SIRIA - Tra vecchi contrasti e nuove aperture

Cercare di aprire un dialogo con il proprio nemico storico è un’impresa difficile per tutti. Particolarmente difficile se il tentativo riguarda due Paesi dell’area vicino-orientale come la Siria ed Israele. Nell’ultima settimana del mese di novembre l’inviato delle Nazioni Unite Terjer Roed-Larsen, dopo aver incontrato a Damasco il Presidente siriano Bashar al-Assad (nella foto) ed il ministro degli Esteri Farouk al-Sharaa, aveva dichiarato alla stampa internazionale: “Il Presidente Assad mi ha ribadito oggi di essere pronto a tendere la mano alle proprie controparti israeliane e che è disposto a sedersi al tavolo dei negoziati senza porre condizioni”. Come prevedibile queste affermazioni hanno immediatamente scatenato una particolare agitazione soprattutto nel diretto interessato, Israele, il quale, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, aveva prontamente tacciato l’offerta siriana come “una manovra di propaganda”.

Damasco e Tel Aviv sono formalmente in stato di belligeranza, i cittadini di un Paese non possono varcare i confini dell’altro e qualsiasi trattativa tra i due stati è ormai interrotta dal 2000. Il punto nodale di eventuali trattative riguarda soprattutto la questione delle alture del Golan. Questo territorio, situato nell’estremità sud-ovest della Siria, è stato occupato dalle truppe di Israele durante la guerra dei 6 giorni nel 1967 e da allora è sempre rimasto sotto il suo controllo. La Siria ha quindi intenzione di riprendere i negoziati per ridiscutere soprattutto di questo problema e cercare di recuperare la propria terra ingiustamente occupata. Non tenere in considerazione tale richiesta, significherebbe non avere nessuna intenzione di intraprendere dei colloqui validi ed efficaci tra le parti contrapposte.

In Israele la proposta di nuovi colloqui di pace è stata percepita in maniera differente dai diversi rappresentanti politici. Il ministro degli Esteri, Silvan Shalom, ha seccamente respinto l’offerta e poi con un atteggiamento ostinato ha dichiarato: “Se il presidente Assad chiede di rilanciare i negoziati senza condizioni e allo stesso tempo si adopera per contrastare le organizzazioni terroristiche, per chiudere i quartieri generali di Hamas e della Jihad islamica io sarò il primo a chiedere l’immediata ripresa dei negoziati di pace”, sulla stessa linea il portavoce del ministero degli Esteri, Mark Regev: “Il problema non sono le parole della Siria, ma le sue attività. Non si può da una parte dire che si è interessati alla pace e dall’altra intrattenere rapporti di partnership con gli Hizbollah, che sono l’antitesi alla pace”. Chi ha invece cercato di ammorbidire i toni della discussione e tentato di dare un appoggio alla possibilità di trattative di pace tra i due Paesi, è stato il Presidente israeliano Moshe Katsav. Nel corso di un’intervista al quotidiano Ma’ariv, Katsav ha detto: “Secondo me, è importante e doveroso valutare a pieno le intenzioni di Bashar al-Assad, capire se vuole realmente un accordo di pace con noi. Dal 1948 abbiamo sempre espresso la nostra volontà di avere colloqui di pace con qualunque leader arabo che avesse mostrato la volontà di negoziare con noi. Io credo che questa dovrebbe essere la volta del Presidente siriano”.

Una girandola di dichiarazioni che in conclusione lascia ben poche speranze di risolvere davvero i problemi tra i due paesi. Le solite parole che difficilmente portano a qualcosa di concreto, il solito doppio gioco fatto di accuse da un lato e falsa “democraticità” dall’altro. La Siria, che sta vivendo un momento storico denso di difficoltà, allo stesso tempo sta compiendo un rapido processo di innovazione interna e di apertura verso l’esterno. Ne è esempio l’argomento fin qui trattato; Damasco, va ripetuto, richiede il semplice diritto di recuperare una parte della propria terra, le alture del Golan; recuperare la propria terra… la stessa richiesta a cui sono ormai tristemente abituati i palestinesi. Il problema risiede nel fatto che l’interlocutore è lo stesso, ed è sordo, o meglio, ascolta solo ciò che gli interessa.

Herman Bashiron
(8 dicembre 2004)

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