SAHARA OCCIDENTALE - L’indipendenza è ancora lontana

La soglia del fatidico anno zero del terzo millennio è stata varcata da quasi un lustro, tuttavia sulla comunità internazionale gravano ancora alcuni conti in sospeso con il XX secolo. Conti che difficilmente verranno regolati nel breve termine. Nonostante abbiamo già assunto (nostro malgrado) una certa familiarità con termini quali neocolonialismo piuttosto che imperialismo economico, gli scheletri nascosti negli armadi della storia prima o poi tornano inesorabilmente a farsi vivi. È il caso del Sahara Occidentale, balzato agli onori delle cronache lo scorso 11 giugno quando l’inviato speciale dell’Onu, l’ex-Segretario di Stato americano James A. Baker, constatando il fallimento della sua “road map africana”, ha rassegnato le proprie dimissioni.

Le regioni del Rio de Oro e del Saguia el Hamra non hanno ancora raggiunto quell’indipendenza cui aspirano ormai da decenni. La loro sovranità è passata direttamente, non appena conclusa l’esperienza franchista, dagli spagnoli agli eserciti d’occupazione del Marocco e della Mauritania. Alla popolazione autoctona, i Saharawi, non è mai stato riconosciuto il diritto di prendere autonomamente una decisione in merito al loro futuro.Quando la zona meridionale è stata liberata nel 1979 dal Fronte Polisario (Popolare per la Liberazione del Saguia el Hamra e Rio de Oro), anche grazie al collasso politico-finanziario in cui versava il regime di Nouakchott, Rabat, che già controllava saldamente l’area settentrionale, ne dispose l’invasione. Una vasta campagna di bombardamenti al fosforo ed al napalm congiuntamente all’avvio della cosiddetta “marcia verde”, segnarono il passo ad un’opera di pulizia etnica che ha trasformato questi territori in una colonia di popolamento.

Dal canto suo il Fronte Polisario ha proclamato il 27 febbraio del 1976 a Bir Lahlou la costituzione della Repubblica Araba Democratica Saharawi, con governo in esilio e capitale ad el-Aayun. La Rasd è stata sino ad oggi riconosciuta da settantadue paesi e dall’Unione Africana (il Marocco ne è uscito per protestare contro una presa di posizione ritenuta offensiva). Lo scorso 15 settembre, a Città del Capo, il ministro degli Affari esteri Mohamed Salem Ould Salek ed il suo collega sudafricano Nkozazana Dlamini-Zuma, hanno siglato un accordo che sancisce l’avvio di relazioni diplomatiche tra i due paesi. La questione è divenuta una sorta di nodo gordiano nell’agenda dei lavori delle Nazioni Unite, risultando l’ultimo processo di decolonizzazione da portare a compimento in Africa. Una risoluzione adottata nel 1980 dall’Assemblea del Palazzo di Vetro riafferma “il diritto inalienabile all’autodeterminazione degli abitanti del Sahel”, nonché “l’urgenza con cui il Marocco deve porre fine alla militarizzazione dell’area”. Gli avvenimenti però non hanno fatto altro che precipitare. Sanguinose repressioni, processi iniqui e misteriose sparizioni si sono succedute provocando un massiccio esodo del popolo Saharawi verso i campi profughi allestiti in territorio algerino. La tendopoli stanziata nei pressi della città di Tindouf, un tempo luogo di punizione per i “duri” della Legione Straniera a causa della sua invivibilità, è arrivata a contare duecentomila presenze.

L’Algeria ha fornito in questi anni un notevole supporto tecnico e logistico al Fronte Polisario, affrontando spese non indifferenti per le casse dello stato. Ma non a fondo perduto. Algeri auspica la nascita, sotto la sua protezione, di una repubblica confinante con sbocco sull’Oceano Atlantico, che permetta un accesso diretto sui mercati mondiali alle materie prime ed alle fonti energetiche nazionali, così da restituire linfa vitale al settore dell’industria pesante, che versa attualmente in condizioni asfittiche. Gli interessi economici in ballo sono alti. La multinazionale britannica Wessex Exploration e quella francese TotalElfFina hanno da tempo siglato col Marocco contratti per la realizzazione di progetti di downstreaming e sfruttamento delle risorse presenti nel deserto.

Il 1990 sembrava presentare tutte le credenziali per divenire l’anno della svolta. L’allora Segretario Generale dell’Onu, il peruviano Javier Perez de Cuellar, annunciò, essendo stata adottata dal consiglio di Sicurezza la risoluzione 690, la costituzione della missione Minurso (United Nations Mission for the Referendum in Western Sahara), inviata in terra africana per organizzare un referendum. Ma Rabat, che non ha mai desiderato rinunciare ad una zona ricca di fosfati ed uranio, dove peraltro è stata rilevata la presenza di petrolio in circa ventisette siti, si è sempre rifiutata di fornire le liste elettorali ufficiali, ostacolando in ogni modo il censimento della popolazione. Baker, nel settembre del ’97, ha svolto con autorità il ruolo di mediatore tra le parti per ben quattro tornate di colloqui, alimentando la speranza di una possibile soluzione del contenzioso. Videro allora la luce gli “Accordi di Houston”, che sancivano le linee-guida da osservare nel periodo di transizione che avrebbe condotto il paese al referendum e nominavano gli ispettori dell’Onu quali garanti del regolare svolgimento delle votazioni.

Per boicottare la consultazione e fermare le fughe continue, il governo marocchino ha ordinato l’edificazione in pieno deserto di un muro fortificato di sacchi di sabbia alto sei metri e lungo 2500 km, con costi di gestione stratosferici. Il regno di Mohammed VI ha potuto affrontare tali spese solo grazie ai generosi finanziamenti erogati dagli Stati Uniti. L’erede di Hassan II è infatti una pedina fondamentale della Casa Bianca in Nord Africa, per la funzione di contenimento politico-militare svolta nei confronti di nemici storici come l’Algeria e la Libia. Constatata dunque l’impossibilità di attuare gli Houston Agreements, Baker ha presentato altri due piani che portano il suo nome. Ma, mentre il primo, che prospettava la sola autonomia per le genti del Sahara, fu respinto dal Polisario, il secondo, ben più complesso, che prevedeva la possibilità di votare per tre opzioni differenti (indipendenza, autonomia o integrazione completa), fu rigettato dal Marocco. L’incapacità di imprimere una svolta ad una situazione di profonda impasse e la fine della tregua dichiarata dalla guerriglia Saharawi, hanno spinto Baker a rinunciare al suo incarico, in cui è stato sostituito dal peruviano Alvaro de Soto.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha registrato nel Sahel un tasso di malnutrizione tra i più alti nel mondo, denunciando, in una recente pubblicazione, lo stato di salute delle donne e dei bambini nei campi di Tindouf. Il Consiglio di Sicurezza ha pertanto adottato all’unanimità la risoluzione 1570, con cui invita il Segretario generale a stilare l’ennesimo rapporto sulle evoluzioni della vicenda. Le speranze dei Saharawi sono ancora una volta riposte nella loro proverbiale capacità di resistenza. Ma anche nella carta geografica mondiale pubblicata dall’Onu, che già novera il Sahara Occidentale quale membro della comunità degli stati indipendenti.

Gabriele Natalizia
(21 febbraio 2005)

HOME

SEGNALA QUESTO ARTICOLO AD UN AMICO