Francesco Tajani
SIRIA - Aperture ed accuse, il difficile cammino di Damasco
Giorni tesi a Damasco. L’esecutivo del giovane Assad, che nel mese di aprile ha visto la propria maggioranza confermata dagli elettori in una consultazione trasparente ma poco pluralista, è stretto tra le timide aperture di parte della comunità internazionale e le accuse sempre più frequenti che gli vengono rivolte dai governi di mezzo mondo, in maniera più o meno esplicita. Come spesso accade, i fatti per i quali la Siria si trova al centro dell’attenzione non si verificano all’interno dei suoi confini ma nei paesi limitrofi, in Iraq ed in Libano. Il pantano nel quale sono costrette le truppe della coalizione a guida americana nel paese un tempo guidato da Saddam Hussein è parzialmente attribuito all’opera dei siriani, che, secondo fonti d’intelligence israeliane e statunitensi, addestrerebbero i guerriglieri e ne faciliterebbero il passaggio attraverso i permeabili confini tra i due paesi.
La situazione appare sempre più intricata: l’odio settario e confessionale ha preso il posto della lotta contro l’esercito occupante, gonfiando i numeri della carneficina che non dà pace al martoriato popolo iracheno. Da più parti è stata sostenuta la necessità di un coinvolgimento di Damasco e Teheran nello sforzo di pacificazione, con qualche abbozzo di dialogo tentato dalla diplomazia a stelle e strisce. Sembra però specioso pensare che l’azione dei due principali componenti dell’”asse del male” possa porre fine alle violenze: del complesso mosaico dei gruppi armati operanti in territorio iracheno fanno parte anche compagini legate alla rete transnazionale del terrore, che reputa Assad un apostata e la repubblica islamica sua alleata un pericoloso nemico sciita. Le stragi di civili e militari non fanno quasi più notizia sui media occidentali, la cui attenzione si è recentemente spostata sul Libano senza pace, dove gli eventi più recenti fanno temere un’imminente guerra civile, una sorta di tutti contro tutti in cui le alleanze che parevano consolidate sono andate in frantumi e le posizioni si stanno ridefinendo.
Dalle battaglie di Nahr el Bared, campo palestinese vicino Tripoli, all’omicidio di Walid Eido, perpetrato con la collaudata tecnica dell’autobomba, sul banco degli imputati c’è sempre la Siria. Qualcuno la dipinge finanziatrice di estremisti religiosi che sul suo territorio sono trattati col pugno di ferro. Da quando Hafiz al Assad conquistò il potere, dal governo non è più stata fatta alcuna concessione agli islamici. Gruppi come la Fratellanza Musulmana, altrove operante alla luce del sole, sono stati costretti alla clandestinità o all’esilio, come dimostrano i leader da tempo rifugiatisi in Germania in seguito alla repressione subita nel corso degli anni Ottanta. Il ramo siriano della Fratellanza sopravvive solo grazie agli aiuti economici concessi dalle branche giordana ed egiziana del movimento, che possono contare su ingenti risorse derivanti dalle molteplici attività commerciali e finanziarie da loro esercitate. Con queste premesse, sembra difficile che il regime siriano, dal carattere spiccatamente secolare, sostenga gruppi eversivi la cui crescita potrebbe in futuro costituire un pericolo per la sopravvivenza stessa del governo Assad. Lo stesso omicidio del deputato sunnita antisiriano è stato descritto da esponenti del governo libanese come commissionato dalla Siria, desiderosa di impedire la creazione di quel tribunale per la morte di Rafik Hariri in merito al quale il Consiglio di Sicurezza ha dato il proprio placet. Sembra lecito, in casi come questi, porsi lo spinoso quesito, dalla cui risposta dipende un giudizio di fondo sull’operato siriano in Libano: cui prodest? A Damasco converrebbe l’eliminazione fisica degli avversari politici nel paese dei Cedri, ben sapendo di essere la prima, potenziale indiziata? Se si dà per appurato che la Siria persegua la normalizzazione dei rapporti con la comunità internazionale, la risposta dovrebbe essere ovviamente negativa. In tal senso si è espresso Lamberto Dini, presidente della Commissione Esteri del Senato, durante la sua visita damascena. L’ex Presidente del Consiglio ha attribuito la paternità degli attentati a “forze interessate alla destabilizzazione” e a far ricadere la colpa sui servizi segreti siriani.
Nel nostro paese, da più parti viene caldeggiata una spinta propulsiva nei rapporti diplomatici con Damasco, che pare apprezzare l’idea. Nei piani di Assad, infatti, la cooperazione con l’Unione europea è il mezzo più idoneo per il pieno reintegro nei “salotti buoni” della società internazionale. L’ostacolo Chirac (amico di Hariri) è superato, ma la posizione di Sarkozy sulla questione rimane da precisare. D’Alema, Diliberto ed ora Dini hanno visitato la Siria, cercando il dialogo. Sui media, non pare più così isolata la posizione di Sergio Romano, che sulle pagine del Corriere ha dipinto un paese capace di diventare, se aiutato, una tigre economica ed un alleato politico. Per cominciare, serve una svolta nell’occupazione del Golan: l’altopiano fornisce acqua, che attualmente gli israeliani utilizzano per consumo interno o rivendono ai siriani di quelle parti a prezzi non esattamente concorrenziali. Da queste alture, e dal ripristino di una legalità internazionale vilipesa, passa un tratto del percorso accidentato verso una pace duratura nel Vicino Oriente. Un piano informale bilaterale, negoziato in Svizzera, prevede il ritorno del territorio occupato dopo la Guerra dei sei giorni sotto la sovranità siriana in cambio della cessazione degli aiuti di Damasco a Hezbollah ed Hamas. Le intenzioni sono buone: la reazione della commissione esteri della Knesset, poco propensa alle concessioni, tutta da verificare.
foto Gabriele Natalizia
(2 luglio 2007)