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11 settembre, com’è cambiata l’America oggi? Intervista a Maria Luisa Rossi Hawkins, corrispondente a New York

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11 Settembre 2022. Passato il ventennale lo scorso anno l’attentato al World Trade Center continua ad essere percepito dalla società Occidentale come uno degli eventi che ha cambiato ed ha segnato una svolta nella nostra storia contemporanea.

Così come la caduta del muro di Berlino, nel novembre del 1989, ha segnato una profonda “rottura di civiltà” – come scritto nel 2003 da Jean Daniel, fondatore de Le Nouvel Observateur – l’11 settembre ha ribaltato i “piani interpretativi” della geopolitica internazionale.

Prima degli attentati alle Twin Towers pensavamo di sapere tutto, ma non immaginavamo neanche lontanamente (forse Hollywood!) che gli Stati Uniti avrebbero potuto essere aggrediti nelle loro “ville debout!” – la “città in piedi” così definita da Céline nel suo Viaggio al termine della notte del 1932 – simbolo Occidentale del progresso. Ignoravamo anche cosa sarebbe potuto “nascere” dall’intensità fragorosa di quel trauma profondo: le guerre. Due guerre ancora più inedite che vanno a scontrarsi con teorie e schemi appartenuti al passato, da Clausewitz in giù. 

Il 7 ottobre 2001 la Casa Bianca e i suoi alleati sferrano l’attacco al “regno dei Taliban” dove si nasconde Osama Bin Laden, la battaglia è vinta ma i risultati non sono quelli sperati. Poi toccherà a Baghdad nel marzo del 2003, ma il copione si ripete: cade Saddam Hussein ma la violenza continua. Guerre iniziate sotto George W. Bush, proseguite sotto Barack Obama – la sua America ha fatto però centro, uccidendo Osama Bin Laden nel maggio del 2011 – e terminate da Joe Biden con il confuso e quanto mai poco meditato ritiro da Kabul nel caldissimo agosto del 2021. Sono passati ventun anni da quell’11 settembre e il mondo, così come lo conoscevamo e comprendevamo, è davvero cambiato. 

La storia si raggomitola su sé stessa e si ripete nella sua forma più tragica, come dalle Twin Towers abbiamo visto corpi di donne e uomini che cadono nel vuoto dell’indifferenza occidentale. Le immagini degli ultimi mesi ci parlano di circa 59 conflitti nel mondo ancora in corso, dall’Ucraina allo Yemen, dall’Afghanistan al Myanmar, dallo Tigray alla Nigeria.  Del resto, come già teorizzato dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo Lo scontro delle civiltà del 1996, nel mondo post-Guerra fredda le principali distinzioni tra i vari popoli non sono di carattere ideologico, politico o economico, bensì culturale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno quelle sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro, popoli e nazioni tentano di rispondere alla più basilare delle domande: chi siamo? Come affermava Henry Kissinger nel 1994 nel suo Diplomacy: “Il sistema internazionale del XXI secolo conterà almeno sei grandi potenze – Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone, Russia e probabilmente India – e una miriade di paesi piccoli e medi”.

Com’è cambiata l’America oggi? Lo abbiamo chiesto a Maria Luisa Rossi Hawkins, corrispondente a New York e Washington per Mediaset. 

A quasi un anno di distanza il ritiro dall’Afghanistan ha segnato il paventato declino dell’impero americano? 

Non credo che il ritiro dall’Afghanistan degli USA e degli alleati abbia segnato il declino dell’impero americano. La decisione del ritiro delle truppe fa parte di una scelta dell’Amministrazione Biden di proseguire gli intenti di quella di Trump. Segna anzi un elemento di continuità nella politica estera americana che è guidata da principi dell’interesse nazionale americano che trascende gli orientamenti politici dei vari presidenti. E’ stato però un ritiro caotico e a mio avviso una decisione sbagliata perché esistevano alternative. Lasciare 3.500 soldati insieme ai droni visto che ormai le truppe non erano più impegnate in operazioni al fronte e continuare a sostenere l’esercito Afghano. La decisione degli americani e degli alleati oltre all’effetto strategico del ritiro ha innescato anche un effetto psicologico sui soldati dell’esercito afghano che sapendo che non ci sarebbero stati più rifornimenti, supporto aereo, rinforzi o piano di evacuazione di emergenza è imploso. Ma non si può parlare di declino, solo di una scelta discutibile di politica estera.

Qual è la strategia degli Stati Uniti nell’ambito dello scacchiere asiatico? La visita a Taiwan di Nancy Pelosi com’è stata percepita dall’opinione pubblica americana?

Lo scacchiere asiatico è di fondamentale importanza per gli Stati Uniti, e la Cina è in cima alle priorità statunitensi dal punto di vista della sicurezza e della politica estera. Arginare l’influenza strategica e competere con lei dal punto di vista commerciale sono due punti principali dell’amministrazione Biden che cerca di perseguire seppur con moderato successo. Nancy Pelosi è stata a Taiwan senza il consenso del presidente con l’intento di dimostrare l’importanza dell’indipendenza di Taiwan per gli Stati Uniti ma per molti si è trattato di un atto di squisita vanità e utilitarismo politico.

