SIRIA - L’ombra di Damasco dietro alla cattura di Yasser Ibrahim

Ancora una volta Damasco assume un ruolo importante rispetto alle vicende del vicino Iraq. La Siria avrebbe infatti espulso pochi giorni fa dal suo territorio Yasser Ibrahim, nipote del deposto presidente iracheno Saddam Hussein, aiutando poi le forze di sicurezza irachene e americane a localizzarlo e catturarlo a Baghdad, dove veniva considerato “l'uomo più pericoloso tra gli insorti”. Lo ha riferito giovedì 18 ottobre il quotidiano libanese An-Nahar, citando fonti della Polizia e del Ministero della Difesa iracheni, e affermando che la Siria avrebbe “costretto” Ibrahim a tornare in Iraq, senza consegnarlo direttamente alle autorità. Le fonti non hanno precisato quando sarebbe avvenuta l'espulsione, ma hanno rivelato che la Siria - tramite le forze militari americane - avrebbe successivamente informato gli iracheni del nascondiglio di Ibrahim a Baghdad, portando così alla sua cattura in un appartamento nel corso di una “operazione lampo”. Definita “uno dei colpi piu' duri inferti alle reti terroristiche” da un responsabile militare iracheno citato da An-Nahar.

Gli Stati Uniti accusano la Siria di dare asilo ai gerarchi del deposto regime di Saddam Hussein e di non ostacolare adeguatamente le infiltrazioni di miliziani integralisti nel vicino Iraq attraverso il suo territorio. In particolare, questa critica è stata mossa più di una volta ai servizi segreti siriani, dei quali alcuni funzionari e ufficiali avrebbero persino “favorito” il transito di armi e terroristi fra i due paesi allo scopo di destabilizzare lo scenario iracheno. L’atteggiamento siriano rispetto alla vicenda Ibrahim sembrerebbe confermare una certa ambivalenza da parte delle autorità di Damasco, non molto favorevoli alla stabilizzazione dell’Iraq ma, al tempo stesso, pronte a collaborare con gli Stati Uniti e Baghdad se sottoposte a pressioni o al rischio di un eccessivo isolamento sul piano internazionale. D’altra parte, se è vero che la Siria può essere considerata uno stato che fa da sponda a diverse fazioni estremiste impegnate in Iraq, è anche vero che le sue autorità hanno in più di una circostanza arrestato qualcuno dei terroristi “ospitati” sul suo territorio, per calmierare gli Usa o alcuni dei paesi mediorientali vicini alle loro posizioni. Era accaduto, ad esempio, a Rifat Taha, emiro della Jemah Islamiah egiziana, consegnato a Il Cairo per evitare le pressioni statunitensi rispetto alle presunte connivenze degli apparati di sicurezza siriani con la guerriglia irachena e il terrorismo qaedista. Per comprendere il comportamento siriano, del resto, si può citare anche la vicenda relativa all’estremista egiziano Abdel Kader Es Sayed, alias Abu Saleh, considerato il rappresentante di al-Qaeda in Italia. Interrogato dalla Digos di Milano prima che scomparisse, venendo in seguito dichiarato morto sotto i bombardamenti in Afghanistan del 2003, Abu Saleh avrebbe dichiarato agli investigatori italiani che, dopo aver “irritato” le autorità di Damasco ed essere stato arrestato, avrebbe ricevuto una proposta di liberazione subordinata ad uno scambio di informazioni una volta accertato che le sue attività erano volte a colpire lo stato d’Israele.

Non deve sorprendere, dunque, che nella gestione della vicenda Ibrahim Damasco abbia dato dimostrazione di opportunismo politico, tanto più in un momento delicato come quello attuale, in cui il regime di Assad rischia di divenire ancora più isolato sul piano internazionale a causa dell’inchiesta Onu in corso in Libano riguardo all’omicidio dell’ex premier Hariri, di cui i servizi d’informazione e sicurezza siriani restano ancora i principali indiziati. Tuttavia, la vicenda Ibrahim dimostra soprattutto come la Siria resti, nonostante l’indebolimento subito a causa del ritiro delle sue forze militari dal Libano e le pressioni internazionali, uno degli attori più silenziosi ma influenti all’interno dello scenario mediorientale. Ci si chiede, a questo punto, quali saranno le prossime mosse del regime di Assad, visto e considerato che molti paesi occidentali si sono più volte dichiarati disposti a dare credito politico a Damasco solo nel caso in cui essa rinunci definitivamente alle sue “ambiguità sul terrorismo”, conditio sine qua non per permettere alla Siria di uscire dall’isolamento e poter chiedere una revoca dell’embargo agli Stati Uniti.

Simone Pasquazzi
(4 novembre 2005)

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