TURCHIA - Un tassello fondamentale per il mosaico geopolitico regionale

La scia di violenza che sta attraversando la Turchia in questa rovente fine d’estate, apre nuovi scenari in questa terra che confina con l’Europa ma che solo a costo di una vistosa forzatura può essere definita tale. L’ondata di attentati che ormai da anni, come un macabro rituale, si scatena nel periodo di maggior affollamento sulle località più frequentate dal turismo, getta ciclicamente nel panico la popolazione locale e la comunità internazionale. Le violenze sono state, come in passato, attribuite dalle autorità locali (spesso con eccessiva rapidità) ai separatisti curdi tuttora riuniti nel disciolto nel Partito dei lavoratori (Pkk). Antalya, Istanbul e Marmaris sono alcune delle città maggiormente devastate dalla furia terroristica che ha mietuto tra le sue vittime anche cittadini europei in vacanza. Lo scacchiere geopolitico nel quale si trova inserita la Turchia ha conosciuto l’estate più rovente dell’ultimo decennio. L’invasione del Libano da parte di Israele, i bombardamenti su Beirut e sul sud del paese dei cedri, le minacce degli Usa all’Iran reo di appoggiare Hezbollah e la ricorrente minaccia siriana, rappresentano uno scenario in cui la terra di Kemal Ataturk non poteva non risultare coinvolta. La sua prossimità geografica all’era calda (confina con Iran, Iraq e Siria) la rende a pieno un attore fondamentale per le vicende politiche del Vicino Oriente. L’attuale situazione in Libano, pertanto, si è ripercossa al suo interno dove esistono non pochi contrasti tra una popolazione islamica ed una rappresentanza governativa che cerca in tutti i modi di accreditarsi come laica. Le scelte strategiche compiute da Ankara, che già dal 1952 fa parte della Nato, ne hanno consolidato la posizione privilegiata quale interlocutore principale per quanti covino mire egemoniche sulla periferia occidentale del continente asiatico.

Negli anni Novanta, il governo turco ha stipulato un’intesa militare e politica con Israele, tale da modificare i rapporti che sino ad allora intercorrevano tra i due Stati. L’attuale premier Recep Tayyip Erdogan, capo del partito conservatore Giustizia e Sviluppo (Akp), nonostante la sua fervente fede islamica, mantiene ottimi rapporti con Tel Aviv anche in nome dell’antica rivalità con le popolazioni arabe in Vicino Oriente, ereditata dall’Impero Ottomano. Dall’altro lato, il governo israeliano è consapevole del ruolo politico-economico di Ankara, da cui dipende per il fabbisogno di petrolio che viene trasportato fino al porto di Haifa dall’hub turco di Ceyhan. L’alleanza, stretta sotto la supervisione di Washington, ha trovato ulteriore coesione per via della comune rivalità con la Siria: nel 1998 alcuni reparti dell’esercito turco, sostenuto dalle forze armate israeliane che operavano nel Golan, vennero concentrati al confine siriano per chiedere l’estradizione di Adbullah Ocalan, leader del Pkk, ospitato nei pressi di Damasco: Assad si vide costretto ad espellere un ospite che rischiava di divenire eccessivamente scomodo. Il rapporto ha continuato a consolidarsi negli anni successivi, tanto che Israele definisce lo Stato guidato da Erdogan quale “modello per i paesi arabi moderati”. Dopo l’11 Settembre 2001, gli Stati Uniti, la Turchia ed Israele sono legati tra loro a doppio filo dalla volontà di arginare gli “stati canaglia” e i movimenti terroristici che, secondo Washington, sosterrebbero. La causa comune e la loro convergenza di obiettivi rappresentano una spinta verso l’accelerazione dei negoziati per l’ingresso nell’Unione Europea di Ankara, vista da Tel Aviv come un avvicinamento dei propri confini e dei propri interessi verso l’Europa che allarga il solco che la separa dal mondo arabo.

La decisione del governo di aderire alla missione dell’Unifil (secondo Stato musulmano dopo il Qatar) inviando un contingente di mille uomini come forza di interposizione al confine con il Libano, rappresenta quindi l’ultimo atto di una politica che guarda sempre più ad occidente. Il provvedimento, preso dal parlamento con un’ampia maggioranza (340 voti favorevoli su 533), ha creato una profonda frattura tra la compagine governativa e un’opinione pubblica che non ha mai visto con favore l’alleanza con Israele, che non ama gli Usa, ma che non riesce ad incidere sulle scelte del governo. Incertezze e dubbi sono stati espressi anche dal Presidente della Repubblica turco, Ahmet Necdet Sezer, il quale si è dichiarato contrario all’invio di truppe, non comprendendone le ragioni, ma è rimasto del tutto inascoltato. Contraddizioni di un paese che regolarmente viene bersagliato dal terrorismo ora di matrice interna, con i soliti curdi a fare la parte dei carnefici, oppure di matrice internazionale a causa delle sue alleanza giudicate scomode. La realtà è che la Turchia è una parte di Asia che guarda all’Europa ed è lacerata tra spinte integraliste provenienti dal basso e tentativi di democraticizzazione e di “laicismo” calati dall’alto. Gli attentati di queste settimane che colpiscono soprattutto la sua parte europea e turistica sono una cassa di risonanza troppo importante quanto decisiva per chi vuole spingere un paese verso le braccia dell’occidente ed isolarlo dal resto dei paesi vicini e condizionare le sue scelte in politica estera.

Maurizio Gentile
(18 settembre 2006)

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