Maurizio Gentile
TUNISIA - L’economia cresce, la democrazia no
Il 24 e 25 ottobre, il ministro degli affari esteri Massimo D’Alema si è recato in visita ufficiale in Tunisia, per presiedere insieme al suo omologo tunisino Abdelwahab Abdallah, ai lavori della sesta sessione della grande commissione mista italo-tunisina, che vede la partecipazione delle principali amministrazioni italiane, dei maggiori enti di promozione economica e commerciale e delle numerose organizzazioni del settore. La riunione, che si svolge ogni tre anni, si inquadra nel contesto delle più ampie collaborazioni che i due paesi hanno instaurato in numerosi settori che vanno dalla sicurezza internazionale, alla lotta all’immigrazione clandestina sino agli scambi economici e commerciali, che lo sono stati di 4,7 miliardi di euro, con una crescita rispetto al trend dell’anno precedente del 7 per cento. Un incremento che ha consolidato la posizione dell’Italia come secondo partner del paese nordafricano per investimenti diretti, con più di 700 società presenti in terra tunisina.
Tra i due paesi nel febbraio 2003 è stato siglato il Trattato di amicizia, buon vicinato e cooperazione, nel cui contesto, ha precisato il ministro D’Alema, vi è il sostegno ed il rafforzamento dei rapporti tra Unione europea e Tunisia, anche oltre il lato meramente economico. Ma la realtà di questo piccolo stato affacciato sul Mediterraneo, nascosta dagli incontri ufficiali, e confusa dai pacchetti turistici low cost, è quella di un paese pieno di contraddizioni, che vive l’avvicinamento all’occidente con enormi ripercussioni al proprio interno. La Tunisia nota, da noi, soprattutto per essere stata il buen retiro di Bettino Craxi è anche un paese in cui l’Islam è professato dal 99% della popolazione ed dove si sta contemporaneamente sviluppando una modernizzazione che guarda ai modelli di sviluppo economico e sociale al di là del Mediterraneo.
Il processo di laicizzazione è costato molto e le tensioni ancora non sopite traggono in questi ultimi anni nuova linfa. L’attentato dell’11 aprile 2002 contro la sinagoga di Djerba che ha causato la morte di ventidue persone ed altri gravi episodi di violenza contro l’avvicinamento all’occidente sono stati realizzati da chi vede nell’ortodossia islamica l’unica strada percorribile.
Le intimidazioni, non hanno, rallentato l’atteggiamento del presidente Zine El Abidine Ben Alì, saldamente al potere dal 7 novembre del 1987, che ha intrapreso con fermezza la strada del cambiamento, dimenticando spesso l’applicazione delle regole democratiche. Le contraddizioni, stridono su questo piccolo lembo di Africa, la democrazia, così come intesa da noi, appare lontana e le situazioni emergenziali di certo non aiutano. Per le strade di ogni città e villaggio, campeggia il ritratto del presidente Ben Alì, e la sua presenza incombe in ogni piccolo esercizio commerciale, dai più piccoli negozi delle medine fino agli esclusivi ristoranti frequentati solo da occidentali. Negli ultimi venti anni, si sono svolte quattro consultazioni per le elezioni presidenziali e l’attuale capo di stato si è imposto con percentuali vicine al 100%. La recente vittoria del 2004 è stata favorita dalla riforma costituzionale che ha consentito a Ben Ali di poter effettuare un altro mandato e portare a 189 il numero di seggi alla camera. Di questi, ben 152 sono stati assegnati al partito del presidente, il Raggruppamento costituzionale democratico.
La strada per una completa democratizzazione è ancora lunga. L’integralismo è stato sconfitto a costo di una dura repressione, e la Tunisia è oggi uno dei paesi a maggioranza islamica più avanzati sia dal punto di vista legislativo sia per i diritti delle donne, anche se all’interno convivono sacche di resistenza alla laicità forzata imposta dal governo. Il timore, è che dietro la lotta al terrorismo islamico, si nasconda anche un consolidamento di personali posizioni di potere. Negli anni novanta venne varato dall’attuale governo il primo decreto che vietava il velo ed il malcontento si è fatto sentire, tanto che per sedare le proteste si è avuta un’ondata di repressione contro gli oppositori politici, compresi quelli connotati da un’ideologia islamica moderata. In Tunisia esiste una circolare che vieta il velo negli edifici pubblici, nelle scuole e nelle università, e in generale in ogni luogo pubblico: viene avvertito come uno slogan politico usato da coloro che con la religione vogliono realizzare progetti politici di ispirazione settaria. Tra gli oppositori sottoposti al rigido controllo governativo vi sono anche coloro che, pur non avendo posizioni islamiche, vorrebbero un’alternativa alla guida del paese.
Chi ha tentato di opporsi come il movimento politico di radice islamica Ennahda, ha subito dure repressioni: oramai gli oppositori al governo di Tunisi sono all’estero e dal loro esilio volontario continuano a manifestare il proprio dissenso.
Amnesty International, denuncia da anni gli arresti arbitrari cui sono soggetti i dissidenti politici e la detenzione è spesso seguita dalla più totale assenza di diritti: spesso le confessioni vengono ancora estorte con la tortura.
La stampa soffre la censura e la polizia controlla rigidamente l’accesso ad internet e l’utilizzo che viene fatto della rete: i siti sono sorvegliati e gli accessi a tutti quegli indirizzi non approvati dal governo sono strettamente controllati. Vi sono frequenti incriminazioni per chi pubblica su Internet articoli antigovernativi o comunque di opposizione. Poche notizie trapelano all’estero e la forte militarizzazione del territorio induce a riflettere sui passi che ancora deve compiere la giovane repubblica mediterranea. Vista la vicinanza con le coste siciliane la Tunisia ha da sempre rapporti privilegiati con il nostro paese, ma di contro la democratizzazione da compiere rimane ancora fuori dagli incontri ufficiali e dai tavoli delle sessioni a carattere puramente economico.
(5 dicembre 2007)