TURCHIA - Il Papa apre ai negoziati, la Commissione Ue frena

La visita papale in Turchia è stata un vero successo. Gli osservatori concordano nel ritenerla un capolavoro diplomatico e politico: benché nubi minacciose si fossero addensate sul cielo turco nei mesi immediatamente precedenti il viaggio del Santo Padre, tutto si è svolto nella massima tranquillità ed in un insperato clima di amicizia. Il premier Erdogan, che aveva annunciato l’impossibilita di incontrare Benedetto XVI perché impegnato al vertice Nato, ha invece trovato il tempo per un saluto veloce ma pregno di significato. All’arrivo del Pontefice, il primo ministro lo attendeva sotto un gigantesco ritratto di Kemal, fondatore della Turchia moderna. Al termine del colloquio, Erdogan ha annunciato il sostegno papale al cammino di Ankara verso l’adesione.

Strano ma vero: da cardinale, Ratzinger si era sempre dichiarato contrario a tale prospettiva bollandola come antistorica; egli ha comunque tenuto a precisare che le sue parole non provengono da un politico, ma da un uomo di Chiesa. Non si può però certo ritenere che ignorasse il valore delle proprie parole, in un periodo di profondo scetticismo sull’ingresso, sia da parte europea sia, stranamente, turca. Nel paese infatti si è arenato lo slancio europeista ed il sostegno popolare al progetto di adesione; i turchi, stanchi di riforme eteroimposte e di giudizi da accettare supinamente, che non portano a nulla di concreto, si dichiarano sempre meno propensi ad accettare la richieste dell’Ue. Paradossalmente, il viaggio papale ha convinto più i turchi degli europei sulla possibilità di un dialogo finalizzato all’adesione. Nella Repubblica si attendevano segnali distensivi dopo l’ormai celeberrimo discorso di Ratisbona, che aveva suscitato in Turchia reazioni più dure che altrove nel mondo islamico. Da questo punto di vista, la preghiera con il Gran Muftì nella Moschea Blu di Istanbul ad opera di un Papa scalzo è parsa la mossa definitivamente pacificatrice, che ha posto fine all’equivoco nato dalla lectio magistralis.

Mentre il Papa apre ai negoziati, pur con ogni cautela, è la Commissione europea a smorzare i facili entusiasmi, proponendo il congelamento delle trattative in corso per 8 dei 35 capitoli previsti, motivato con la mancata apertura dei porti turchi alle navi greco-cipriote. In realtà, il fronte antiturco formato da Francia, Germania, Olanda, Grecia, Cipro e altri va ricompattandosi e dichiara battaglia ai negoziati; fonti turche sostengono che Chirac in persona avrebbe proposto al governo di Ankara una sospensione di diciotto mesi, per distogliere l’attenzione di un’opinione pubblica preoccupata, e soprattutto in procinto di pronunciarsi in occasione delle imminenti presidenziali. Le autorità turche, con una nota all’ambasciatore transalpino, hanno rifiutato la proposta definendola “indecente”. Erdogan ed il suo esecutivo sono parsi molto contrariati della posizione europea, la cui comunicazione ha costituito per loro un brusco risveglio dopo l’euforia per l’incontro col Papa. Il ruolo di mediazione pare in questo momento spettare all’Italia, attualmente il più affidabile partner della Turchia, che incassa d’altronde anche il convinto sostegno del Regno Unito (che però sfrutta le deroghe a suo vantaggio del trattato di Schengen, potendo limitare i flussi migratori).

Oltre alla crisi con l’Ue, Ankara soffre anche di un raffreddamento dei rapporti con il tradizionale alleato statunitense, dovuto al sostegno dei curdi iracheni alla guerriglia del Pkk. La negligenza americana nell’affrontare il problema ha spinto i turchi a ricercare una sinergia operativa con Teheran, nel cui territorio si trova parte del Kurdistan. Oltre alle manovre militari congiunte di agosto, delle quali danno notizia fonti di intelligence, la collaborazione si è fatta più stretta anche in ambito economico. Lo scorso fine settimana, Erdogan, accompagnato da vari ministri, tra cui quello dell’energia, ha incontrato il presidente iraniano ed il suo vice, coi quali ha concordato le misure idonee a portare l’interscambio economico tra i due paesi a 10 miliardi di dollari, raddoppiandolo. Il premier turco ha inoltre chiesto ad Ahmadinejad di aumentare le importazioni dalla Repubblica anatolica per pareggiare una bilancia commerciale sfavorevole ad Ankara, grande importatrice di gas dal paese dei Pasdaran. Il fermento diplomatico turco, come si evince dai più recenti avvenimenti, è al massimo. Resta da capire se gli sguardi dei turchi, classi dirigenti ed opinione pubblica, saranno ancora rivolti ad Occidente o se assisteremo ad una reviviscenza dell’identità asiatica, sepolta ancor viva da Kemal nel secolo scorso.

Francesco Tajani
(18 dicembre 2006)

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