IRAQ - Vacilla la “coalizione dei volenterosi”

Dopo oltre un anno e nove mesi dall’inizio della guerra in Iraq, qualsiasi concetto di stabilità nel Paese vicino-orientale sembra essere ancora molto lontano. Tutto cominciò nel marzo del 2003. Le motivazioni addotte per scatenare questo conflitto tra “le forze del bene contro le forze del male”, tra la “democrazia ed il terrorismo”, tra il “con noi o contro di noi”, furono altisonanti: l’Iraq di Saddam Hussein possedeva le armi di distruzione di massa, finanziava il terrorismo internazionale ed aveva stretti legami con il gruppo di al Qaeda. Con il passare del tempo tutte queste accuse si sono rivelate delle palesi bugie, eppure il metodo di perseguire i propri interessi attraverso false affermazioni e menzogne continua ad essere costantemente applicato dalle forze d’occupazione.

Le vittime americane di questo conflitto hanno superato di gran lunga le 1.100 unità, i feriti gravi che hanno dovuto lasciare il Paese o che si trovano immobili in qualche letto d’ospedale, sono oltre 10 mila e questi numeri ci segnalano che ormai una buona percentuale del contingente statunitense è fuori uso. I soldati di altre nazionalità morti sono all’incirca centocinquanta; i “contractors” civili morti sono oltre centosessanta, dei quali il 40% sono americani. La situazione attuale delle truppe occupanti in Iraq non sembra quindi delle più rosee; ogni giorno la legittima resistenza irachena realizza molteplici attacchi contro gli occupanti ed ogni giorno le azioni di guerriglia aumentano sia per numero che per intensità; tra i marines e i soldati degli altri contingenti serpeggia un diffuso malumore e ultimamente si verificano spesso tra le loro fila diversi suicidi. Eppure coloro che hanno scatenato l’operazione bellica in Iraq, continuano a mentire nascondendo la verità. I numeri di cui sopra, la morte e la distruzione seminate nell’intera regione mesopotamica, gli ingenti costi economici, oltre che umani, della guerra, l’incremento del terrorismo piuttosto che un suo indebolimento e numerose altre problematiche dovute esclusivamente a questa guerra, sono taciute. Inoltre bisogna sottolineare un ulteriore aspetto che da diversi punti di vista impoverisce pericolosamente le nostre società: i costi sociali. Gli ingenti fondi devoluti alla guerra in Mesopotamia hanno drasticamente causato il taglio dei fondi un tempo destinati ad aree quali l’istruzione, l’educazione, la cultura, la cooperazione internazionale, la ricerca scientifica, la ricerca medica e all’aiuto delle classi meno abbienti. Questa è un’altra tragica conseguenza della guerra che viene purtroppo fatta passare in silenzio. George W. Bush attua la sua solita strategia: punta il dito altrove, minaccia un giorno la Siria, un altro l’Iran e cerca così di distogliere l’attenzione dai reali problemi in corso in Iraq e dalle conseguenze che questa guerra produce nel resto del mondo. Il leader britannico Tony Blair, durante una sua visita a sorpresa a Baghdad, si è detto ottimista e convinto “che stiamo facendo la cosa giusta”.

Si cerca di addolcire la pillola, ma le verità, come stiamo vedendo, sono altre. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista medica The Lancet, i civili iracheni rimasti uccisi a causa di questa guerra sono oltre 100 mila. I ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, nel Maryland, hanno affermato: “Gran parte delle morti in eccesso sono state dovute a violenze e di queste la maggior parte è stata causata dai bombardamenti aerei delle forze della coalizione”. Dall’inizio del conflitto in Iraq sono diversi i paesi che hanno scelto di ritirare le proprie truppe dal terreno di scontro e di ricondurle a casa. In primo luogo bisogna citare la Spagna, che in principio, sotto il governo Aznar, era uno dei principali alleati di Washington, ma che in seguito, con Zapatero, e grazie soprattutto ad una forte spinta popolare, ha richiamato in breve tempo tutto il suo contingente. Stessa operazione hanno condotto, o stanno conducendo, il Nicaragua, l’Honduras, la Repubblica Domenicana, le Filippine, la Tailandia, la Norvegia, l’Estonia, la Nuova Zelanda. Inoltre l’Olanda e l’Ungheria hanno annunciato pochi giorni fa che, entro la prossima primavera, ritireranno i propri uomini. L’iniziale “Coalizione dei volenterosi” sta perdendo pezzi. La percentuale di paesi che appoggiano la politica unilaterale statunitense sta rapidamente diminuendo e Washington rischia di trovarsi sempre più sola nell’impegno della guerra che ha voluto arrogantemente intraprendere.

Il malcontento in Iraq cresce ogni giorno di più. Uomini e donne accrescono le fila della resistenza contro le truppe d’occupazione e contro i loro collaborazionisti. Le elezioni che si dovranno svolgere il prossimo 30 gennaio verranno boicottate da gran parte della popolazione: la maggiore formazione politica sunnita, il Partito Islamico iracheno, ha annunciato che non parteciperà alla consultazione; il gruppo sciita di Moqtada al-Sadr, gruppo con un grande seguito popolare, ha da tempo deciso che boicotterà le elezioni. Secondo le parole di al-Zarqani, portavoce di al-Sadr, rilasciate durante un’intervista ad Arabmonitor, questa è la situazione: “Temiamo che non saranno elezioni oneste, pensiamo che i risultati verranno truccati. Ma soprattutto non accettiamo di partecipare a una consultazione elettorale sotto l'occupazione straniera, senza sapere quando gli occupanti intendono esattamente andarsene. Al nostro movimento non interessa che il governo sia sciita o sunnita, ma che sia iracheno, che conservi l'unità del Paese, l'unità del popolo iracheno, che protegga i suoi beni e sappia distribuirli al popolo”.

Non vi sarà stabilità in Iraq finché vi saranno le truppe occupanti. La risoluzione del conflitto è ancora molto lontana, la popolazione dovrà ancora patire diverse ingiustizie, ma cominciano ad arrivare segnali importanti: il colosso guerrafondaio sta accusando i colpi e affonda lentamente nel terreno.

Herman Bashiron
(30 dicembre 2004)

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