TURCHIA - Tornano i fantasmi del fanatismo

Daniel Pipes, uno dei più illustri esponenti del neoconservatorismo, ha cambiato idea: ora, il suo no all’ipotesi dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea è secco. Sino a pochi mesi or sono faceva parte di un folto manipolo di intellettuali influenti al di là dell’oceano che caldeggiavano una rapida adesione turca, ritenendola funzionale agli interessi europei (stando alle loro dichiarazioni), ma soprattutto a quelli statunitensi. La ratio di un tanto brusco e repentino ripensamento va ricercata tanto nelle vicende interne alla Repubblica quanto nella strategia internazionale di Ankara. Il prossimo 16 maggio il parlamento turco eleggerà il Presidente della Repubblica, con una votazione che si preannuncia gravida di conseguenze politiche e sociali. Ataturk attribuì alla massima carica dello Stato, congiuntamente all’esercito, lo spinoso ruolo di garante della laicità: è questo il motivo per cui la prossima elezione riveste tanta e tale importanza per gli equilibri interni e regionali.

Da tempo, a ben guardare da più di un decennio, l’influenza dei partiti di ispirazione religiosa si è fatta più pressante, ed anche il premier in carica, Tayyip Erdogan, è espressione di una di queste formazioni, l’Akp. Nel passato del primo ministro pesa una condanna a sei mesi di reclusione per attentato alla laicità dello Stato, oltre ad espressioni di biasimo verso il sistema democratico, considerato un cavallo di Troia per il raggiungimento di un’altra, più giusta, forma di stato. Ovviamente, la parola teocrazia non è mai uscita dalla sua bocca (i magistrati turchi non brillano per garantismo), ma è lecito ritenere che a ciò alludesse. Erdogan ha sciolto solo il 24 aprile il nodo della sua possibile candidatura: l’eventualità di una sua decisione in tal senso aveva scatenato polemiche veementi, alle quali ha preso parte il Presidente in carica, Ahmet Sezer, paventando il rischio di una deriva islamista in seno alle istituzioni. Nella capitale si è svolta una poderosa manifestazione per la laicità, che ha visto la presenza di diverse centinaia di migliaia di aderenti. La scelta è dunque caduta sul ministro degli esteri in carica, Abdullah Gul (nella foto), che rappresenta il lato moderato e filo-occidentale dell’Akp. L’opposizione ha prontamente criticato la scelta, descrivendo il papabile presidente come un clone di Erdogan, solo più conciliante nei toni. Ad alimentare la controversia, l’hijab indossato dalla moglie di Gul, che nei piani di Ataturk doveva essere bandito, ma di cui sull’onda delle proteste popolari venne concesso l’uso. Furono nuovamente i militari, negli anni ’80, a scoraggiarne l’utilizzo nelle pubbliche amministrazioni e nelle università, incontrando però l’ostacolo rappresentato dai costumi tradizionali in un paese dove poco più della metà delle donne non ha mai abbandonato l’abitudine di coprirsi il capo.

Il partito del premier, forte del 66% dei seggi in parlamento, ha i numeri per eleggere il proprio uomo, senza necessità di appoggi esterni, perlomeno alla terza votazione. Nella decisione di Erdogan hanno giocato un ruolo i calcoli legati alle prossime elezioni legislative: in Turchia, il Presidente deve necessariamente abbandonare la vita politica. In passato i partiti da cui provenivano gli eletti hanno subito clamorose sconfitte. Come in altri paesi dell’area il popolo è molto fidelizzato ai leader, il voto si orienta più sulle persone e meno sui programmi, ed il premier ha probabilmente ritenuto che la propria uscita di scena potesse provocare un simile scenario, paralizzando l’attività dell’Akp. D’altra parte, non era infondato il timore di un colpo di mano dei militari in caso di sua elezione. I negoziati con l’Ue hanno obbligato Ankara a ridimensionare il ruolo dell’esercito e le sue ingerenze nella vita politica, accettando però il rischio di recare un insperato beneficio agli islamisti. Il fervore e la propaganda religiosi stanno riprendendo pian piano vigore: il fanatismo ha fatto altre tre vittime, dipendenti di una casa editrice che pubblica la Bibbia, sgozzati dopo atroci torture nella città di Malatya. Gli assassini, dei ventenni appartenenti a qualche gruppuscolo dell’estremismo religioso e nazionalista. Nel paese è avvenuta una saldatura tra i fanatici dell’Islam ed i più accesi sostenitori della razza turca, con la conseguente nascita di formazioni come gli Alperen Ocaklari, talmente radicali da vedere nei famigerati Lupi Grigi dei moderati. Anche Hrant Dink, il giornalista di origine armena ucciso a gennaio, cadde vittima di un adolescente.

Non meno intricato è lo stato delle relazioni internazionali di Ankara. Un esempio su tutti: mentre prosegue l’ormai datata collaborazione con Tel Aviv in campo economico e politico, alcuni esponenti di Hamas sono ospiti nella capitale turca. L’ex Sublime Porta ha subito un pesante raffreddamento dei rapporti con l’Ue, dovuti allo stallo dei negoziati, e l’opinione pubblica è sempre più restia ad accettare critiche ed ammonimenti senza ricevere segnali incoraggianti. Anche il solido e tradizionale alleato statunitense non riceve più l’appoggio incondizionato che Ankara gli ha garantito per più di mezzo secolo: la questione curda, con il sostegno dei militanti iracheni ai fratelli del sudest turco è suscettibile di creare fratture profonde, specialmente se i militari sceglieranno la linea dura, effettuando come ventilato dei raid oltre confine per stanare i militanti del Pkk e neutralizzarne le attività. In questo senso, appaiono in via di normalizzazione i rapporti con l’Iran, che secondo fonti dei servizi segreti avrebbe preso parte a manovre militari congiunte nello scorso agosto (Teheran è anch’essa alle prese con le rivendicazioni dei curdi). È evidente che i problemi prospettati non possano essere ridotti alla questione “sì o no alla Turchia nell’Ue”, ma rivestono ben altra portata. L’emergere dell’islamismo radicale in un paese laico da più di ottant’anni non può che far riflettere. Negli anni settanta, in Turchia si erano fronteggiati gli “opposti estremismi”, più o meno alla stregua di quanti stava avvenendo nell’Europa continentale. Oggi, il quadro appare mutato, lo scontro tra religione e laicità, che per gli europei ha un sapore antico, è di nuovo in atto, e rischia di complicare ancora di più la situazione in quell’intricato mosaico che è il Vicino Oriente all’inizio del terzo millennio.

Francesco Tajani
(3 maggio 2007)

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