IRAN - Il ruolo di Teheran tra Washington e Pechino

Perché gli Usa attaccheranno l’Iran? Le ragioni sono molte e vanno dall’estensione del controllo diretto sulle riserve di greggio (le più consistenti del mondo dopo quelle Saudite), al rafforzamento della presenza statunitense in Medio Oriente e, più in generale, in Asia. Ragioni energetiche e geopolitiche che, tuttavia, non sono disgiunte e possono quindi essere incluse nell’ambito di strategie geopolitico-energetiche. Ma tutto ciò non basta a giustificare un attacco. Infatti, anche se secondo molti osservatori ciò si verificherà, vi sarebbero altrettante ragioni per evitare questa azione di guerra:si continuerebbe a dare alibi e ragioni al terrorismo di ogni matrice contro l’occidente, aumenterebbe il livello d’indebitamento americano, e crescerebbe l’opposizione ed il malcontento all’interno degli Stati Uniti.

Tuttavia, una eventuale e purtroppo assai probabile guerra all’Iran si comprende se si amplia ulteriormente la scala d’analisi, prendendo in considerazione la dinamicità dei rapporti di forza internazionali che si vanno ridefinendo alla luce della crescente contrapposizione Cina/Usa. E questo nonostante l’apparente contraddizione che vede una sempre maggiore compenetrazione tra i due paesi, seppure in una dinamica competitiva, sul piano commerciale e finanziario, ma non su quello energetico e militare. Gli Usa, potenza egemone in difficoltà, agiscono militarmente per realizzare obiettivi geopolitico-energetici. La Cina al contrario opera più che altro sul piano energetico, non essendo ancora in grado di competere sul piano militare. La tensione tra un gigante in declino e un altro in ascesa si concretizza territorialmente nelle regioni geografiche di maggiore interesse energetico che vanno dall’Iran alle repubbliche centrasiatiche (ove vi è il cd. “quarto mare”). Così l’operazione cosmetica effettuata con le recenti elezioni presidenziali in Iran, tramite le quali si vuol mostrare un cambiamento esteriore che in realtà non corrisponde a una reale trasformazione dell’establishmentayatollah nella contrapposizione Usa/Cina.

Dal 2001 la dipendenza degli Usa nei confronti del petrolio è aumentata di diversi punti percentuali e ha raggiunto circa il 70% del fabbisogno totale (fra l’altro due terzi del petrolio necessario è importato). La Cina da parte sua ha anch’essa aumentato in maniera esponenziale la sua dipendenza dal petrolio: se nel 2001 era del 31,5%, nel 2004 questa quota sembra essere salita al 73,2% (in pochi anni s’è capovolto il rapporto carbone/petrolio) (N. Sarkis, Le Monde diplomatique-il manifesto, luglio 2004). In mezzo a tali trend energetici c’è il ruolo strategico dell’Iran: è il principale fornitore di petrolio/gas per Cina, India, Giappone; è dotato delle riserve petrolifere accertate più consistenti dopo l’Arabia; ha una capacità energetico-produttiva con il maggiore margine di crescita in assoluto. Da quest’ultimo punto di vista, per esempio, si stima che ai 4 mln di bg, se ne possano aggiungere in tempi brevi altri 3 mln, contrariamente all’Arabia saudita, che ha invece raggiunto il massimo della sua capacità produttiva (circa 10 mln bg, date le sue dotazioni). Questo potenziale di crescita è poi particolarmente significativo per il gas naturale che diventerà sempre più importante, aumentando il valore strategico delle relazioni energetiche Iran/Cina e Iran/India (M. Klare, le ragioni geopolitiche della prossima guerra all’Iran, on-line).

L’Iran è stato costretto a crearsi una rete fuori dall’orbita statunitense. E questo perché gli Usa condannano, soprattutto per i programmi nucleari, qualsiasi attore che intrattiene affari con Teheran. Pertanto, le sanzioni, gli embarghi e i vincoli imposti all’Iran non consentono a Washington di godere delle sue risorse, che, invece, vengono usate per intrattenere relazioni e affari con i più importanti Paesi asiatici. La rielezione di Bush ha rafforzato le politiche di hard power portate avanti dal Pentagono e in particolare dall’approccio di Rumsfeld. L’intelligence statunitense è stata così messa maggiormente sotto il controllo dell’esecutivo, con il risultato di declassare il ruolo della Cia e di spingere il presidente a firmare una serie di “ordini che autorizzano l’utilizzo di unità di comando e forze speciali per condurre operazioni segrete contro presunti terroristi in Medio Oriente e nel Sud-est asiatico”. Si autorizzano così azioni segrete di spionaggio, attribuite a reparti dell’esercito, senza che tutto ciò obblighi alla trasparenza verso il Congresso e quindi verso i cittadini americani (S.M. Hersh, The New Yorker, Tra poco tocca all’Iran, traduzione a cura della redazione di Megachip, www.ecplanet.com).

“L’amministrazione ha iniziato a condurre operazioni segrete di ricognizione in Iran già a partire dalla scorsa estate, allo scopo di raccogliere informazioni sui siti nucleari, chimici e missilistici”, operazioni che sono state possibili grazie a una stretta collaborazione con tecnici e scienziati pachistani che avevano collaborato con colleghi iraniani. Per non parlare della politica statunitense di sostegno ai Mujaheddin del popolo dell’Iran (Mek), una milizia antigovernativa con basi in Iraq che è segnata fra le organizzazioni terroristiche del Dipartimento della Difesa Usa. “Nel 2003 il Washington Post ha scritto che alcuni importanti funzionari vorrebbero utilizzare il MEK come alleati contro l’Iran, com’è stato fatto in Afghanistan con l’Alleanza del Nord” (M. Klare, le ragioni geopolitiche della prossima guerra all’Iran, on-line), oppure in Kosovo con l’Uck. Il greggio, sempre più scarso e quindi sempre più costoso, è la risorsa strategica per eccellenza, sia in termini puramente economico-capitalistici che in termini geopolitici. Chi controlla il grosso del mercato petrolifero consolida una posizione egemonica nelle relazioni internazionali. Gli Usa sono entrati con la forza in Medio Oriente e malgrado i costi d’ogni genere non sono disposti ad andarsene: attualmente gli Stati uniti perseguono obiettivi energetici attraverso gli strumenti militari e sperano di ottenere risultati strategici attraverso il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico, in una continua sovrapposizione fra mezzi e fini che non consente facili equazioni. La Cina, dal canto suo, si trova sempre più coinvolta nelle dinamiche geopolitiche mondiali, sebbene non possa, almeno per il momento, agire direttamente sul piano bellico. Negli ultimi anni le mosse della Repubblica Popolare Cinese sono state, e continuano a essere, prevalentemente tecnico-produttive e commerciali, quindi puramente economiche (e su questo non c’è bisogno di ricordare i dati sulla dinamica economica cinese). Strategie che necessitano però di garanzie e sicurezze sul piano energetico: si guardi per esempio al tentativo di assorbire la Unocal, ai rapporti con l’Iran, la Russia e le Repubbliche centro-asiatiche. Resta il problema dell’inferiorità dell’esercito, che non consente di sostenere con la forza talune posizioni. Ma gli avvertimenti del Pentagono in merito alle spese militari sostenute da Pechino – osservazioni che suonano ridicole da parte del Paese che spende più del 50% di tutte le spese mondiali per gli armamenti - esprimono tutta la preoccupazione statunitense nei confronti dei prossimi passi cinesi sul piano militare.

Fabio Massimo Parenti
(4 agosto 2005)

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