TURCHIA - Gul presidente, i militari sorvegliano

Riflettori puntati sulla Turchia, dove Abdullah Gul (nella foto), delfino del premier Erdogan, ha conquistato la carica di presidente. Dopo mesi travagliati, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, cui entrambi appartengono, è riuscito nell’impresa, sino a poco tempo fa considerata impossibile, di portare un proprio esponente a ricoprire tale ruolo. Chissà cos’avrebbe pensato Mustafa Kemal, meglio noto come Ataturk, nel vedere un islamico praticante esercitare, congiuntamente all’esercito, la fondamentale opera di garante della laicità delle istituzioni. Nei mesi scorsi, alla candidatura di Gul erano seguite imponenti manifestazioni di piazza. Erdogan fu fermo nel chiedere ed ottenere nuove elezioni, che, come da previsioni, hanno riconfermato l’Akp partito di maggioranza. La formazione non ha però conseguito quel plebiscito che alcuni analisti le attribuivano alla vigilia delle consultazioni. I militari, all’epoca della prima candidatura di Gul, affilavano già gli artigli. Le dichiarazioni rilasciate dai vertici delle forze armate lasciavano presagire una dura controffensiva laica, in caso di “svolta islamista”. I turchi hanno tributato all’Akp un risultato che gli ha consentito di eleggere alla terza votazione, quando ormai è sufficiente la sola maggioranza relativa, il proprio, riconfermato, candidato. I voti raccolti dal neopresidente vengono dai deputati del suo partito, che l’hanno sostenuto in modo compatto. I membri del Partito Repubblicano del Popolo, formazione di sinistra fondata da Ataturk, non hanno partecipato alla votazione.

A scrutinio completato, si è tenuta la cerimonia d’investitura, che ha visto l’assenza di due protagonisti degli ultimi, travagliati mesi: da una parte i generali, che non hanno in tal modo fornito alcun placet all’esito della consultazione, dall’altra la moglie di Gul cui è vietato l’accesso ai luoghi pubblici, a causa del velo che indossa sin da ragazza e al quale non intende rinunciare. Una vicenda che ha tenuto banco sui media mondiali, quella dell’hijab della first lady. Sintomatica del clima di opposizione che vede schierate l’una di fronte all’altra le due anime della società turca, quella secolare erede della tradizione kemalista e quella d’ispirazione islamica che, dagli anni ’20, ha conosciuto solo sconfitte. Ataturk soppresse il sultanato e pose le istituzioni religiose sotto il controllo degli apparati statali.

La principale autorità spirituale turca è la Presidenza degli Affari religiosi, di nomina governativa. Si affermò, nella Turchia kemalista, un Islam secolarizzato, utilizzato dai governanti alla stregua di un instrumentum regni. A differenza della laicità alla francese, che prevede la relegazione degli orientamenti confessionali alla sfera privata, nell’ex Sublime Porta la religione è stata posta sotto stretto controllo istituzionale e presentata al popolo in versioni idonee al mantenimento dello status quo. Le ferree regole imposte ai tempi della rivoluzione sono state via via riviste ed edulcorate, tanto sull’onda delle proteste popolari quanto per effetto dell’attenuarsi dell’impeto “giacobino”. La nuova vittoria dell’Akp disegna nuovi ed interessanti scenari per il futuro del paese. Il partito “di ispirazione islamica”, come tiene a definirsi, ha dimostrato di saper governare, aumentando il tenore di vita complessivo dei cittadini e confermando il paese come valido interlocutore nelle più intricate questioni di politica internazionale. Malgrado la formazione della nuova classe dirigente sembrasse un ostacolo sulla via, già di per sé tortuosa, dell’adesione all’Ue, proprio Gul si è dimostrato abile diplomatico nel sollecitare ed ottenere l’apertura ufficiale dei negoziati. Memore dei suoi sforzi, Josè Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, si è prontamente felicitato per la sua elezione.

A fare da contraltare alla crescente influenza degli islamici nella società turca vi è l’establishment kemalista, formato da militari, burocrati, docenti di rigorosa ispirazione laica, restii ad ogni concessione sulla via che allontana Ankara dal secolarismo. Paradossalmente, sono questi i settori, istituzionali e non, dove maggiore è lo scetticismo circa le trattative con Bruxelles. Un po’ per rigurgiti di nazionalismo, un po’ per la considerazione che la Ue chiede con insistenza una netta cesura delle prerogative militari. Qualche passo avanti, in questo senso, è già stato fatto. Un percorso che però, secondo alcuni, potrebbe ritorcersi contro la laicità, che i militari hanno sempre garantito (armi in pugno). Alcuni analisti sono concordi nel ritenere le riforme richieste (o imposte?) da Bruxelles una svolta pericolosa, capace di mettere a repentaglio l’ormai ottuagenario secolarismo di Ankara. Meglio una Turchia più libera dalle influenze dei militari, ed esposta al rischio della paventata “svolta islamista”, o il mantenimento delle tradizionali capacità d’ingerenza militari, con evidenti restrizioni dell’autonomia della classe politica? E’ questo lo spinoso quesito che l’Unione deve affrontare, nel valutare la possibilità che la Turchia diventi suo membro a pieno titolo. Dalla risposta europea dipenderanno non solo la collocazione di Ankara nello scacchiere geopolitico, ma anche la sorte del primo esperimento di secolarizzazione integrale in seno al mondo islamico e lo stile di vita di oltre settanta milioni di persone.

Francesco Tajani
(25 settembre 2007)

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