Marco Cochi
IRAQ - Caccia grossa nel Vicino Oriente
A inizio settimana è rimbalzata di nuovo la notizia dell’arresto del giordano Abu Musab al Zarqawi (nella foto), diffusa da fonti curde e riportata dal quotidiano degli Emirati Arabi Uniti ‘Al-Bayane’. La voce della cattura del trentottenne terrorista giordano-palestinese a Baquba è stata però l’indomani direttamente smentita da un portavoce del Pentagono in un’intervista rilasciata ad uno dei maggiori giornali panarabi in lingua inglese ‘Al-Sharq Al-Awsat’. Un rituale già visto: negli ultimi mesi, infatti, le notizie circa la cattura di colui che ha recentemente avuto l’investitura a capo di al Qaeda in Iraq, si sono fatte sempre più ricorrenti.
Sulla testa del protagonista dello scacchiere iracheno, che si chiama in realtà Ahmed Fadil Nazal al Khalayleh, pende una taglia di ben 25 milioni di dollari ma, nonostante l’ingente ricompensa, al Zarqawi è divenuto una primula rossa. Un’ombra che sembra muoversi come uno scorpione nel deserto nonostante agisca in un terreno ostile a chi si nasconde e favorevole a chi dà la caccia. Il luogotenente di bin Laden è ora alla guida di un gruppo chiamato “Tawhid wal Jihad” (guerra santa e unità), che s’è assunto la responsabilità di numerosi ed efferati attentati. Al Zarqawi avrebbe l’intenzione di trasformare l’Iraq in “un nuovo Afghanistan”. Il suo primo obiettivo sarebbe quello di far saltare le elezioni previste per il 30 gennaio. Per riuscirvi, avrebbe diviso il Paese in diversi emirati, in ciascuno dei quali opererebbero commando terroristici che vanno dalle 50 alle 500 unità. I suoi uomini, in tutto, sarebbero circa 1500. Tra questi figurano numerosi esperti in esplosivi e missili. Alcuni di essi sono iracheni, ma tra le file del suo gruppo vi sono anche e soprattutto stranieri: musulmani integralisti di Paesi arabi o islamici. Per i suoi proseliti il giordano-palestinese è diventato il simbolo dell’insurrezione ed anche dopo la sua eventuale cattura, che certamente costituirebbe un grande successo propagandistico per gli Stati Uniti, potrebbe continuare a costituire una minaccia per molto tempo ancora.
Mentre le forze di occupazione americane braccano al Zarqawi, continua senza sosta anche la caccia a bin Laden che negli ultimi tempi si è allargata alle città dell’Afghanistan e soprattutto del Pakistan: l’intelligence americana s’è convinta che il capo della rete terroristica al Qaeda potrebbe essersi spostato dalle montagne al confine fra i due Stati, dove i militari lo braccano da ormai tre anni, ad un ambiente urbano dove potrebbe avere migliori opportunità di comunicare e godere di condizioni di vita più agevoli. E’ il tabloid conservatore New York Post a segnalare che la caccia allo sceicco del terrore si è estesa alle città, mentre fino al mese scorso, l’intelligence militare lo dava ormai costretto a comunicare attraverso corrieri; a spostarsi a piedi, o a dorso di mulo; a vivere nascosto in aree remote, totalmente tagliato fuori dai soldati del suo esercito del terrore. Si può ipotizzare che il capo di al Qaeda si consideri relativamente sicuro in agglomerazioni caotiche come Quetta, nel sud-ovest del Pakistan, o Peshawar, nel nord-ovest, forse più che nelle metropoli come Karachi o Rawalpindi, dove sono già stati presi elementi di rango della sua rete. Nascondendosi in una città del Pakistan, bin Laden avrebbe fatto una scelta simile a quella di al Zarqawi, che, dopo l’offensiva militare americana di novembre contro Falluja, avrebbe trasferito il suo covo dalla roccaforte degli insorti nel triangolo sunnita alla capitale irachena. Le fonti ufficiali dell’amministrazione statunitense ripetono, a chi le interroga, di non avere un’idea precisa di dove si trovino bin Laden ed i suoi luogotenenti.
L’ultima volta che il capo di al Qaeda venne avvistato fu durante la battaglia di Tora Bora, nel dicembre del 2001, quando l’ispiratore degli attacchi contro le Torri Gemelle dell’11 Settembre 2001 riuscì a sottrarsi alla morsa delle forze americane e afgane, eludendo anche la sorveglianza dei pachistani, sull’altro versante della frontiera. Secondo fonti anonime dell’anti-terrorismo statunitense, citate da Niles Lathem del New York Post, lo spostamento d’attenzione dalla regione montagnosa lungo il confine afgano-pachistano ad aree più urbane è stato innescato dall’analisi dei più recenti messaggi video ed audio di bin Laden che, nel giro di due mesi, s’è manifestato tre volte con documenti freschi, che facevano riferimento ad avvenimenti temporalmente prossimi alla loro diffusione. Impossibile però verificare quanto l’informazione del tabloid sia fondata. La task force che sta lavorando alla cattura o all’eliminazione di bin Laden, è composta da commando delle Operazioni Speciali delle Forze Armate degli Stati Uniti e da elementi della Cia e dell’Fbi.
La caccia a bin Laden, come quella ad al Zarqawi, è costellata d’indicazioni contraddittorie, a volte strumentali. L’ambiguità delle informazioni sul nascondiglio di bin Laden e sulla cattura di al Zarqawi possono anche essere strumentali ma resta l’impressione di una certa confusione nell’intelligence americana. Un esempio: il generale Lance Smith, vice comandante del Comando Centrale Usa che gestisce la guerra contro il terrorismo in Afghanistan e Iraq, descriveva in dicembre un bin Laden costretto a vivere “nelle aree più remote di questa terra”, quasi “senza possibilità di comunicare”. Per il generale Smith, le forze pachistane avevano di fatto ridotto lo sceicco saudita all’impotenza e lo avrebbero braccato anche durante l’inverno. Poco dopo, Islamabad decideva di ridurne la caccia in quell’area, perché aveva acquisito la certezza che non si trovasse lì dove lo cercavano. Di certo l’abilità con cui bin Laden riesce a sfuggire alle forze di coalizione è fonte d’ispirazione per i suoi seguaci. La sua cattura o la sua esecuzione potrebbe avere soprattutto l’effetto psicologico di demoralizzarli, ma il movimento qaedista non si esaurirebbe con la sua uscita di scena.
(6 gennaio 2005)