Rispetto il conflitto russo-ucraino l’America cosa si aspetta nei prossimi mesi? Ci sono possibilità per una soluzione diplomatica o si prospetta una lunga guerra di logoramento?

L’invasione Russa dell’Ucraina e il conflitto che ne consegue non si concluderà a breve, il Pentagono prevede una guerra lunga di logoramento. Ma dopo mesi sono ora gli ucraini a prendere l’iniziativa strategica e i russi a rispondere. Gli ucraini possono contare sul sostegno e il supporto militare americano ed europeo e i russi hanno dimostrato di non avere tutta quella capacità bellica che ci si aspettava da loro.  Si devono rivolgere ora alla Corea del Nord e all’Iran per le armi e ciò li isola ulteriormente sullo scacchiere internazionale. La scelta di Putin ha separato la Russia sempre più dall’Occidente l’ha resa un supplicante della Cina, ha rafforzato la NATO che può contare su due nuovi membri e ora non le rimane che l’energia come armi di ricatto. Non mi sembra una campagna ben riuscita.  Per arrivare a una soluzione diplomatica, bisogna essere in due e Putin ha detto e dimostrato che non è interessato a farlo.

Elezioni 2024, Joe Biden si vuole ricandidare ma è opportuno che lo faccia? Donald Trump si ricandiderà per i repubblicani? Chi sono i possibili outsider?

Ogni candidato ha il diritto di scegliere il proprio destino che però è legato alle opportunità politica del momento. Il presidente Biden è anziano, la sua salute traballa ma per il partito democratico è un argine importante contro le frange più radicali ed estreme dei democratici che sono molto divisi. Ecco perché nonostante le sua pessima performance nelle primarie è stato candidato alla presidenza due anni fa, per ricompattare un partito frammentato. Il partito democratico deve rigenerarsi e trovare una leadership con idee nuove e convincenti. Biden è il passato, uomo di istituzioni e di esperienza ma non può e non deve rappresentare il futuro del partito democratico. Lo stesso vale per Trump. Il partito repubblicano ha bisogno di una guida diversa e ha bisogno di smarcarsi da Trump che è politicamente danneggiato. Ma Trump molto probabilmente si ricandiderà – facendo il gioco di Biden che non può permettersi di lasciarsi scappare un antagonista come l’ex Presidente. Il governatore della Florida Ron DeSantis è un candidato possibile ma è ancora presto per dirlo.

Quali i risultati raggiunti in politica interna in questi 12 mesi da Biden? Cosa ne pensa dell’estensione del diritto di porto d’armi e la revoca del diritto all’aborto decise in meno di 24 ore a giugno scorso dalla Corte Suprema?

Biden ha recuperato in questi ultimi mesi il tempo perduto nel suo primo anno e mezzo di presidenza. Ha ottenuto due successi legislativi importanti: a partire dalla Inflation Reduction Act un piano da 750 miliardi di dollari che ha appena firmato, la legge bipartisan sul controllo delle armi che anche se minima sui suoi effetti sulla riduzione delle armi ha un effetto simbolico importante e la legge sulle infrastrutture. Ma gli Stati Uniti sono affaticati dalla pandemia ormai endemica, la recessione economica piega soprattutto le classi più povere e la polarizzazione politica lacera gli Stati Uniti. Per quanto riguarda la Corte Suprema, ha emesso due decisioni importanti radicate nella tradizione istituzionale americana. La nomina dei giudici della Corte Suprema ha conseguenze determinanti sulla storia degli Stati Uniti perché’ forgiano il corso del paese. Roe versus Wade la legge che garantiva il diritto di aborto a livello federale era segnata da anni, l’estensione del porto d’armi è una legge che rispetta la composizione della Corte. Si tratta di opinioni complesse e articolate e motivate che hanno conseguenze importanti ma che sono radicate nell’architettura delle istituzioni americane. Credo che la politicizzazione della Corte Suprema sia quanto di peggio possa succedere al paese e questo purtroppo sta avvenendo rapidamente

Lei vive a New York, come vivranno i newyorkesi il loro 11 settembre?

Per i Newyorkesi l’11 settembre non è una giornata come le altre. L’attentato terroristico del commando di Al Qaeda alle torri gemelle, a Shanksville e al Pentagono ha trasformato il mondo e la ferita inferta sulla città e sul paese non si rimarginerà mai. Ma dopo 21 anni il dolore si attutisce e c’è una generazione di americani che stenta a comprendere e che non sa cosa sia accaduto. Oltre alle 3000 morti, non capisce appieno gli effetti degli attentati della destabilizzazione dell’Occidente e delle sue certezze.  Il nostro compito è tenere vivo il senso del sacrificio delle vittime, lo sforzo e la profusione di energie avvenuta dopo, che ha innescato due guerre per cercare di arginare il terrorismo. L’11 Settembre è una giornata di riflessione, anche se gli eventi della vita incalzano, per New York l’11 Settembre segna uno spartiacque fra come eravamo prima e come siamo…dopo.  

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