EMIRATI ARABI UNITI - Il mondo passa per Dubai

La decisione resa nota lo scorso 12 marzo dal chief executive officier della Halliburton, società texana leader mondiale nei servizi al settore energetico, di trasferire la base operativa nel Golfo Persico è solo l’ultimo approdo, in ordine di tempo, sulle spiagge del “cuore del mondo” di un’azienda occidentale così importante. La multinazionale americana andrà a far compagnia a colossi finanziari del calibro di Goldman Sachs, Morgan Stanley, Hsbc, Credit Suisse e Deutsche Bank e a quelli dell’high-tech come Oracle, Microsoft e Ibm presenti da tempo negli Emirati Arabi. “Il trasloco del quartier generale – ha dichiarato Dave Lesar – mi permetterà di seguire tutte le operazioni internazionali, perché il Dubai è un grande centro di business”. Questa scelta è stata salutata a Washington da un pioggia di polemiche ed ha preso alla sprovvista, se non sulla sua operatività quantomeno sulla sua tempistica, lo staff Bush che aveva caldeggiato un ritardo così da lasciare in dote al successore di George W. una grana difficile da gestire. Perché la Halliburton vuol dire, oltre a 23 miliardi di dollari di fatturato, soprattutto 45 mila dipendenti di cui una buona parte stanziati in America e dover gestire una migrazione di posti di lavoro tanto ingente, nell’ultimo anno di presidenza, non sarà semplice per nessuno. Alla Casa Bianca conoscono bene le regole del mercato globalizzato, anche perchè le strategie economiche spesso coincidono con quelle militari e non è un segreto che il Pentagono ha da tempo approvato un piano di redistribuzione dell’esercito statunitense che, guarda caso, prevede una maggiore presenza in Medio Oriente. Il Golfo Persico, così come l’Asia e l’Africa, sono le regioni dove si giocherà il futuro petrolifero del mondo intero. Consolidare posizioni avanzate nel cuore di questi traffici è l’unica soluzione per poter continuare a giocare un ruolo da protagonista nella cosiddetta “guerra energetica” del terzo millennio.

Per le società multinazionali occidentali, il Dubai sembra essere la scelta migliore. Relativamente povero di greggio (solo il 6% del Pil proviene dall’industria estrattiva), ha investito in infrastrutture e sviluppato il commercio, i servizi e la finanza. La trasformazione in atto da almeno due decenni ha proiettato le società locali nei più importanti mercati internazionali, operando acquisizioni di rilevanza cruciale: è il caso della Dubai Ports World, grande operatore portuale presente in ben 24 paesi, che ha comprato la britannica P&O o della finanziaria Istithmar che ha rilevato l’Hotel Mandarin a New York ed il nuovo Time Warner Center. Nelle intenzioni del governo c’è la volontà di intensificare il ruolo finanziario di una piazza già importante come Dubai continuando ad offrire notevoli sgravi fiscali: l’obiettivo è quello di diventare lo snodo dei capitali internazionali tra Oriente e Occidente. L’imprimatur lo ha conferito addirittura il Fondo monetario internazionale che, riunitosi nel deserto dubaitiano nel 2003, ha galvanizzato il governo nel proseguire in questa politica con l’augurio che diventi presto la Wall Street del Medio Oriente. Nel frattempo, tutto intorno all’Emirato sembra sull’orlo del baratro: l’Iran sciita lancia pericolosi anatemi verso la comunità internazionale e Israele, puntando alla leadership del mondo arabo militante, la crisi irachena, nonostante i colloqui recenti, non ha interrotto la sua terribile scia di sangue ed il conflitto israelo-palestinese si è trasformato, da un anno a questa parte, in una resa dei conti fratricida tra al-Fatah e Hamas. Eppure gli affari degli Emirati continuano ad andare gonfie vele, facendo registrare nel 2006 numeri da capogiro ed attirando nel deserto un numero sempre maggiore di aziende ed investitori esteri. Non c’è dunque da stupirsi se il primo ministro degli Emirati e leader del Dubai, sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum, si è defilato volutamente dal giocare un ruolo di primo piano nella contesa regionale, delegando al regno saudita, più esposto dal punto di vista socio-religioso perché patrocinatore dei maggiori teologi wahabbiti, l’oneroso compito di trovare una soluzione per non far precipitare la situazione.

In questa ottica,al Maktoum sembra aver dato il suo appoggio, seppur in via informale, all’iniziativa saudita di convocare per il 28 marzo un vertice della Lega Araba a Riad con lo scopo di rilanciare la proposta avanzata nel 2002 per disinnescare la “bomba palestinese”. In sostanza i paesi arabi riproporranno al governo di Tel Aviv il riconoscimento di Israele da parte di tutti i paesi sunniti, in cambio della creazione di uno Stato palestinese sui confini dei territori antecedenti alla Guerra dei Sei Giorni del 1967. La posizione israeliana, a distanza di cinque anni, sembra più incline ad un accordo su queste basi e per le ricche dinastie del Golfo questa prospettiva politica ha acquisito una priorità assoluta. Anche perché se si dovesse raggiungere un barlume di intesa risulterebbe ineluttabile l’isolamento politico dell’Iran, l’unica nazione della regione, fatta eccezione per un Iraq ancora non pacificato, a professarsi apertamente ostile alla cosiddetta “entità sionista”. Come se non bastasse, scongiurata l’ipotesi del conflitto generalizzato, ristabilita la supremazia politica del mondo sunnita su quello sciita, gli affari continuerebbero a proliferare, con buona pace degli Stati Uniti d’America e delle multinazionali occidentali.

Roberto Coramusi
(20 marzo 2007)

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