Emanuele Di Girolamo
TURCHIA - I limiti dell’Unione e le resistenze contro Ankara
La parziale interruzione dei negoziati per l’adesione turca all’Ue annunciata di recente dal Commissario Europeo all’allargamento Olli Rehn, è l’ennesima spia dei malumori che serpeggiano tra i leader europei riguardo l’ingresso del paese di Ataturk nell’Unione. L’ostacolo principale da superare è ufficialmente la questione della Repubblica di Cipro Nord, riconosciuta a livello internazionale solo dalla Turchia, ma in realtà all’interno dell’Europa esiste un gruppo di Paesi (primo fra tutti la Francia) che rifiuta decisamente l’idea di un allargamento della Comunità ad un popoloso Stato per la stragrande maggioranza musulmano. L’ex Presidente francese Valéry Giscard d’Estaing (nella foto) ha più volte dichiarato che “la Turchia non è un paese europeo” ed il recente dibattito nel Paese transalpino sulla promulgazione di una legge che riconosca come crimine il genocidio degli Armeni del 1915 non ha fatto che rinfocolare le polemiche. Anche altri Paesi come l’Austria e la Germania sono poco entusiasti dell’ingresso di Ankara all’Ue.
E d’altra parte, che la risoluzione delle dispute territoriali non fosse condizione essenziale per aderire all’Unione, è dimostrato dal fatto che la Gran Bretagna e l’Irlanda entrarono nella Cee nel 1973 senza che la questione nord-irlandese fosse stata risolta. Si tratta di situazioni e di fasi storiche molto diverse tra loro (e peraltro durante la Guerra Fredda una divisione dell’Europa Occidentale su questi temi non avrebbe avuto senso), ma la sensazione che la Turchia venga esclusa da Bruxelles, nonostante le sue richieste di adesione risalgano al 1987, soprattutto per questioni che esulano dalla questione cipriota, è ampiamente diffusa in Europa. Nonostante i grandi sforzi compiuti da parte turca per risanare l’economia e rispettare i parametri politici di Maastricht, la strada da percorrere sembra ancora lunghissima e piena di caveat e cautele. Sui negoziati di adesione sembra pendere una perenne spada di Damocle. Neanche le questioni strettamente economiche sono preponderanti nel dibattito, visto che con l’ultimo e con il prossimo imminente allargamento, sono entrati o entreranno a far parte dell’Ue stati come Romania e Bulgaria con larghe fasce di popolazione che vivono in condizioni di indigenza. I fautori dell’adesione di Ankara sottolineano quasi esclusivamente l’importanza strategica del paese “ponte” tra il Vicino Oriente e continente europeo e le potenzialità del mercato turco.
Il dibattito si intreccia inevitabilmente con quello dei confini fisici e politici dell’Europa nella sua accezione più ampia: è chiaro che l’attuale assetto dell’Ue, se da una parte rappresenta il tentativo di creare ed estendere un’area di prosperità e stabilità, dall’altra dimostra come la priorità sia stata attribuita a considerazioni economiche a scapito della coesione politica del soggetto istituzionale in via di formazione. Se l’allargamento ad est dell’Unione Europea rappresenta, da un punto di vista geopolitico, la restituzione alla Germania (vero Stato egemone in prospettiva in Europa) della sua naturale sfera di influenza e prosperità, dall’altro pone inevitabilmente quesiti sulla possibilità che si crei un nocciolo duro europeo che da un lato assicuri la continuità dell’integrazione politica europea ma che dall’altro ne escluda anche la sua periferia, con la creazione di un’Unione a tre o quattro velocità. D’altro canto, i rischi di una sorta di implosione della struttura politica dell’Ue in seguito all’ingresso della Turchia, vengono riconosciuti e paventati da molti analisti.
Non si tratta di un dibattito nuovo, ma che tuttavia acquista un nuovo significato soprattutto alla luce delle attuali priorità mediterranee dell’Ue. Quest’ultima sta infatti ridefinendo gli strumenti della sua politica di partenariato euro-mediterraneo, prendendo atto dello scarso successo conseguito dal processo di Barcellona, iniziato nel 1995. Escludere Ankara dal ricco e opulento club europeo proprio in una fase in cui i buoni rapporti con il mondo musulmano sono una necessità impellente per una ridda di motivazioni, appare come una sorta di discriminazione nei confronti di un paese che fa comunque parte della Nato da più di cinquant’anni e che rappresenta in fondo l’unico esempio, pur con tutti i suoi limiti, di un regime islamico moderato e laicista. Con questo non si vuole affermare che i rilevanti problemi legati all’adesione turca vadano ignorati. Oltre alle prevedibili ripercussioni economiche e sociali, i confini dell’Unione Europea arriverebbero addirittura al Vicino Oriente, oggi come non mai area di instabilità e caos politico. L’Ue giungerebbe a condividere frontiere con l’Iraq, la Siria e l’Iran. E d’altro canto, Paesi come le ex-repubbliche sovietiche, parte del Caucaso e la stessa Russia (per quanto distanti da una parvenza di democrazia) appaiono altrettanto legate alla storia e alle radici dell’Europa. Tutto ciò impone una seria riflessione su ciò che l’Unione Europea si appresta a diventare nel prossimo futuro. Sarà in grado di costituire un’alternativa agli Usa nella governance mondiale? L’assetto globale post-Guerra Fredda e ancor più post-11 settembre appare infatti sempre più fluido e dai contorni incerti. Se una coalizione di Stati può davvero riequilibrare la super-potenza americana essa non può essere certamente costituita dall’Ue date le rilevantissime divisioni interne, che di fatto hanno reso impossibile una risposta unitaria al terrorismo globale, inteso come minaccia reale alla stabilità del sistema internazionale. Mentre gli Stati Uniti si rendono perfettamente conto che l’uso della forza non è divenuto affatto obsoleto, l’Europa sembra avere acquisito un approccio di quasi appeasement di fronte alle attuali minacce. L’Europa di oggi è per molti aspetti simile, come da molti sottolineato, agli Stati Uniti prima del loro ingresso nella Seconda Guerra Mondiale quando, non ricoprendo ancora un ruolo egemonico, la diplomazia doveva prevalere sulla forza militare nella risoluzione delle controversie internazionali. Non a caso il centro del mondo era allora il vecchio continente. L’Europa al momento è in gran parte prospera, sulla strada per divenire una potenza economica, ed in pace da sessant’anni. Tuttavia, il prezzo di tutto questo è stato la perdita o la rinuncia a giocare un ruolo centrale negli affari globali. D’altro canto però, la crescita impetuosa di altri attori del sistema internazionale non necessariamente porterà ad un inasprimento delle tensioni internazionali nell’imminente futuro. Ma se l’Europa vorrà davvero recuperare un peso importante negli affari internazionali, non potrà più prescindere dalla definizione esatta dei propri confini politici e strategici.
(22 dicembre 2006)