pacchetto di riforme di enorme portata che avrebbe permesso l’accountability delle Fondazioni pie (Bonyad) e di altri Enti le cui indipendenza dall’Esecutivo (e dipendenza diretta dall’Ufficio della Guida) permettevano la totale opacità finanziaria. Si tratta, per intenderci, di quel pacchetto di riforme che diede vita alle rivolte scoppiate attorno al Santuario della città di Masshad, luogo simbolo del potere rivoluzionario, che videro protagonisti gli ambienti più reazionari: questi protestavano contro riforme fiscali che avrebbero posto sotto assedio i privilegi degli ambienti legati alla Guida Suprema ed ai Guardiani, protestando contro un Governo Rouhani che essi definivano troppo vicino all’Occidente e contrario agli interessi della Rivoluzione. Qualcuno in Occidente, contrario alla normalizzazione dei rapporti con l’Iran, riuscì con successo a dare queste rivolte violente e reazionarie dei conservatori in pasto ad un pubblico casalingo digiuno di cose persiane, facendole passare come proteste popolari contrarie all’Amministrazione Rouhani, e dipingendo la stessa come complice della struttura del potere iraniano: una confusione totale dei veri termini della questione che avrebbe portato i suoi frutti.

La questione missilistica sembra, come già spiegato da Geopolitica.info, accantonata e momentaneamente sacrificata al fine di portare a casa un accordo che permetta agli Stati Uniti di realizzare in Medio Oriente quell’equilibrio di potenze che essi cercano dai tempi di Clinton, la cui eredità è viva e vegeta fra i corridoi di Washington, e che fu impedita dal quadriennio di Trump. E mentre la Turchia mangia la foglia e cerca di distanziarsi (lateralmente) da Washington ricercando un ritrovato rapporto col Cairo, capendo che gli Americani non ci cascano se promette di pestare i piedi a Mosca con la revisione di Montreaux, l’Arabia comprende a sua volta di avere risicati spazi di manovra senza l’appoggio americano in Yemen. Si trova anche indietro agli Emirati, già un pezzo avanti grazie alla sottoscrizione del Patto di Abramo che apre loro interessanti connessioni con Israele e Cipro. Ma mentre gli Emirati possono farsi avanti, Ryad non può (essere i Custodi di Mecca e Medina ha i suoi costi), e deve dare retta a Teheran e rendersi disponibile ad una negoziazione che permetta ai Persiani un maggiore spazio di manovra nel proprio spazio vitale, ovvero il Golfo.

Intanto il russo Ulyanof vede la luce in fondo al tunnel e prevede che le negoziazioni terminino a luglio. Cosa lo porta a tanto entusiasmo? Forse la necessità di ricostruire un’immagine della Russia colpita dalle intercettazioni del Ministro Zarif, nelle quali lo si sentiva accusare apertamente Mosca di essere fra i maggiori sabotatori del JCPOA. O forse altro, E’ comunque difficile pensare che il deal veda la luce prima dell’insediamento di Reisi, ovvero ad agosto.

Gli Stati Uniti negoziano facendo intendere che, nella negoziazione, non esiste alcuna tregua: l’Aviazione americana continua a bombardare postazioni dei proxies iraniani fra Siria ed Iraq, mentre la Guardia Costiera statunitense registra azioni di disturbo delle componenti navali dei Guardiani a sud del Golfo Persico, mentre due navi persianesvolgono una loro missione con destinazione segreta dove mai si erano avventurate prima, nel cuore dell’Atlanticoche è centro della NATO. 

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